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Cesare Battisti, la fuga finisce in Bolivia. Tradito dal wi-fi e dalla richiesta di asilo | Rep

La cattura dell’ex terrorista resa possibile dalla localizzazione dello smartphone dopo che aveva abbandonato il Brasile. Una lunga e paziente operazione di polizia per stringere il cerchio

La corsa del Fuggitivo finisce su un marciapiede del barrio Urbarì, quartiere nel quadrante sud-ovest di Santa Cruz de la Sierra, Bolivia. Nel dimesso caracollare di uomo solo, in maglietta blu, che, in un mese di latitanza, non ha alla fine immaginato altro travisamento che un folto pizzo di barba che gli incornicia il mento. Che parla portoghese ma gira con in tasca quattro spicci e documenti brasiliani che lo identificano per la persona che è. Cesare Battisti, nato il 18 dicembre 1954 a Cisterna di Latina. Lo stesso che, il 18 dicembre scorso, giorno del suo sessantaquattresimo compleanno, come un ex voto, si è affidato a un ultimo Santo. La richiesta di asilo, quale “rifugiato politico”, al Paese di Evo Morales, il sindacalista che ha messo in mora il Capitalismo e immagina e coltiva la via socialista a un mondo diverso. El Indio, come lo chiamano da quando, tredici anni fa, è diventato il primo nativo ad assumere la Presidenza della Bolivia.

In un copione liso, e per questo prevedibile, l’ex pluriomicida Proletario Armato per il Comunismo, veste un’ultima volta i panni di Davide contro i Golia sovranisti – il neoeletto presidente brasiliano Jair Bolsonaro e il ministro dell’Interno e vicepremier Matteo Salvini – che ne rivendicano politicamente la cattura e friggono per mostrarne lo scalpo, sperando o comunque scommettendo che la loro incontinenza verbale diventi argomento per un ultimo ricorso – quello ventilato dal Difensore Civico del Popolo boliviano – che dovrebbe bloccarlo sulla scaletta dell’aereo militare italiano atterrato nel pomeriggio di domenica a Santa Cruz per riportarlo nella notte, trentasette anni dopo, in Italia. Ma la partita, stavolta, è davvero chiusa. Come era scritto che fosse quando, subito dopo essersi sottratto al provvedimento di cattura disposto dalla magistratura brasiliana la sera del 13 dicembre scorso, Battisti commette l’ultimo errore. Quello che lo localizzerà. Seduto nella sala di attesa del piccolo aeroporto di Sinop, stato del Mato Grosso, Brasile, aggancia con il suo telefono la rete Wifi. Si sta imbarcando su un volo per La Paz, Bolivia, e non immagina che gli uomini arrivati a Brasilia in quelle ore da Roma – funzionari della nostra Antiterrorismo, dell’Interpol, della Digos di Milano, della nostra Intelligence all’estero, l’Aise – per fare ciò che la Polizia brasiliana non è stata in grado di fare, hanno in valigia la chiave che rende inutile il traffico di schede brasiliane e boliviane con cui è convinto di rendersi invisibile. L’Imei, il codice numerico univoco, che rende il cellulare che Battisti ha in tasca come le molliche di Pollicino. Localizzabile ovunque. Quali che siano le schede che di volta in volta utilizza.

Una fuga preparata e la trappola dell’imbuto

Metà dicembre dunque. Battisti non sa o forse sottovaluta che ad occuparsi di lui siano due vecchie lenze, del Dipartimento di Pubblica sicurezza. Due sbirri invecchiati come lui dietro a tipi come lui. Lamberto Giannini, capo dell’Antiterrorismo, e Nicolò D’Angelo, vicecapo della Polizia e direttore centrale della Polizia criminale e dei Servizi di cooperazione internazionale della Polizia. Il primo ha conosciuto l’ultima stagione delle Brigate Rosse. Il secondo ha imparato a cercare i latitanti con la Banda della Magliana. Battisti, soprattutto, non sa o sottovaluta cosa, in questi trentasette anni, sia ormai possibile fare con i telefoni.

Lo chiamano “imbuto”. Si mettono sotto osservazione una serie di utenze, si incrociano i dati delle chiamate che ricevono, da dove provengono, a quali Imei sono associate. Finché l’imbuto non setaccia e restringe il collo della ricerca a pochi numeri, associandoli a un contesto e dunque a un ragionevole scopo, offrendo una traccia di ricerca se non univoca quantomeno non generica. Ebbene, a Cesare Battisti, ai suoi contatti in Italia (tra questi una figlia), quelli che in questi anni ha continuato a cercare o comunque ad attivare ogni volta che la sua vicenda personale ha infilato delle strettoie, l’imbuto viene messo già tra settembre e ottobre del 2018 quando la nostra Polizia si convince che il nuovo quadro politico brasiliano consigli una nuova latitanza. Battisti contatta con sempre maggiore frequenza quelle utenze italiane e quelle utenze italiane contattano con altrettanta frequenza numeri e indirizzi che ragionevolmente devono preparare l’addio al Brasile.

Del resto, quanto questo sia vero, ha un riscontro. Subito dopo il voto di ballottaggio che il 28 ottobre 2018 consegna a Bolsonaro la Presidenza, Battisti dispone con una serie di procure amministrative che la moglie sposata in Brasile, Priscilla Luana Pereira, possa avere accesso ai suoi conti correnti e comunque a tutto ciò che possa rendere autonomi lei e il figlio ancora minorenne che da lei ha avuto. E se non è un annuncio di latitanza, poco ci manca.

