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Da Almaviva ad Alitalia, le vertenze che scottano

Crisi croniche che si trascinano da mesi se non da anni, crisi latenti che alla fine sono inevitabilmente esplose. L’industria italiana ha vissuto un altro anno difficile e travagliato e molte vertenze aziendali sono ancora in attesa di una soluzione nella speranza che almeno alcune possano sbloccarsi già all’inizio del prossimo anno. Alitalia, Ilva, Almaviva: sono, ad esempio, i tre casi, citati dal Premier Paolo Gentiloni, quando nei giorni scorsi, inaugurando la nuova Salerno-Reggio Calabria, ha assicurato la volontà del Governo di moltiplicare gli sforzi per affrontare le “tante situazioni di crisi”.

Un’eredità pesante, dunque, quella che viene consegnata al 2017. Un anno che si preannuncia intenso anche per altre partite industriali come quella che si è aperta in quest’ultimo scorcio d’anno tra Mediaset e Vivendi e quelle che si apriranno come la stagione delle nomine ai vertici di grandi aziende, come Leonardo, Eni ed Enel, oppure come lo sbarco in borsa delle Ferrovie dello Stato.

In cima ai dossier caldi è tornata prepotentemente Alitalia. Dopo una prima parte della navigazione della nuova compagnia targata Etihad relativamente tranquilla, la situazione è di nuovo precipitata. E non è certo una novità per un’aviolinea che, a parte alcune parentesi, è di fatto perennemente in crisi dall’inizio degli anni ’90. Corsi e ricorsi storici, dunque, per Alitalia che vede allontanarsi l’obiettivo del ritorno al break event nel 2017 previsto dalla fase 1 del piano industriale e che chiude, invece, l’anno con una sofferta approvazione della fase 2 della business plan. Dopo una trattativa serrata con le banche- azioniste, Unicredit e IntesaSanPaolo, il 22 dicembre è arrivata la boccata d’ossigeno con un finanziamento a breve termine di 120 milioni per consentire al management di avviare nei prossimi 60 giorni un negoziato con i principali stakeholder (società di leasing aereo, fornitori, società di distribuzione e sindacati) per ottenere il loro impegno finalizzato a un radicale taglio dei costi. Condizione questa perchè i soci della compagnia rimettano mano al portafoglio per finanziare il piano di rilancio di Alitalia. Non saranno 60 giorni facili, soprattutto se verranno confermati i timori dei sindacati di nuovi tagli di personale: l’ipotesi è quella di possibili 1500 esuberi.

C’è poi la vicenda Almaviva. Vertenza delicatissima che si è aperta a ottobre quando la società di call center ha annunciato tagli di personale, oltre 2500 lavoratori a rischio licenziamento, nell’ambito del nuovo piano di riorganizzazione con la chiusura delle sedi di Roma e Napoli. La vertenza è arrivata è approdata al ministero dello Sviluppo economico ma dopo mesi di trattative che non hanno portato a una soluzione, si è arrivati al colpo di scena del 22 dicembre. Il governo ha messo sul tavolo una proposta di mediazione: l’accordo prevede la prosecuzione della procedura di mobilità in corso fino al 31 marzo 2017. In questo lasso di tempo i lavoratori sono protetti con la cassa integrazione e le parti avvieranno un confronto per recuperare efficienza e produttività. Andranno inoltre individuate le modalità per ridurre temporaneamente il costo del lavoro e per il miglioramento della performance dei lavoratori. All’alba del 22 dicembre, l’accordo stato firmato l’accordo tra Almaviva Contact e i sindacati ma non è stato sottoscritto dalle rappresentanze sindacali del sito Almaviva di Roma. L’accordo è pertanto valido solo per il sito di Napoli, in quanto approvato dalle rsu napoletana con un solo voto contrario. La cigs verrà attivata entro il 31 dicembre 2016 sino al 7 aprile 2017, in favore di un numero massimo di 845 unità lavorative occupate presso la sede di Napoli. Tra rabbia e sconforto, il 23 dicembre i lavoratori di Roma si sono riuniti in un’assemblea, organizzata dalla Cgil Roma e Lazio. Al termine le Rsu e le strutture regionali di Slc e Cgil hanno convenuto di far ritornare la parola ai lavoratori che con un referendum fissato per il 27 dicembre si esprimeranno sulla possibilità di estendere l’accordo firmato dalla sede di Almaviva di Napoli anche a quella di Roma, il cui risultato, dice la Cgil, “impegnerà tutti nella ricerca di una soluzione che scongiuri i licenziamenti”. Un’eventuale vittoria di sì, infatti, non porterà alla riapertura immediata della partita ma sicuramente sarà un segnale di una diversa volontà dei lavoratori di cui il governo e la stessa Almaviva dovranno tenere conto.

