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22 dicembre 1947 ore 18,30 viene approvata la COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA

Il 22 dicembre 1947 l’ Assemblea costituente approvava la Costituzione della Repubblica Italiana

Riproduciamo qui sotto l’ articolo de la Stampa , un documento a nostro avviso significativo ,nonostante una prosa piena di retorica e di un certa civetteria nel descrivere i particolari mondani

La seduta antimeridiana era finita in ritardo per l’ improvvida idea del democristiano La Pira di proporre all’ ultimo momento un emendamento che aprisse al Costituzione invocando il nome di Dio.

Poi la seduta solenne della quale a noi piace sottolineare irrituale canto dalle tribune dei “Garibaldini delle Argonne” che intonarono Fratelli di Italia, De Gasperi che ricorre al grido di Mazzini di cento anni prima .

Tralasciamo invece l’ unico costituente che non applaude e non si alza. Un monarchico

La Costituente in solenne seduta approva la Carta della Repubblica

La Costituente in solenne seduta approva la Carta della Repubblica Roma, 22 dicembre.

Alle 18,80 la campana di Montecitorio suonando a distesa ha annunciato ai romani che l’Assemblea Costituente aveva approvato il testo definitivo della nuova carta costituzionale.

Le ultime battute polemiche per concordare i particolari di dettaglio avevano trattenuto i deputati in seduta antimeridiana sino alle ore 14,30 ed il maggior calore era stato infuso al dibattito proprio dalla richiesta avanzata in extremis dall’on. La Pira che la costituzione iniziasse Invocando il nome di Dio. Le sinistre sollevarono violente opposizioni, anche perchè il tempo massimo per presentare emendamenti era scaduto. Solo l’intervento dell’on. Nitti indusse, alla fine, il proponente a ritirare la sua richiesta.

Sfoggio di toilettes La solenne seduta pomeridiana ebbe inizio alle 17,30. Le tribune erano gremitissime di un pubblico scelto, in cui le signore spiccavano per l’eleganza delle toilettes ostentate anche tra i deputati. Molti avevano indossato l’abito scuro; le deputatesse l’abito nero: particolarmente gli onorevoli e le onorevoli di estrema sinistra si distinguevano in questa concessione ad un uso di solito considerato « borghese >..

Togliatti, pur non essendo previsto un suo intervento, vestiva l’abito blu a doppio petto delle grandi battaglie parlamentari; l’on. Angelina Merlin, socialista, venne giudicata la più elegante per il suo completo da cerimonia.

Al banco del Governo sedevano i diciotto componenti la commissione che prende il nome appunto da quel numero. Tra il banco del governo e quello della Presidenza i commessi avevano collocato due urne in mogano, una color chiaro e l’altra più scuro. Su una spalliera attendevano 1 piatti colle palline nere e bianche per la votazione. Poco prima che la seduta avesse inizio, nella tribuna dei ministeri fecero il loro ingresso, una ventina di garibaldini delle Argonne In camicia rossa e tutti, per un antico privilegio, mantennero il berretto in capo durante la solenne seduta.

L’on. Terracini entrò veloce e sali al suo posto. Ai Iati gli si posero i questori Bibolotti e Mattarella. Egli annunciò brevemente che all’ordine del giorno figurava la votazione a scrutinio segreto sulla costituzione della Repubblica italiana. Prima che venisse dato Inizio alla seduta, si levò a parlare l’on. Ruini. Egli annunciò che il compito della Commissione da lui presieduta era compiuto. Tra pochi istanti avrebbe consegnato al Presidente la nuova Costituzione. Il Comitato sentiva compatto la responsabilità e l’orgoglio del suo difficile lavoro. Per la prima volta nel corso millenario della sua storia, l’Italia unita insieme si era data una costituzione che, malgrado i profeti di sciagure, non naufragherà. I nostri figli forse la modificheranno, ma questa Carta nel suo fondamento durerà molto a lungo. Essa è infatti il frutto della democrazia. < Mi onoro «— concluse l’on. Ruini — di consegnare al presidente della Assemblea il testo definitivo della nuova Carta costituzionale italiana»..

