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21 July 2024
0 8 minuti 1 mese

di Clara Statello per l’AntiDiplomatico

 

L’orologio dell’apocalisse segnava 90 secondi alla mezzanotte dell’umanità a fine gennaio. La recente escalation di minacce nucleari e sempre maggiore cobelligeranza NATO può solo aver avvicinato le lancette al conto alla rovescia per l’ora più buia. La pace resta una parola utilizzata per indicare una vittoria o una sconfitta militare. La diplomazia è morta.

A scriverne l’epitaffio è il capo della NATO, che firma con la deterrenza nucleare le condizioni di pace chieste dall’Ucraina, con il sostegno dell’Occidente e dei suoi partner subalterni, al Summit svizzero.

In un’intervista pubblicata da The Telegraph lo stesso giorno in cui si è conclusa la conferenza promossa da Kiev a Burgenstock, Jens Stoltenberg ha parlato dell’intenzione della NATO di schierare più armi atomiche per “mostrare al mondo il suo arsenale nucleare per inviare un messaggio diretto ai suoi nemici”, cioè Russia e Cina.

L’Alleanza poterà i missili fuori dai depositi e li schiererà in modalità stand by. Attualmente le trattative vertono sulla quantità delle testate che saranno operarive, ma il numero, sottolinea Stoltenberg, è top secret.

“L’obiettivo della Nato è, ovviamente, un mondo senza armi nucleari, ma finché esisteranno le armi nucleari, rimarremo un’alleanza nucleare, perché un mondo in cui Russia, Cina e Corea del Nord hanno armi nucleari, e la Nato no, è un mondo più pericoloso”, afferma Stoltenberg.

Queste parole arrivano all’indomani di un G7 che ha aspramente criticato la Cina, accusata di sostenere la Russia e di aumentare la militarizzazione nel Pacifico. Tuttavia sembrano altresì dettate dalla necessità di conferire un peso alla dichiarazione congiunta siglata a conclusione di un vertice, la cui inconsistenza è marcata dall’assenza degli attori principali.

 

L’esito della conferenza di pace

Il summit svizzero è stato segnato dai grandi assenti, più che dai presenti. A parte Volodimyr Zelensky, mancavano proprio chi dovrà farsi garante di una pace giusta e stabile: Vladimir Putin, escluso dalla partecipazione, e Xi Jinping che ha di conseguenza declinato l’invito. Ha disertato invece il presidente USA, Joe Biden. Al suo posto ha inviato con una scusa la sua vice, Kamala Harris.

Il fallimento è stato determinato anche da altri fattori. In primis Kiev mirava a creare una cordata antirussa che includesse il Sud Globale. Questo risultato non è stato raggiunto.

Su 160 Paesi invitati solo 92 hanno partecipato e di questi solo 57 sono stati rappresentati da capi di Stato o di governo. La dichiarazione congiunta è stata approvata inizialmente da 80 Paesi. Poco dopo Iraq, Giordania e Ruanda hanno ritirato la propria firma. Oltre a questi, non hanno approvato il documento: Arabia Saudita, Armenia, Bahrein, Tailandia, India, Libia, Colombia, Messico, Sud Africa, Indonesia, Emirati Arabi Uniti. Hanno partecipato solo come osservatori Brasile e il Vaticano, che dunque si allinea ai BRICS e al Sud Globale, in quello che appare sempre più come uno scontro tra il vecchio mondo unipolore in declino e il nuovo mondo multipolare.

Hanno firmato la dichiarazione congiunta i membri della NATO (inclusa Ungheria, Slovacchia e Turchia), tutti i Paesi europei (incluso Serbia e Georgia) e altri Stati subalterni all’Occidente o che aspirano a diventarlo, come l’Argentina di Milei e il Cile di Boric. L’obiettivo di Zelensky di allontanare Mosca dai suoi partner del Sud del mondo non è stato raggiunto. Lo stesso ministro degli Esteri ucraino Kuleba ha dovuto ammettere il fallimento nella mancata convergenza fra questi e l’Occidente.

Infine dei dieci punti del piano di pace presentato da Zelensky nel 2022, solo tre sono stati inclusi nel documento finale:

 

  1. la sicurezza nucleare, ovvero il ritorno della centrale di Zaporozhye sotto il controllo ucraino e lo stop alle minacce nucleari da parte di Mosca,
  2. la sicurezza alimentare, dunque il ripristino delle rotte del grano con la libertà e la sicurezza di navigazione nel mar Nero e nel mar d’Azov;
  3. lo scambio di prigionieri nella formula tutti per tutti e il ritorno dei bambini ucraini sfollati da Mariupol.

 

Il principio dell’integrità territoriale dell’Ucraina resta la cornice delle condizioni di pace richieste da Zelensky e dai Paesi che lo supportano, senza però alcun riferimento al ritiro immediato delle truppe russe dai “territori occupati”. Decadono gli altri punti contenuti nel piano di pace ucraino, tra cui i processi per crimini di guerra richiesti da Kiev contro i vertici russi, in primis il presidente russo.

Al contrario, si parla del necessario coinvolgimento della Russia nel prossimo vertice (che dovrà essere quello che porterà alla pace) e si contempla la presenza di Vladimir Putin. La Svizzera ha aperto alla sua partecipazione, nonostante la condanna della CPI.

“Sono possibili eccezioni quando è necessaria la partecipazione di funzionari governativi alle conferenze”, ha affermato la presidente Viola Amherd. Tuttavia il secondo vertice, se si terrà, potrebbe essere organizzato altrove, magari in un Paese del Sud Globale.

 

Conferenza per la pace?

Con la cancellazione della sua partecipazione, il presidente colombiano Gustavo Petro ha suonato le campane a morto della conferenza di pace, che ha definito come “un allineamento per la guerra”.

“Ho deciso di sospendere la mia visita e l’invito alla conferenza in Svizzera perché l’America Latina non vuole più guerra, quello che vuole è la costruzione della pace il prima possibile”, ha dichiarato Petro in un comunicato ufficiale, nel quale ha sottolineato che la Colombia è per la pace e dunque è disposta a partecipare a conferenze che siano “dedicate alla ricerca di percorsi di pace e non alla costruzione di blocchi per la guerra”.

Mosca, per bocca del suo inviato alle Nazioni Unite, ha definito  un “raduno” anti-russo il summit di Burgenstock, il cui “obiettivo principale è presentare un ultimatum alla Russia”. La portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova ha dichiarato che il summit è stato un completo fiasco, poiché Zelensky non ha ottenuto il sostegno dei paesi dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina.

“È ormai evidente che la maggioranza mondiale non accetta le ricette Kiev-occidentali per risolvere la crisi ucraina”, ha sentenziato Zakharova, sottolineando che non esiste una valida alternativa al piano presentato poco prima della conferenza da Putin.

Il piano di pace russo ovviamente è molto svantaggioso per l’Ucraina, ma il suo gap con la road map in sei punti presentata da Cina e Brasile, lascia intendere che sarà negoziabile e che Kiev potrà raggiungere condizioni migliori per il cessate il fuoco.

Tuttavia l’Occidente intende proseguire per la strada della guerra e dell’escalation nucleare, senza ascoltare il resto del mondo. Le dichiarazioni di Stoltenberg non lasciano un margine di apertura per una prospettiva di pace. Davanti al fallito tentativo svizzero di isolare diplomaticamente la Russia, la NATO rafforza la propria deterrenza nucleare preparandosi ad uno scontro frontale fra blocchi.

Sorgente: lantidiplomatico.it


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