Fiato sospeso anche per Alcoa, dove si va avanti nella ricerca di una soluzione per la dismissione dell’ex stabilimento Alcoa di Portovesme: l’impegno di sindacati e governo è stato ribadito al termine di una conference call, prima di Natale, con il ministro dello Sviluppo Carlo Calenda servita a fare il punto dopo il passo indietro di Glencore. Confermati gli ammortizzatori sociali per i lavoratori di Portovesme, grazie all’inserimento del Sulcis tra le aree di crisi complessa. Entro le prossime settimane infatti si chiuderà la due-diligence avviata dal Governo attraverso Invitalia. Nel mentre, inizierà, un’altra due-diligence, quella della società svizzera Syder Alloys interessata al sito industriale sardo, ma sono in corso anche altre manifestazioni dí interesse ancora al vaglio del governo.

E poi c’è il caso Ilva. La cessione è entrata nella fase conclusiva. Entro 15 giorni le due cordate in corsa per l’acquisizione dell’Ilva, Arvedi-Jindal e ArcelorMittal-Marcegaglia, dovranno presentare i piani ambientali modificati secondo le osservazioni fatte dagli esperti del Governo e, contestualmente, i piani industriali e le relative offerte economiche. I commissari dovranno individuare l’acquirente definitivo, in attesa delle verifiche dell’Antitrust. In vista di questa scadenza, i sindacati hanno chiesto un tavolo di confronto per non essere messi davanti al fatto compiuto.

Oltre alle grandi vertenze, punta di un iceberg che al Mise vede aperti ben 145 tavoli tra azienda e sindacati, sono poi aperte importanti partite industriali e finanziarie. A cominciare dal caso Mediaset. A dicembre, nel giro di poche sedute di borsa, Vivendi, dalla quota del 3%, arriva a un passo dal 30% del capitale del gruppo televisivo che fa capo alla famiglia Berlusconi e, quindi, a un soffio dall’obbligo di Opa. Il gruppo francese in dieci giorni si è portato al 28,8% del capitale della società di Cologno Monzese e al 29,94% dei diritti di voto. Il 23 dicembre il ceo di Vivendi Arnaud de Puyfontaine, è stato ascoltato dalla Consob: “Ho sempre detto che volevamo raggiungere un accordo, ancora lo vogliamo; adesso che siamo secondi azionisti ci sono ancora più ragioni per cui dovremmo trovarlo”, ha detto il top manager ribadendo che il gruppo francese vuole dare vita a un polo europeo anti-Netflix.

Altra partita importante quella delle Fs, che guardano al traguardo dello sbarco in Borsa entro il 2017, forte dei risultati record del 2016 annunciati dall’ad Renato Mazzoncini con utili a 800 milioni e ricavi sopra i 9 miliardi. A settembre Mazzoncini, ha presentato il nuovo piano industriale che punta a fare del gruppo un operatore di mobilità integrata, che vuole accompagnare i viaggiatori dalla porta di casa fino alla loro destinazione. E’ in questo quadro che si apre il cantiere dell’ipo che, tramontata l’opzione di quotare l’intero gruppo, prevede la quotazione delle Frecce, degli intercity e dei servizi a lunga percorrenza di Trenitalia, prevedendo uno spin off di queste attività. La tabella di marcia prevede la chiusura della partita tecnica entro la prima metà del 2017 per poi andare in borsa entro l’anno.

Sorgente: Da Almaviva ad Alitalia, le vertenze che scottano

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