Cantano i garibaldini Gli applausi che si levarono da tutto l’emiciclo copersero per un istante il coro che i vecchi garibaldini avevano intonato: «Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta… » cantavano con la loro voce incerta i veterani in camicia rossa e nessuno protestò per quell’intervento poco regolamentare e fuori programma

Lunghi minuti durarono le acclamazioni ed il silenzio tornò nell’aula quando nella tribuna dei ministeri fini di levarsi la promessa: «Siam pronti alla morte, Italia chiamò. Sì».

La votazione iniziò dopo che l’on. Terracini ebbe ringraziato con appropriate parole l’opera svolta dall’on. Ruini e la assemblea si fu associata con un nutrito battimani. Il voto doveva avvenire col sistema cosiddetto « francese > dello scrutinio segreto per appello nominale. Il segretario, onorevole Schirattl, cominciò a chiamare ad uno ad uno i deputati. L’on. Abozzi fu il primo ad alzarsi dal suo banco, scendere la scaletta , ricevere le due palline di diverso colore da un commesso, infilare l’una e l’altra nelle due urne secondo il principio che, quando il colore della pallina corrisponde al colore dell’urna, il voto s’intende affermativo.

Pochi deputati risultarono assenti. Tutti i membri del Governo, col presidente De Gasperi, compirono il proprio dovere. Anche l’on. Terracini, per la prima e l’unica volta da quando era stato nominato presidente dell’Assemblea, rispose all’appello e scese a dare il suo voto mentre l’onorevole Conti lo sostituiva nella poltrona presidenziale. Un applauso vivace di tutti i settori della Camera lo accompagnò nella breve operazione, subito seguito da quello dei giornalisti che, per antica consuetudine, può verificarsi soltanto dopo quello dei deputati. In 67 minuti, col voto dell’on. Zuccarini, la votazione fu conclusa.

Lo scrutinio non fu laborioso ed alle 18,30 il presidente annunciò che la costituzione era stata approvata dai 515 deputati presenti con 453 voti favorevoli e 62 contrari. Nuovi applausi, dei deputati, tutti in piedi, eccetto l’on. Fabbri del partito nazionale monarchico, che non intendeva assodarsi alla manifestazione di giubilo.

L’annuncio di Terracini La campana lanciava 1 suoi giocondi rintocchi quando cominciò a parlare l’on. Terracini. * E’ con senso di nuova, profonda commozione — egli esordi — che ho pronunciato or orti la formula rituale con la quale da questo seggio nei mesi passati ho cento e cento volte annunciato all’assemblea il risultato delle sue votazioni. Quest’ultima ha riassunto il significato e gli intenti dei lavori passati, consacrando la legge fondamentale del popolo italiano. Intorno a quest’ultimo atto della Costituente si avverte oggi l’interesse del Paese, che uomini e gruppi ricacciati al margine della società nazionale hanno cercato invano di affievolire ricoprendo di contumelie, calunnie e sospetti il Parlamento ed i suoi componenti ». Avviandosi alla conclusione, dopo aver esposto il lavoro compiuto, l’onorevole Terracini ricordò la richiesta di un atto di clemenza che la Assemblea aveva formulato in occasione del lieto evento. Già al suo primo sorgere la Repubblica aveva dimostrato la sua volontà di pacificazione e ora, redatta la Carta fondamentale, essa ripeteva il suo atto di fraternità. Ancora il Presidente volle rivolgere un reverente pensiero alla memoria di quanti, caduti nella lotta contro i fascisti e contro i tedeschi, pagarono per tutto il popolo italiano il tragico e generoso prezzo di sangue per la nostra libertà. « Con voi — conchiude l’oratore — inneggio ai tempi nuovi cui, col nostro voto, aprimmo la strada. Viva la Repubblica democratica italiana, pacifica e indipendente! ». Subito dopo, appena cessati i nuovi applausi, l’on. Terracini lesse all’Assemblea, tutta in piedi, compreso l’on. Fabbri, il messaggio che l’on. De Nicola aveva inviato. Il messaggio di De Nicola «Roma, 22 dicembre 1947, ore 18,30. — La ringrazio vivamente, illustre Presidente, di avermi comunicato con cortese sollecitudine l’approvazione della costituzione della Repubblica italiana. Il mio pensiero reverente e devoto si rivolge in questo momento di sincera commozione all’Assemblea Costituente che •— sotto la sua

