L’irritazione di Di Maio per Salvini che cambia idea. E c’è chi vuole il voto sul blog

30 Gennaio 2019 0 Di luna_rossa

Il capo media con i falchi 5 Stelle. Il leghista: processo? Io nato pronto. La lettera che ipotizza il ricorso all’immunità dopo un summit con Bongiorno e Giorgetti

di Emanuele Buzzi e Marco Cremonesi

Summit nella notte. Per sbrogliare partite intricate in un clima che non è più quello di un tempo. La decisione dei tre «tenori» dell’esecutivo — Conte, Di Maio e Salvini — di incontrarsi dopo la mezzanotte a Palazzo Chigi arriva dopo una giornata convulsa ma segnata dalla svolta del premier che si fa di fatto garante politico di un accordo tra Lega e Movimento. Il leader leghista va all’incontro con un obiettivo ben chiaro in testa: nessun via libera allo sbarco dalla Sea-Watch senza un accordo certo anche sui tempi e sui modi della presa in carico dei migranti da parte dei partner europei. Quanto all’altro tema incandescente, il voto del Senato sull’autorizzazione a procedere nei confronti del vicepremier, a quanto sembra si può attendere. Non è annunciato come oggetto del summit, anche se Salvini con i suoi ostenta fiducia sul fatto che gli alleati comprendano la posta in gioco.

Telefonate roventi

Per i Cinque Stelle, la lettera del vicepremier al Corriere è una doccia fredda. Il «cambio di rotta» è visto dai Cinque Stelle come uno squarcio, che apre scenari inquietanti per i pentastellati, obbligati a scegliere tra la fedeltà ai propri principi (concedendo il via libera a perseguire il leader della Lega) e la tenuta dell’esecutivo, visto che un «no» suonerebbe come uno strappo con il Carroccio. Una situazione che inizialmente provoca irritazione anche a Di Maio: il Movimento è sorpreso (ma solo in parte) dalla mossa. La giornata è un susseguirsi di telefonate roventi tra tutti i vertici (da Roberto Fico ad Alessandro Di Battista) di ipotesi accarezzate e poi tramontate. L’impasse è forte. C’è chi butta sul tavolo l’idea di un voto su Rousseau,ipotesi scartata per non trasformare la consultazione in un «referendum sul leader della Lega». Intorno all’ora di pranzo c’è uno spiraglio di apertura: «Perché non sosteniamo Salvini in giunta? Si tratta di una scelta politica, il caso Diciotti è stato gestito collegialmente». La mossa viene giudicata «azzardata» dall’ala ortodossa. Nel pomeriggio si ripiega. Di Maio organizza un incontro con i componenti della giunta per le elezioni di Palazzo Madama.

La risata di Salvini

Rimane in piedi l’idea di dare una svolta, una soluzione politica al caso. Anche Beppe Grillo ne parla: «Il reato è di tutto il governo. Stasera dobbiamo autodenunciarci tutti perché siamo tutti colpevoli, ma come c… fai a immaginarti un governo che si autodenuncia?». Insomma, inglobare il caso Diciotti in un disegno corale, ma in serata, prima del summit il percorso è ancora tortuoso. Sul fronte Lega si minimizza. «Ma quando mai?…». Salvini scoppia a ridere. Alcuni senatori gli stanno riferendo di quanto si dice tra i Cinque Stelle: «Io non ho affatto cambiato idea. Quando mai avrei voluto sottrarmi al processo? Io ho sempre detto il contrario esatto. Se c’è il processo, io sono nato pronto…». Il punto, come scritto dal vicepremier nella sua lettera è che «non ha senso che in una vicenda come questa ci sia un processo. Se però la giunta del Senato così decide… ».

Nessuno felice

Insomma, nessun cambio di idea, da parte del vicepresidente del Consiglio. La novità della lettera è maturata dopo una riunione nel primo pomeriggio di lunedì con alcuni collaboratori tra cui Giulia Bongiorno e Giancarlo Giorgetti. Che avrebbe dato forma scritta a quel che il leader leghista comunque pensa dal 24 gennaio, quando ha letto la richiesta di autorizzazione a procedere nei suoi confronti. Eppure, l’atto del Tribunale dei ministri sulla politica rischia di rimbombare forte: a ieri sera, i favorevoli al no all’autorizzazione a procedere erano, oltre ai leghisti, Forza Italia e Fratelli d’Italia. E dunque, ciò che fin qui si è chiamato centrodestra. E quel conteggio in Aula che non si svolse per il voto di fiducia al governo, rischia di riproporsi. Senza che la cosa faccia felice nessuno.

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