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Elegia aleppina

I putiniani si ubriacheranno, i trumpisti si esalteranno, gli assadisti si camufferanno, gli anti-imperialisti giustificheranno… Aleppo è caduta, stanno ancora trucidando nei quartieri orientali e facciamo ancora finta di non capire.

Non c’è pace all’anima nostra, non ci sarà pace all’anima nostra, per averli lasciati soli contro tutto e tutti. Contro il regime del loro Paese, contro i jihadisti venuti da terre straniere, contro la seconda armata più potente al mondo. Contro la nostra indifferenza, contro la nostra insofferenza, contro la nostra ingenuità. Non c’è anfratto cerebrale in cui resti memoria della Storia. Non c’è tempo per ricordare i lager, Srebrenica, Grozny, Kigali, non ci sono libri di storia che raccontino delle città bombardate nel ’45, di quelle rase al suolo dai Crociati, dai Barbari o dagli Ittiti. Non c’è spazio nelle chips dei nostri apparecchi elettronici per studiare e comprendere che la Storia è ritornata, e fa paura

di Gianluca Solera

Non c’è pace all’anima nostra, non c’è fossa in cui nascondere le salme. Non c’è anfratto cerebrale in cui resti memoria della Storia, non c’è stomaco per i nostri calici amari. Non c’è sazietà per i loro appetiti. Non c’è donna che non possa essere denudata davanti al marito. Non c’è donna denudata che non possa essere stuprata. Non c’è donna stuprata che non possa essere assassinata. Non c’è marito spettatore a cui risparmiare l’orgia e poi la pallottola in testa. Non c’è limite ai loro peni eretti e ai loro mitra puntati. Non c’è spazio per la sofferenza, solo una densa coltre di onnipotenza diabolica, tutelata dai velivoli dello Zar e dalle guardie dell’Ayatollah. Non c’è pianto di bambino che possa essere sopportato, non c’è fosforo abbastanza per soffocarlo. Non ci sono abbastanza case dove ammassare corpi pulsanti sudore freddo e lasciarli bruciare in roghi violacei. Non c’è più tempo per tutto questo, la sete di vendetta è troppo acuta. Se non c’è più, bastano le pallottole. A centinaia, a migliaia. Ne bastano poche per ciascuno, anche una sola.

Linee rosse, si disse, eravamo nel 2012. Linee rosse all’uso di armi chimiche, come se le pallottole non avessero già ammazzato. Poi arrivò Ghouta, un anno dopo, l’attacco chimico peggiore degli ultimi venticinque anni. Linee rosse, qualcuno forse ne aveva parlato. Furia chimica. La furia chimica non si è fermata, la furia chimica si è confusa con quella delle bombe-barile, di quelle a grappolo o di quelle a carica penetrante, ordinaria furia del terrore è diventata. Né rosse, né lineari sono le rughe dei nostri visi contraffatti, cerati, truccati, plastificati, per mostrare quello che non siamo, per illuminare quella decenza che non abbiamo. In un’immensa battaglia hollywoodiana, tentando di convincerci che non fosse vera, che fosse solo rappresentata, orchestrata, simulata. Battaglia vera è, di corpi putrefatti  a fianco delle macerie, trapassati da frammenti metallici, soffocati da gas velenosi, fucilati da mercenari senza scrupoli, spezzati da torturatori, cancellati alla vista da galere nascoste,  ignorati dalla propaganda. Propaganda, negazione della realtà. È un’arma straordinaria, che giunge sui nostri aggeggi telefonici, per dirci che la città è stata liberata dai banditi, dai terroristi, dagli uomini armati, dai ribelli. «Ribelli, facinorosi, destabilizzatori, agenti del disordine pubblico, meritate la morte». Un solo presidente vale, e sta seduto sul suo scranno ricevendo notizie sulla pulizia della città, mentre gli lucidano le scarpe di pelle da mille e settecento dollari. A Damasco, a Mosca, a New York, poco importa. I migliori scarpai sono disponibili dovunque esali il profumo asciutto della banconota stampata.

