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Nessun grande boss della tratta è mai stato fermato. Alcuni grandi trafficanti sono ministri in Libia, e sono gli interlocutori dell’Italia, come il potente ministro degli interni Trebelsi, o capi delle milizie, come Bija, oggi alto ufficiale della guardia costiera libica

Editoriali – di Luca Casarini 19 Giugno 2024

Il G7 dunque, si è concluso con due naufragi, dove sono morte più di cento innocenti, tanti bambini. Nessuno lo dirà, il copione del vertice prevedeva i saluti finali e la foto opportunity dei “grandi”, a bordo piscina del resort di plastica a cinque stelle dove si è celebrato l’evento. Come ha avuto modo di dichiarare la presidente del Consiglio, reginetta della festa: “Le signore facevano lo shopping, e davanti alle orecchiette preparate dai nostri chef, sono rimasti tutti a bocca aperta…”. Anche i cento inghiottiti ancora una volta dalle acque della nostra fossa comune per migranti, il mare, avevano la bocca aperta. Cercavano aria per poter respirare, intrappolati nella stiva di una barca di otto metri dove erano stipati uno sull’altro, finché una barca a vela di soccorso, “Nadir” della flotta civile, non li ha raggiunti, a sud di Lampedusa, sfondando con le asce il legno di quella che era diventata una cassa da morto galleggiante.

Erano partiti da Zawia, in Libia, con l’unico mezzo possibile per cercare di salvarsi da quell’inferno. Quando si è all’inferno, tutto è meglio che l’inferno. Erano a bocca aperta, con la testa verso l’alto, con le unghie spezzate a furia di grattare quel legno che gli impediva di uscire, di avere aria.  E avevano la bocca aperta anche quei bambini, sull’altra rotta, la stessa della strage di Cutro, quando sono sprofondati in mare, dopo che la barca sulla quale navigavano in fuga dai campi di detenzione turchi, ha imbarcato acqua fino sopra le paratie. Bocca aperta, a cercare aria, e aria non ce n’è più. Quanto ci avranno messo, i grandi del G7, a finire quel piatto di orecchiette? Più o meno lo stesso tempo che un essere umano impiega per morire asfissiato. Ma non lo dirà nessuno che questa è stata la vera conclusione del G7. Un vertice tutto impostato sulla “deterrenza”. E anche questi naufragi sono il frutto della deterrenza. I “grandi” la usano per la guerra, e producono, distribuiscono, inventano più armi possibili – Stoltenberg, capo della Nato, l’ha spiegato bene: “Dobbiamo far vedere al nemico quante armi nucleari abbiamo” – e la usano anche nella guerra ai migranti, facendo vedere quanto sia pericoloso osare avvicinarsi all’Europa.

Morti in mare, carcere per chi stava al timone della barca o ha distribuito l’acqua per non morire di sete (il caso di due donne iraniane, in fuga dal regime khomeinista, e incarcerate in Calabria perché hanno dato da bere agli altri, e quindi sono complici degli scafisti), deportazioni, adesso anche in Albania, con selezione sommaria fatta in mare – tu sì, tu no – di chi, anche se sopravvissuto, va salvato o va incarcerato, campi di concentramento alle porte dell’Europa, formali come in Turchia e in Grecia, o informali come tra Polonia e Bielorussia. I naufragi, la stragrande maggioranza dei quali assolutamente evitabili, dipendono dall’assenza di un sistema istituzionale di soccorso in mare. L’Onu – ma ormai chi ascolta più l’Onu – lo dichiara esplicitamente. Il fatto che l’Europa non metta in campo una missione di soccorso, non deve stupire. È proprio attraverso la morte in mare di tutti questi bambini, uomini e donne, di tutte queste famiglie di profughi che provengono dall’Afghanistan (ah, la solidarietà internazionale per le vittime dei talebani!), dalla Siria, dal Kurdistan, dal Congo, dal Sudan, dal Bangladesh, dalla Nigeria di Boko Aram, è proprio la loro morte, attraverso annegamento, a costituire un tassello della “deterrenza”.

Una missione di soccorso apparirebbe, dicono i “grandi”, come un incentivo alle partenze. E su questo, altro che destra e sinistra. Questa unanimità nella guerra ai migranti, alle persone che si muovono nel mondo per cercare una vita migliore, è ben rappresentata dal successo registrato dalla “campagna d’Albania” della premier italiana. Scholz, quello del “la Meloni è di estrema destra”, è uno dei più entusiasti dell’idea italiana di istituire centri di detenzione per persone che non hanno commesso alcun reato, in paesi terzi, fuori dai confini europei. Edi Rama, il premier albanese dalle trascorse frequentazioni della sinistra radicale a Parigi, quando studiava, è un socialista convinto. E in Spagna, quel Sànchez “nemico dei fascisti”, con la monarchia del Marocco intesse accordi per le deportazioni nel deserto, al confine con la Mauritania, di migliaia di migranti che potrebbero altrimenti tentare di raggiungere le penisola iberica. Deportandoli, senza acqua muoiono. Ma comunque, quelli che ce la fanno, devono ricominciare il viaggio, in una specie di gioco dell’oca mortale.

