Imane Fadil «è morta avvelenata da sostanze radioattive non reperibili in commercio»

16 Marzo 2019 0 Di Luna Rossa

Imane Fadil «è morta avvelenata da sostanze radioattive non reperibili in commercio»

Sulla morte della modella, testimone nei processi sul caso Ruby, indaga la Procura di Milano: l’ipotesi di reato è di omicidio volontario

di Giuseppe Guastella

MILANO — C’era qualcosa di tremendamente radioattivo nel corpo di Imane Fadil, un mix di sostanze velenose che per un mese ha consumato la modella marocchina fino a farla diventare uno scheletro e ad ucciderla a 34 anni. «Mi hanno avvelenata»,ha urlato prima di morire al suo avvocato e ai suoi familiari. Come abbia assunto le sostanze, se qualcuno gliele ha fatte prendere o se si tratti di una disgrazia non si sa ancora, ma la Procura di Milano ha aperto un’inchiesta per omicidio sulla morte della modella marocchina testimone dell’accusa nei processi Ruby sulle cene eleganti e i dopocena nella residenza di Silvio Berlusconi.

Dopo quello dell’ex avvocato di Ruby, Egidio Verzini, che ha raccontato di 5 milioni di euro versati a Karima El Mahroug dal leader di Forza Italia e si poi è suicidato in Svizzera, un nuovo giallo aleggia sul caso Ruby ter, quello sulle presunte corruzioni di testimoni che l’ex premier avrebbe pagato affinché dicessero il falso nel primo processo Ruby, dove era imputato per prostituzione minorile e induzione indebita e dove è stato assolto in via definitiva.

Imane Fadil non era una delle ragazze che danzavano nei dopocena e si era costituita contro Berlusconi e gli altri imputati perché si riteneva danneggiata dal clamore mediatico negativo dovuto all’accostamento a quell’ambiente che aveva frequentato alcune volte sperando, lei che era esperta conoscitrice del calcio, di diventare una giornalista sportiva in tv.

Non aveva ritirato la costituzione di parte civile neppure dopo che la difesa dell’ex senatrice Maria Rosaria Rossi le aveva offerto 250 mila euro di risarcimento fino a poco prima che la stessa richiesta fosse rigettata dai giudici del processo Ruby ter il 14 gennaio scorso. Costituzione che restava in quello Ruby bis all’ex direttore del Tg4 Emilio Fede e all’ex consigliera regionale lombarda del Pdl Nicole Minetti che pende in appello.

Un paio di settimane dopo quell’udienza, dalla quale è uscita furente ed amareggiata, Imane Fadil si è sentita male tanto che il 29 gennaio è stato necessario ricoverarla nell’Istituto clinico Humanitas di Rozzano. Tra le ipotesi iniziali dei medici anche un’infezione, la leptospirosi; poi il trasferimento in reparto. Le sue condizioni si sono via via aggravate.

Dimagrita in modo impressionante è stata trasferita nell’unità di rianimazione dove è morta la mattina del primo marzo scorso. «È rimasta lucida fino alla fine», racconta il suo legale, l’avvocato Paolo Sevesi che con i familiari le è stato a fianco fino all’ultimo. «Le cause della morte non sono chiare e nella cartella clinica non è stata indicata alcuna malattia alla quale sia possibile ricondurre la morte», dichiara il procuratore Francesco Greco. A seguire l’inchiesta sono il procuratore aggiunto Tiziana Siciliano e il sostituto Luca Gaglio, gli stessi pm del processo Ruby ter che ieri fino a tarda sera hanno interrogato alcuni testimoni.

Dallo stretto riserbo delle indagini emerge solo la conferma del sospetto fattore radioattivo, ma sarà necessaria l’autopsia e nuovi esami specifici per stabilire di cosa si tratti.

Una prima risposta l’ha già avuta l’Humanitas. Dopo aver fatto tutti gli esami tossicologici alla ricerca di cosa stesse uccidendo Imane Fadil e non aver trovato nulla, a fine febbraio i sanitari hanno inviato i campioni di sangue ad un laboratorio specializzato di Pavia. I risultati sono arrivati solo il 6 marzo, cinque giorni dopo il decesso.

Sarebbero chiari sulla presenza di un mix di sostanze radioattive che «non è possibile reperire normalmente in commercio», dichiara una fonte. «Non si può escludere nessuna opzione» dice il procuratore Francesco Greco, secondo il quale è necessario che sia «accertato tutto fino in fondo», non escludendo anche che si possa trattare di «una tremenda malattia». Il procuratore solleva anche dubbi sui tempi in cui la Procura è venuta a conoscenza della morte della donna: «L’abbiamo saputo una settimana fa dal suo legale». In una nota la clinica, invece, precisa che immediatamente dopo la morte «l’autorità giudiziaria ha disposto il sequestro di tutta la documentazione clinica e della salma» e che il risultato degli esami tossicologici «è stato comunicato agli inquirenti».

 

Sorgente: corriere.it

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