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Sono stato recentemente a visitare il museo della Resistenza di Valibona, sui monti della Calvana, a pochi chilometri da Prato e Firenze. Quella casa venne assalita dalle forze dell’ordine del regime fascista e la banda di partigiani che operava nell’area debellata. Fu un agguato, che ebbe luogo il 3 gennaio 1944. I giornali dell’epoca sono esemplari: «Bande di ribelli annientate da reparti della Guardia repubblicana», «L’azione contro i banditi sulle pendici di Monte Morello», «Energica azione di polizia contro una banda di ribelli» sono alcuni dei titoli. Usando il termine ribelli facciamo quello che già i servili giornalisti dell’epoca facevano scrivendo sulla stampa quotidiana. Opporsi a fascismo e oppressione dà più fastidio che accomodarvisi. Il museo sta tra i boschi, una radura la circonda per tre quarti del suo perimetro, e l’aria fresca che scende dal passo ti penetra le narici, ti sveglia e calma allo stesso tempo. Quella non è l’aria che si respira nelle indomite città siriane.

L’aria di quelle città ti intontisce e ti angoscia, è come un anestetico che ti elettrizza i nervi, fino a farti divorare dall’ansia. «Meglio morire in un bombardamento che essere ferito. Meglio morire in un bombardamento che attendere l’arrivo delle milizie della morte» hanno scritto dai quartieri assediati pochi giorni fa. È un’eternità, è come se fosse già passata un’eternità. Ma ce ne ricorderemo? Ce ne vergogneremo? Onoreremo quella migliore gioventù morta perché voleva la libertà e la democrazia, ed aveva osato resistere all’uomo dalle scarpe di pelle da mille e settecento dollari? Lo faremo anche se erano musulmani, anche se erano arabi? Lo faremo anche se, per aver resistito, hanno innervosito famiglie reali, dinastie autoritarie e uomini soli al comando? Lo faremo anche se, per aver resistito, hanno dovuto accettare che amici, parenti o famigliari scappassero, provocando il peggior esodo di fuggiaschi e rifugiati dal Dopoguerra ad oggi? No, purtroppo, non lo faremo. Stiamo ancora litigando sui numeri dell’accoglienza. Stiamo interrogandoci su chi avesse ragione, stiamo maledicendo i «terroristi» senza interrogarci su chi e perché, stiamo sperando che anche quella migliore gioventù sia finalmente ridotta al silenzio. Per sempre. E che la calma fredda dell’oppressione umana regni tra noi. Stabilità. Fredda e oppressiva vacuità morale. Così sia. E i galli e i pappagalli della politica fatta di muscoli e pallottole riprenderanno a vomitare falsità e lodi all’ordine e alla nazione. I putiniani si ubriacheranno, i trumpisti si esalteranno, gli assadisti si camufferanno, gli anti-imperialisti giustificheranno, i pacifisti si distrarranno, i nazionalisti bestemmieranno, i cretini si moltiplicheranno, gli altri subiranno.

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Non c’è pace all’anima nostra, non c’è fossa in cui nascondere le salme. Non c’è anfratto cerebrale in cui resti memoria della Storia, non c’è stomaco per i nostri calici amari. Opachi erano i colori di Aleppo, quando vi arrivai nel febbraio del 2013. Polverose le tende che nascondevano balconi silenziosi, scuri gli indumenti dei combattenti, annerite con la polvere al-Kohl le ciglia di alcuni di loro, neri gli occhi della gente. Neri paltò e velo delle donne, che camminavano da un negozio all’altro prima della caduta del sole; la pelle diafana del loro viso appariva ancora più luminosa in quella cornice. Centinaia di piccoli sacchetti di plastica nera o di sudicio aspetto emanavano un odore puzzolente e velenoso, quasi fosse una bile di rabbia, perché l’umido inverno li faceva morire di agonia, tra segnali di fumo che né fanno fiamme, né si estinguono, sotto il cavalcavia che nessuno prendeva più a causa degli snipers. Ricoperte di finta pelle nera erano le pareti imbottite dell’ufficio di un’attivista, che raccoglieva prove documentarie degli eccidi di regime. Tenebrosa era la notte, scura come dovrebbe essere, dove i soli frammenti di luce che incrociavi provenivano dalle torce, a meno che non ti volessi avventurare sulla linea del fronte, situata tra un isolato e l’altro; là, avresti visto la luce delle sigarette accese e quella dei colpi di arma da fuoco. E Black Eyes era il soprannome di uno dei ragazzi che avevo incontrato.