incomparabile e indimenticabile presidenza — ha compiuto un lavoro di cui gli storici daranno certamente un giudizio sereno che onorerà il nostro Paese per la profondità delle indagini compiute, per l’altezza dei dibattiti svoltisi, per lo zelo coscienzioso costantemente osservato nella ricerca delle soluzioni più democratiche e nella formulazione rigorosamente tecnica dei princìpi fondamentali e delle specifiche norme costituzionali; e all’Italia nostra, amata e martoriata, che dalle sventure sofferte e dai sacrifici affrontati saprà trarre ancora una volta nella concordia degli intenti e delle opere dei suoi figli le energie necessarie per il suo sicuro avvenire offrendo al mondo un nuovo esempio di eroiche virtù civili e un nuovo incitamento al progresso sociale. — Enrico De Nicola».

Terminati gli applausi si alzava a parlare l’on. De Gasperi, il quale, col Governo al completo, subito dòpo la votazione, aveva preso il suo posto al banco occupato dalla Commissione del diciotto. La parola di De Gasperi L’on. Ve Gasperi desiderava che t lavori non fossero chiusi senza che il Governo facesse udire la sua parola. Egli si associava subito al ringraziamento che da ogni parte era salito al Presidente dell’Assemblea ed era grato del pari a tutti i colleghi che tn qualsiasi maniera avevano collaborato col Governo fornendo consigli o critiche costruttive. Soprattutto ringraziava l’on. De Nicola, la cui esperienza giuridica non solo era stata di grande aiuto al procedere dei lavori costituzionali, ma anche all’attività quotidiana del Governo. Il Gm>erno, che si augura che il primo Presidente della ancora per’lungo ‘tempo la sua opera feconda, prende infine solenne impegno di attuare e far applicare la nuova Costituzione: ma accanto alla forza strumentale del potere esecutivo occorre che la coscienza morale dei cittadini intervenga a consacrare il dominio della legge.

Facendo proprio il grido di Mazzini dopo la proclamazione della prima costituzione repubblicana del 1848, De Gasperi conclude: « Dio benedica il nostro lavoro! ».

Prima che la solenne giornata avesse termine, due microfonl furono piazzati davanti al banco dell’on. Orlando. Il vegliardo non una sola volta era apparso a Montecitorio da quando aveva dichiarato, nel giugno scorso, che mai più avrebbe parlato alla Costituente. Egli si sentiva ora in dovere di rivolgere alcune parole di epilogo, cosi come aveva inviato il suo saluto –all’ Assemblea. L’età gliene dava il titolo. L’anziano Presidente ricordò con commoventi parole la missione che l’Italia deve ancora svolgere nel mondo auspicando per ilcivile progresso la concordia di tutti i cittadini.

Erano gli ultimi minuti di vita della Camera; quando il vecchio deputato siciliano alzò nell’aria il grido di passione che ha sempre animato la sua vita « Dio salvi l’Italia! », gli applausi scrosciarono fitti.

Gli onorevoli si affollarono intorno al vegliardo e poi uscirono a frotte dalla grande sala Fuori, sulla piazza, la facciata del palazzo era tutta illuminata a festa e dall’alto della torre piovevano, rintocchi festosi del campanone: l’Italia libera aveva il suo nuovo statuto.
fonte :novefebbraio.it

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