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Il Fatto Quotidiano-Ascanio, la pecora nera

Il Fatto Quotidiano.

Rimbalzando come un clown tra chitarre, palcoscenici e precari di ogni genia, con il suo film d’esordio, a 38 anni Ascanio Celestini è arrivato a Venezia. Il Festival lo ha invitato in concorso, per una storia sull’universo lontano e vicinissimo delle contenzione. Il manicomio, i matti rieducati dalla follia della marginalità coatta. “La Pecora Nera” è lui, nipote di contadini, figlio di una parrucchiera e di un falegname del Quadraro, caduto con le sue affabulazioni in bilico tra sogno, profezia, periferia e monito poetico, nella tela di Marco Muller, l’ex sessantottino con la passione della sinologia che dirige tra i Leoni della Biennale senza libretti rossi.

Celestini, si sente un abusivo?
Nemmeno un po’. C’è una selezione e il mio film è stato scelto. Tutto qui. Le sembra così interessante?

Ma le polemiche seguite all’esclusione di Avati?
Ne sono rimasto estraneo e vorrei perseguire nel proposito. Capisco che a Venezia, chi fa questo mestiere voglia esserci comunque, ma per il resto non me ne importa nulla. Ci crede?

Che storia porterà al Lido?
Il mio personaggio è uno schizofrenico che entra in Manicomio alla metà degli anni ’70. Una parte della sua esperienza è raccontata mentre si svolge, in quello stesso periodo.

E Il resto?
Si svolge nel 2005, l’anno della morte di Wojtyla, quando la suora che ha seguito per tutta la vita il protagonista, lascia improvvisamente l’istituto per andare in pellegrinaggio sulla tomba del Papa e libera una possibilità.

E a lei cosa accade?
Rimango solo nell’ istituto, spaesato, fino a quando non decido di uscire e andare al supermercato a vedere l’oggi con i miei occhi.

Il manicomio non sporca, non disturba le coscienze.
L’elettrochoc veniva considerato una cura. E se segnava per sempre qualcuno, importava poco. Il manicomio è come un ergastolo. Un omicidio, con l’aggravante che la persona rimane viva ed è uccisa socialmente. Le dico una cosa paradossale.

Prego.
Non è che l’uso distratto degli psicofarmaci sia poi così differente. Quando il paziente diventa un numero, il finale è quello.

In “Scemo di guerra” lei sostiene che chi inizia a raccontare, si perde fino a a narrare non la verità dei fatti, ma ciò che vorrebbe succedesse. In questo film le è capitato?
Il personaggio finisce per descrivere qualcosa che non accade. Il cinema offre questa possibilità, separare l’azione dal pensiero.

Quanto è cambiato il suo percorso artistico, dai tempi in cui girava l’Italia raccogliendo i denari con il cappello?
Non facevo esattamente teatro di strada. Andavamo per le vie perché non avevamo spazi altri dove esprimere una fisicità che a quel tempo, era preponderante. Per me la strada rappresentò un momento di formazione. In realtà la mia evoluzione artistica è stata diversa.

Ce la racconta?
Ho iniziato a lavorare da solo. Monologhi, racconti, approfondimenti. Affinando un metodo imparato all’epoca dell’Università, quello dell’intervista.

Un suo marchio.
Mi interessava. raccogliere storie e rielaborarle. Non so neanche se ho fatto bene. C’è un mio amico che dice sempre : “Negli anni non ho imparato niente, sono soltanto invecchiato”. Mi sta capitando la stessa cosa. Però sono ancora capace di cambiare idea.

Esempi?
Un tempo cercavo nelle storie legate alla tradizione orale o alla Seconda guerra mondiale, una luce per spiegare il presente. Credevo che indagare il passato, mi aiutasse.

Adesso invece?
Ne sono meno convinto. Mi sono reso conto che in questi anni si è messo in moto un meccanismo pericolosamente consolatorio.

Ovvero?
Noi parliamo di ciò che è accaduto per dire che la violenza di un tempo lontano, non esiste più. E allora piovono le banalità, la retorica istituzionalizzata, il natale laico, le giornate della memoria: “Conoscere le tragedie del passato ci aiuta a non viverle in futuro”: Sciocchezze. Non è mai così.

Qualcuno si arrabbierà.
Conoscere le guerre puniche ci aiuta forse a non osservare conflitti e scempi? Pensi a cosa succede con gli immigrati. Alla violenza che nei loro confronti si esprime quotidianamente da noi, che pure migranti siamo stati.