Aveva 21 anni e aveva aderito all’Esercito libero dopo che le autorità avevano perso la pazienza con ragazzi come lui, che continuavano a dimostrare per la libertà e la caduta del regime. «Allah, Siria, libertà e basta!» cantavano, parafrasando il monito delle brigate del partito Baʿth, «Allah, Siria, Bashār e basta!». Camminava per le vie del quartiere al-Mashhad con una pistola alla cintura. «Ho perso dieci tra i miei migliori amici, sei durante le manifestazioni pacifiche e quattro in battaglia», spiegava, mentre sedavamo sul bordo di un marciapiede grigio, di fronte a un edificio sventrato da un colpo di cannone. All’inizio della rivoluzione, si riunivano spostandosi improvvisamente di luogo per non essere pedinati. Cambiava il suo indirizzo email ogni mese. Usavano un cellulare il cui numero era registrato sotto il nome di qualcuno non sospetto, vicino al regime, per non essere messi sotto ascolto. Entrò nella brigata al-Khāl, «Lo zio materno», all’inizio del 2012, vi rimase fino a quando l’Esercitò libero entrò ad Aleppo, nel mese di agosto, e preferì uscire per dedicarsi all’informazione. Pochi avevano un’esperienza di giornalismo online e fotografia, mentre lui portava sempre con sé un’arma e una macchina fotografica. Black Eyes si definiva un poeta naturale, pubblicava i suoi versi rivoluzionari su Internet, scriveva gli slogan delle marce, ma era anche uno studente di ingegneria. Così va la vita. Portava i capelli come un giovane Elvis Presley, ma Elvis Presley non aveva gli occhi neri. Di lui, non ho più avuto notizie.

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Non c’è pace all’anima nostra, non ci sarà pace all’anima nostra, per averli lasciati soli contro tutto e tutti. Contro il regime del loro Paese, contro i jihadisti venuti da terre straniere, contro la seconda armata più potente al mondo. Contro la nostra indifferenza, contro la nostra insofferenza, contro la nostra ingenuità. Non c’è anfratto cerebrale in cui resti memoria della Storia. Non c’è tempo per ricordare i lager, Srebrenica, Grozny, Kigali, non ci sono libri di storia che raccontino delle città bombardate nel ’45, di quelle rase al suolo dai Crociati, dai Barbari o dagli Ittiti. Non c’è spazio nelle chips dei nostri apparecchi elettronici per studiare e comprendere che la Storia è ritornata, e fa paura. È ritornata, con i suoi fantasmi fascisti, i suoi predicatori dell’odio, i suoi affaristi e mercanti di armi e propaganda, le sue menzogne.

Aleppo è caduta, ed io ho paura. Non vale la tristezza, non vale la rabbia, non vale la disperazione. Vale ora la paura, che Aleppo non sia l’ultima, e che arrivi un giorno il turno di coloro che hanno mantenuto il silenzio o creduto che la Storia non sarebbe tornata. Invece, eccola. Eccola alle nostre porte, con i missili puntati, i dittatori sempre più convinti della loro giustezza, i fili spinati e i bastoni  contro gli stranieri, il Consiglio di Sicurezza usato come strumento di guerra, le offensive in nome della Civiltà.

Non c’è stomaco per i nostri calici amari, non siamo pronti al peggio perché non abbiamo capito cosa si sta giocando in Siria. Non amiamo più l’Europa, non difendiamo più il diritto, non ci occupiamo del più debole, non crediamo più che la libertà abbia un prezzo, non siamo più disponibili a pagare un prezzo. Non siamo forse più i figli legittimi della Resistenza antifascista, né degli emigrati del Novecento. Non siamo forse più quello che pensavamo di essere, mentre i nemici della libertà e del diritto sono più determinati che mai. Tra noi, come oltre il mare e le montagne.

Aleppo è caduta. Ancora non hanno finito di trucidare gli ultimi abitanti dei quartieri orientali. Ancora non hanno saziato i loro appetiti. Ancora si beffano della nostra impotenza. Ancora non hanno finito il lavoro. Ancora noi facciamo finta di non capire.

Sorgente: Elegia aleppina – Comune-info

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