L’aggressività di Lega e 5 Stelle accentua il rischio di isolamento

29 Giugno 2019 0 Di Luna Rossa

Di Maio deve far dimenticare di aver dovuto accettare il via libera alla Tav; Salvini deve tenere a bada il malumore dei governatori del Nord. Così i due tornano ad attaccare i «bersagli classici». Confermando l’isolamento della maggioranza

di Massimo Franco

Aiutati anche dagli avversari, hanno ricominciato a seguire i rispettivi canovacci del passato. Luigi Di Maio deve far dimenticare di avere dovuto accettare il via libera alla Tav, e dunque dirotta l’estremismo del Movimento Cinque Stelle sulla Società Autostrade e sull’Ilva di Taranto. Matteo Salvini ha i suoi governatori del Nord sempre più frustrati da ritardi e frenate sull’autonomia speciale delle loro regioni. E dunque torna a martellare sull’immigrazione, mostrando la faccia feroce che gli ha fatto guadagnare attacchi e facili consensi. E ognuno dei due vicepremier continua a coltivare, a suo modo, l’antieuropeismo.

È una regressione parallela, frutto dell’incertezza sul futuro. E fa apparire la mediazione tentata tra Bruxelles e il vertice del G20 a Osaka, in Giappone, dal premier Giuseppe Conte, come un alto esercizio di acrobazia. Ma forse l’atteggiamento giallo-verde è anche lo schermo aggressivo dietro il quale si conferma e si nasconde l’isolamento della maggioranza.

I grandi giochi europei tendono a escludere l’Italia da tutte le cariche che contano; e a mettere ai margini le forze populiste delle nazioni dell’Est. Ma il tentativo è anche di prendere tempo, e evitare che una crisi a Roma si scarichi sull’Ue. La manovra delle grandi famiglie politiche europee, uscite sgualcite dal voto del 26 maggio ma tuttora dominanti, è di sterilizzare gli scarti di M5S e Lega; di avvertire che senza un atteggiamento diverso, la procedura di infrazione per debito eccessivo sarà inevitabile; di segnalare che finora l’esecutivo ha fatto poco per tranquillizzare gli alleati; ma in parallelo di rinviare e impedire una rottura pilotata da Salvini in chiave antieuropea.

Si delinea una sorta di penultimatum, destinato a spostare l’eventuale commissariamento all’autunno. Anche se Conte contesta questa impostazione. Bolla come «anti-italiani» quanti gli fanno notare che l’Unione farà slittare a ottobre la decisione sull’Italia. «Non giochiamo con le parole», protesta. «Se la procedura si evita è un risultato che il governo porta a casa». Il premier minimizza il fatto che la manovra sarà sottoposta alla Commissione. «È nelle cose. Se si ottiene un risultato, è lì e basta». Forse non è proprio così. Ma dal suo punto di vista uno slittamento è già un mezzo successo, viste le premesse e la sfida continua di Di Maio e soprattutto Salvini all’Europa. Nel dicembre scorso l’accordo fu strappato in extremis grazie alla tregua imposta dal premier ai due vice. Ora Conte non sembra più in grado di farlo. L’unica soluzione è non decidere; e sperare che in un paio di mesi spunti un barlume di ragionevolezza giallo-verde, e la Commissione europea nascente non sia spinta a punire l’anomalia italiana.

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