Il documento di identità brasiliano

Verso il Mato Grosso

Quando il 13 dicembre scorso la Polizia federale brasiliana, che pure era stata messa sull’avviso già alla vigilia dell’estate, scopre che la casa di Cananeia è vuota, la cassetta degli attrezzi della Polizia italiana con il frutto del lavoro di “imbuto” sui telefoni è la chiave che spalanca il quadro. Consente di accertare che Battisti, che pure ha ormai un vantaggio di tempo significativo su chi lo insegue, ha lasciato quel villaggio di pescatori trecento chilometri a sud di San Paolo già nella terza decade di novembre. Per guadagnare un luogo remoto dell’immenso Brasile, la regione amazzonica dello stato del Mato Grosso. A ridosso del confine con la Bolivia. Dove Battisti già una volta ha cercato di riparare, dove già una volta è stato arrestato e dove – ne sono convinti i nostri investigatori – è nuovamente diretto. Non fosse altro perché, in quella metà di dicembre, è una delle tracce lasciate dall’Imei del cellulare del Fuggitivo a indicarlo. L’aggancio con il Wifi dell’aeroporto di Sinop dove Battisti, come verrà accertato in quei giorni, si è imbarcato per La Paz.

Le due pensioni e il riconoscimento

Nella settimana prima di Natale, Antiterrorismo, Interpol, Digos e Aise muovono le tende ai 3500 metri di altezza della capitale boliviana. Hanno almeno due schede boliviane da tracciare. Quelle associate all’Imei del cellulare di Battisti e una serie di altre utenze restituite dall’imbuto. E, del resto, che Battisti sia nel Paese diventa una certezza quando, quattro giorni prima di Natale, il 21, la sua richiesta di asilo raggiunge gli uffici del ministero degli Esteri, senza ottenere alcuna risposta. Né di accoglimento, né di diniego. Un limbo necessario a convincere il Fuggitivo a restare nel Paese e a dare tempo alla Polizia boliviana di mettere la sua ricerca in cima alla sua agenda, lavorare su reti e celle telefoniche, interrogando testimoni di quelli che sono segnalati come possibili avvistamenti. Vengono individuate almeno due modeste pensioni in cui si ritiene – o meglio i telefoni indicano – Battisti abbia soggiornato una volta arrivato in città. Al proprietario di una delle due vengono mostrate le foto segnaletiche lavorate e diffuse dalla Polizia federale Brasiliana subito dopo l’ufficializzazione della sua latitanza. E l’uomo riconosce Battisti nell’immagine che lo mostra con un barba a pizzetto.

Il silenzio e il timore di averlo perso

A La Paz, tuttavia, Battisti sembra essere introvabile. Come sparito nel nulla. E anche i telefoni che fino alla fine di dicembre si erano accesi consentendo alla polizia boliviana di stringere il raggio delle ricerche entrano in sonno. Nei primi giorni dell’anno, torna a farsi strada il timore che il Fuggitivo abbia mangiato la foglia. Che la Bolivia di Morales possa dunque diventare un nuovo Brasile di Lula. E che nelle pieghe di quella ennesima richiesta di asilo, nelle pressioni che il piano di fuga prevede vengano esercitate su esponenti del governo del Paese perché si oppongano a quella che viene presentata come una “vendetta” di Bolsonaro e Salvini contro ciò che resta del socialismo, si possa spalancare l’ennesimo stallo. Per giunta, in un Paese che non ha recenti accordi di cooperazione giudiziaria bilaterale con l’Italia.

Poi, pochi giorni prima della Befana, una nuova traccia. Che colloca Battisti a Santa Cruz della Sierra, 800 chilometri a est della capitale. Dove ha deciso di attendere gli esiti della sua richiesta di asilo e dove, a giudicare dagli accertamenti della polizia boliviana, si sente sufficientemente tranquillo. La caccia entra nel suo ultimo miglio. Con servizi di osservazione che consentano di avere la certezza che sia l’uomo che frequenta il barrio Urbarì quello che davvero l’Italia sta cercando. Fino al pomeriggio di sabato, la notte in Italia, quando Battisti viene fermato, identificato e quindi portato in ufficio di polizia. Roma viene informata poco dopo l’1 della notte tra sabato e domenica e prima dell’alba un aereo si alza dall’aeroporto militare di Ciampino per affrontare le 15 ore di volo verso santa Cruz. Il protocollo immaginato dal Viminale vorrebbe che la notizia della cattura rimanesse coperta fino al momento in cui Battisti non salirà su quell’aereo che deve riportarlo in Italia e su cui il governo Boliviano si è impegnato a farlo salire con un provvedimento di espulsione immediata che aggiri le secche di una richiesta di estradizione e le smanie di Bolsonaro di avere il prigioniero per una foto opportunity lungo la rotta di rientro in Italia.

Le cose, come è noto, vanno diversamente. E per un’ultima giornata il destino del Fuggitivo resta appeso alle acrobazie di chi, tra Roma e Brasilia, deve intestarsene politicamente la cattura. Oggi, dicono, sarà in Italia per l’ora dei tg di mezza giornata. Trentasette anni dopo. Ad attenderlo sarà un ministro dell’Interno che ieri gli ha dato dell'”infame” e che quando lui evadeva per la prima volta dal carcere di Frosinone – correva il 1981 – aveva 8 anni.

Sorgente: Cesare Battisti, la fuga finisce in Bolivia. Tradito dal wi-fi e dalla richiesta di asilo | Rep

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