L’abbiamo dimenticato?
No. Però è molto probabile che il figlio di un immigrato del sud di stanza a Torino sia il primo a fare distinzioni pelose: “noi eravamo diversi dai migranti di oggi. Non rubavamo”.

E la consolazione è l’anticamera della morte cerebrale?
No, peggio. E’ l’abbrivio del Nazismo. L’invenzione del mito e la trasformazione del propri trascorsi è sempre una mistificazione. Il passato non esiste. Le faccio un esempio.

Prego.
E’ lo stesso procedimento messo in moto dal Fascismo rispetto alla Roma imperiale, o per altri versi, la ricostruzione in vitro del Risorgimento, il senso religioso di quella parola, resurrezione, che sa tanto di massonico.

Molto attuale.
La massoneria dell’800 non somigliava alla P2 o alla P3, ma il meccanismo è identico. Prima è stata inventata un’immagine dell’Italia, poi l’Italia stessa, una volta raggiunta l’Unità ovviamente.

Triste.
Ma tragicamente ripetitivo. Poco prima del Genocidio del Rwanda, veniva raccontato che i Tustsi stavano organizzando uno sterminio sull’esempio dello sterminio hitleriano. Poi furono proprio gli Hutu a iniziare le ostilità e a compiere il massacro. Come vede, ricordare il passato, non serve se la memoria diventa un procedimento guidato strumentalmente dall’alto.

E Rispetto al suo passato, lei ha fatto i conti?
Quando aiutavo mio padre, dalla borgata andavamo a lavorare nelle case dei ricchi. Papà faceva l’artigiano e i mobili che restaurava, si trovavano solo in dimore che noi potevamo solo sognare. In quell’esperienza, vivevamo un vero e proprio salto sociale.

Ricordi vivi?
L’idea che mio padre potesse entrare nell’ascensore nobile, ci turbava. Ancora oggi, in certi palazzi, ci sono due ascensori. Quello dei ricchi e quello della servitù. Noi prendevamo il secondo perché appartenevamo alla seconda categoria e mio padre, quello nobile, ma solo perché lo riverniciava a mano.

Una logica stringente.
La nostra subalternità non era in discussione. A differenza dell’operaio, che non incontra il padrone che due volte l’anno, il nostro impatto era diretto. Noi eravamo il proletariato.

E gli altri?
L’aristocrazia. Allle persone davamo del “lei” e in risposta, ricevevamo regolarmente il “tu”. Questa stratificazione in classi sociali, la assorbivamo senza filtri. Ed è una delle ingiustizie che più mi è rimasta addosso.

Più di una metafora.
Ci trattavano come i bambini, ma senza sprezzo o violenza. Non ce n’era bisogno. La brutalità stava nella divisione netta. Per cui entravi in quei manieri dorati, solo in quanto manovali. In Svizzera, dove ci impegnammo a lungo, la servitù era due piani sottoterra e usciva dall’underground solo per lavorare.

Amaro.
Il paradiso in fondo non è che l’inferno visto da una comoda poltrona. Una volta a Gerusalemme, Yehoshua disse che chi costruisce il confine, in fondo, si prende una responsabilità. Ci vuole coraggio. Più che il confine, mi interessa il centro o la prospettiva. Ma non ignoro che erigere mura sia più comodo.

Rapporti umani?
Con i nostri simili. Chi ci offriva lavoro non era un mostro, ma non c’è stata una sola volta in cui gli sia venuto in mente di invitarci a pranzo. Preferivano pagarci la trattoria, separarsi.

Una lezione?
Nel tempo ho capito che i veri conflitti non sono quelli etnici, ma di classe. Gli stessi che osserviamo in continuazione. Prenda i politici, c’è in giro un paternalismo insopportabile: loro sono i genitori e noi gli infanti, da guidare passo passo.

Ultima cosa perché non fugge via o almeno, non lo minaccia?
Il mondo è in espansione, ma come ho detto una volta, questo non cambierà la distanza tra il cesso e la cucina. Ogni tanto scherzo e agli amici sussurro: “Scappo dall’Italia e mi ritiro in Molise”. Il problema della contemporaneità è che non c’è più un luogo dove rifugiarsi. Di certo non vado nella Francia di Sarkozy. Stare fuori non significa allontanarsi da un luogo, ma essere distanti da una dinamica. Se proprio potessi scegliere, opterei per recuperare tempo, angoli per respirare, strapuntini per esistere davvero.

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