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di Marianella Sclavi su Vita non Profit

Si sente accennare alla analogia fra la attuale drammatica situazione in Ucraina e la crisi dei missili a Cuba del 1961-1962.  Anche in quel caso si è parlato di vigilia della terza guerra mondiale, che però è stata sventata attraverso una serie di reazioni, e di reazioni alle reazioni, che da allora in poi sono oggetto di studio in tutti i corsi di gestione creativa dei conflitti

«Spetta all’Unione Europea e ai Paesi Membri sostenere in tutti i modi l’Ucraina nel suo percorso di adesione all’Ue»: così il documento che EUcraina OdvProject Mean-Movimento Europeo di Azione Non violenta, Comitato Ventotene e Ponte Atlantico-Difesa Libertà Democraziapresentato oggi a Roma.

Domanda: si può considerare esclation consentire all’esercito ucraino di colpire le basi in terra della federazione russa dalle quali partono i missili che stanno distruggendo il loro Paese, oppure è un passo verso la possibilità di un cessate il fuoco e negoziato? La risposta è: dipende, è necessario chiarire con precisione quali siano le circostanze in cui questo atto può svilupparsi in un modo – escalation– o in uno opposto- fine del conflitto.

Spesso si sente accennare in questi giorni alla analogia fra la attuale drammatica situazione in Ucraina e la crisi dei missili a Cuba del 1961-1962.  Anche in quel caso si è parlato di vigilia della terza guerra mondiale, che però è stata sventata attraverso una serie di reazioni, e di reazioni alle reazioni, che da allora in poi sono oggetto di studio in tutti i corsi di gestione  creativa dei conflitti.

Un ripasso di questi insegnamenti può essere molto utile per fare chiarezza nell’attuale dibattito su come por fine alla guerra in corso sul continente europeo.

Di fronte all’insediamento dei missili dell’Urss a Cuba, a 90 miglia dalla Florida, il governo americano, presidente JF Kennedy, ha messo in atto una doppia strategia. Si è trattato di questo: mosse interpretabili come escalation e mosse complementari basate sull’ascolto attivo, entrambe rivelatesi utili al negoziato finale. Da un lato una mossa, quella del blocco navale attorno a Cuba, che da molti è stata denunciata come un atto che avrebbe portato alla escalation, cioè ad un approntamento dei missili già esistenti sul suolo cubano per il lancio. Le argomentazioni di allora sono del tutto analoghe a quelle in corso oggi sulla decisione di permettere alle forze armate ucraine di colpire le basi missilistiche nella federazione russa. 

Gli stessi atti hanno significati diversi e anche opposti in contesti diversi. Domanda: quale era il contesto che ha reso possibile alle forze in gioco di interpretare questa decisione non come una escalation, ma come una condizione per impostare un dialogo ? Nel caso della crisi dei missili a Cuba sono molto chiare: e si chiamano deterrenza e telefono rosso.

“Deterrenza” significa che Kennedy ha ribadito in modo inequivocabile che a qualsiasi attacco missilistico sul territorio americano, la risposta sarebbe stata non proporzionata, ma sproporzionata su quello dell’Urss. La deterrenza si basa su una  reciproca presa d’atto che se uno dei soggetti in campo fa uso delle armi atomiche, l’altro è pronto a distruggerlo. Per “distruggere” si intende come minimo far fuori l’intero apparato militare nemico. Quindi contrariamente al pianto di allarme del nostro pacifismo che Stefano Zamagni giustamente chiama “di resa”, la deterrenza non dichiara “Se usi l’atomica, moriamo”. Ma: “Se usi l’atomica muori”.

Accanto a questa determinazione senza equivoci, c’è la istituzione per la prima volta della famosa “linea rossa”, il telefono diretto fra Kennedy e Krusciov, che è un ponte per discutere più pianamente di quello che la letteratura chiama Batna: Best Alternative to Negotiated Agreement. Quali altre scelte ha ognuno di noi se non troviamo un accordo? Di questo si parlano i grandi capi,  via telefono rosso. E qui è fondamentale l’ascolto attivo, cioè l’approccio del capo delegazione per i contatti preliminari ai negoziati, che in questo caso era Mac Namara.

E’ documentato che Mac Namara abbia impostato i colloqui riconoscendo che i timori di invasione americana a Cuba, dopo l’episodio della Baia dei Porci, erano fondati e assicurando che il governo americano era deciso a fornire tutte le garanzie perché questo non si ripetesse.

Per concludere: il blocco navale sarebbe stato una mossa di potenziale escalation se da parte americana fosse prevalsa la posizione “Oddio, moriamo”, cioè non ci fosse stata la capacità di creare lo spazio per una  trattativa alla pari. Lo stesso vale per la guerra in Ucraina e per il ruolo che Usa, Ue e Nato vi stanno giocando accanto al governo ucraino.

Aggiungo che ogni volta che si ricostruiscono questi episodi , è utile non dimenticare i contesti storici più ampi. Per esempio che Fidel Castro,  una volta sconfitto il dittatore Batista , si è recato negli Usa per chiedere il loro appoggio, che gli è stato negato.  La storia non si fa con i “se”, ma i “se” sono utili per capire meglio la storia. Avremo tempo di discutere i “se” numerosissimi anche per la vicenda della aggressione russa in Ucraina. Incominciando forse da Gorbaciov, dalla caduta del muro di Berlino, dalla scomparsa del Patto di Varsavia e inettitudine della Ue di utilizzare quel momento per adeguarsi al nuovo scenario mondiale. Ma in questo caso se errare è umano, persistere è o escalation o debacle.

Foto/La Presse: il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, che ha proposto il via libera a Kiev per colpire la basi militari in Russia da dove partono gli attacchi verso l’Ucraina

Marianella Sclavi, autrice di questo articolo, è un’attivista del Mean e della Fondazione Alexander Langer

Sorgente: E se il via libera all’Ucraina per colpire le basi militari in Russia avvicinasse la fine del conflitto? – Project Mean


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