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Chirurgo, papà azero e mamma curda, ha vinto con il 53% dei consensi contro l’oltranzista Jalili portando al voto i moderati ma non i giovani del Movimento Donna Vita Libertà. Promette aperture sui diritti, ma dovrà guidare un Parlamento ultraconservatore

di Gabriella Colarusso

Nessuno l’aveva visto arrivare Masoud Pezeshkian, 69 anni, il nuovo presidente dell’Iran, primo riformista dai tempi di Khatami, era il 2005. Barba di qualche giorno, giacca blu e camicia azzurra, tono modesto e conciliante, ha prevalso sul suo sfidante, il falco ultraconservatore Saeed Jalili con il 53% dei consensi in un secondo turno che ha visto aumentare l’affluenza, precipitata al minimo storico del 40% nella prima tornata elettorale, ma comunque rimasta poco sotto il 50%. Segno che la grande protesta silenziosa dell’astensionismo non è rientrata: la maggioranza degli iraniani chiede riforme democratiche e rifiuta elezioni i cui candidati sono selezionati dall’alto. I giovani del movimento Donna, Vita e Libertà, sono rimasti lontani dalle urne, come la Nobel Mohammadi o lo storico riformista radicale Tajzadeh, entrambi in carcere.

 

Eppure il timore di una deriva ancora più autoritaria ha spinto molti alle urne per portare alla guida del Paese questo medico originario di Mahabad, nel Nord ovest dell’Iran, papà azero e mamma curda, piuttosto popolare tra le minoranze bistrattate e represse e che molti ricordano per il suo impegno negli ambulatori di provincia, per portare l’assistenza saniitaria anche agli emarginati. Personaggio non particolarmente carismatico, si è guadagnato visibilità col passare delle settimane, anche grazie all’appoggio dei riformisti storici come Khatami e Karroubi, e del’ex ministro degli esteri Zarif, figura chiave della sua campagna, ma ha giocato la partita più come centrista federando le anime moderate dei due campi, riformisti e conservatori. Per lui infatti hanno votato molti sostenitori di Qalibaf, il conservatore preferito dall’apparato ma uscito sconfitto dal primo turno, preoccupati dall’estremismo di Jalili.

 

“Tenderemo la mano dell’amicizia a tutti, anche ai sostenitori dei nostri avversari”, ha detto poco dopo l’annuncio dei risultati. Formatosi come molti rivoluzionari khomeinisti durante la guerra Iran-Iraq, combattente e medico al fronte, Pezeshkian si è laureato in cardiochirurgia e ha diretto l’Università di scienze mediche di Tabriz. La sua biografia ricorda per un tratto quella del presidente Usa Joe Biden: nel 1994 perse la moglie in un incidente d’auto, Fatemeh Majidi, e una figlia. Non si è mai risposato e ha cresciuto da solo gli altri figli, due maschi e una femmina. È stato ministro della sanità durante l’era Khatami quando scoppiò il caso di Zahra Kazemi, una fotografa freelance che, arrestata durante un’ondata di proteste, scattò delle foto nella famigerata prigione Evin di Teheran, fu torturata e morì. L’autopsia indipendente sul suo corpo non fu autorizzata.

 

(afp)

Pezeshkian non è mai stato lambito da accuse di corruzione o malaffare, diffuse all’interno del sistema, e questo ha contribuito a convincere una parte degli indecisi, ma non è un radicale, si muove nel solco della Repubblica Islamica e dei suoi principi fondamentali. Non propone riforme costituzionali, sostiene alcune cause riformiste, senza sconfessare l’establishment. Quando morì Mahsa Amini, il giorno dopo scrisse in un tweet che era “inaccettabile nella Repubblica islamica arrestare una ragazza per il suo hijab e poi consegnare il cadavere alla sua famiglia”. Giorni dopo, mentre divampavano le proteste, aggiunse che i giovani che “insultano il leader supremo… non creeranno altro che rabbia e odio duraturi nella società”. Ha anche reso omaggio pubblico ai Guardiani della rivoluzione indossandone l’uniforme in Parlamento.

 

Pezeshkian ha tentato di avvicinare l’elettorato laico e disilluso presentandosi con lo slogan “per l’ Iran”, che richiama la canzone di Shervin Hajipour, vincitore del Grammy Award, “Baraye” “Per” diventata l’inno del movimento. Ha ammesso di non avere potere sui prigionieri politici quando all’università di Teheran gli hanno chiesto conto dei tanti studenti arrestati, e ha riconosciuto la profonda disaffezione della società: “Solo il 40% (degli elettori aventi diritto) ha votato”, disse dopo il primo turno. “Il sessanta per cento non ci accetta”. Ma ha provato a offrire un percorso di cambiamento. Promette tolleranza sui diritti civili e sociali, come l’obbligo di indossare il velo – non potrà certo abolirlo ma ha potrebbe riuscire ad allentare i controlli – e maggiore apertura nell’accesso a Internet.

 

Il suo team è fatto di liberali in economia e per buona metà di filo-occidentali. Vorrebbero far riammettere l’Iran nel sistema finanziario Faft, ovvero fare riforme per la trasparenza da sempre ostracizzate dagli ultraconservatori, e riavviare un dialogo con l’Occidente per rimuovere almeno in parte le sanzioni. Non è un caso che il primo a chiamare Pezeshkian per complimentarsi sia stato Putin, preoccupato da una possibile virata a Ovest dell’Iran dopo la stagione dell’ultraconservatore Raisi che ha riempito di droni le fabbriche di armi russe. Ma il medico della teocrazia non romperà i rapporti con Cina e Russia, tenterà piuttosto riequilibrare i pesi tra Oriente e Occidente Non sarà facile portare avanti le sue politiche. Dovrà vedersela con un Parlamento dominato dagli oltranzisti e muoversi dentro i limiti imposti dalla guida suprema Ali Khamenei e dai Pasdaràn, i veri decisori della politica estera e di sicurezza del Paese.

Sorgente: Pezeshkian, chi è il nuovo presidente dell’Iran – la Repubblica


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