E Macron? Quello che fa la Francia a Calais contro i migranti, i suoi centri di detenzione “extra legem” come a Tolone, i respingimenti persino dei bambini a Ventimiglia, dicono tutto. E così fa l’Italia, con la Tunisia e con la Libia, incentivando il “trattenimento”, con ogni mezzo, dei migranti. La Svezia sta chiudendo un accordo milionario con il Kosovo, per aprire galere per innocenti anche lì. La Danimarca ha già concluso deportazioni di rifugiati in Rwanda. La benedizione democratica alla guerra di deterrenza ai migranti, poveri, profughi, viene però da oltreoceano. È lì, negli States, come sempre, che la vecchia Europa si abbevera alla fonte della legittimità. Quello che sta facendo Biden – meglio dire chi gli fa da badante – alle donne, uomini e bambini che si mettono in marcia dai paesi del sud per raggiungere gli Stati Uniti, è molto peggio di quello che fa la Meloni qui. “Devono sapere che non conviene partire”, ha dichiarato il presidente americano. E dunque centri di detenzione, accordi con i paesi di transito, soldi in cambio di prese in ostaggio di intere carovane che si mettono in cammino e vengono massacrate di botte dalle polizie ad ogni frontiera. La divisione delle famiglie, uomini da una parte, donne e bambini dall’altra, è una delle tecniche di dissuasione. La deterrenza è una strategia globale, di destra, di sinistra e di centro. La ferocia, che qualcuno potrebbe ravvisare nel modo con cui viene applicata, più che avere a che fare con l’ideologia, trova ragione nel contesto.

Mitsotakis, il premier greco, non è un esponente di Alba Dorata, e nemmeno un alleato della Le Pen o di Salvini. Siede nel Ppe, sarà in maggioranza con i socialisti e i verdi a sostenere Ursula, “per fermare l’onda nera”. Ma la Guardia Costiera greca, su precise indicazioni del governo e con la sua totale copertura, prende i profughi da terra, e li annega direttamente in mare, gettandoli senza pietà come fossero rifiuti. Lo ha documentato la Bbc, con tanto di video inequivocabili. L’affacciarsi sul Mediterraneo, essere parte di quel “confine sud” che si vorrebbe blindato, ma che avendo il mare è impossibile da chiudere, spinge alla ferocia nell’ossessione di raggiungere l’obiettivo: fermarli. È la supremazia della “tecnica” sul discernimento umano, proprio come nelle guerre che stiamo vedendo nel nostro tempo, a condurre nelle tenebre della disumanità le scelte di chi comanda. Tecnicamente bisogna praticare il mandato politico, che è respingere. La deterrenza a mezzo di terrore, paura, incarcerazione delle persone migranti, è l’unica bussola che si sono dati, tutti, nessuno escluso.

La componente ideologica interviene dopo, come tentativo di legittimazione degli atti oggettivamente efferati che vengono compiuti, e anche come alibi. La deterrenza viene spiegata come componente della “lotta al crimine contro l’umanità rappresentato dai trafficanti di esseri umani”. Nessun grande boss della tratta è mai stato fermato. Adesso il governo italiano dice di voler usare per questo il metodo Falcone,Follow the money”. Ma nei paesi così fragili come quelli riempiti di milioni di euro per fare da “polizia di frontiera” per l’Europa, i grandi boss si sono presi direttamente i governi, o il controllo di intere fette di territorio. E quindi, anche per motivi diplomatici la grande lotta agli scafisti, si trasforma al massimo in qualche piccola operazione di facciata, contro le ultime ruote del carro. E per ottenere risultati, si spara contro i migranti, nel mucchio: centinaia e centinaia di persone nelle nostre galere sono profughi che tenevano un timone in mezzo al mare, o che hanno impedito che la barca si rovesciasse, o ancora che hanno fatto una colletta per pagare il viaggio.

Se si adottasse anche il “follow the deaths”, seguire i morti, risulterebbe chiaro che la cosa principale da fare se interessasse a qualcuno di quelle vite di donne, uomini e bambini, sarebbe una dispiegata e solida missione di soccorso in mare, gestita dall’Unione Europea. Ma così, la deterrenza, perderebbe di efficacia. Quei morti servono. A lanciare un messaggio di morte. Rivolto ai trafficanti? No di certo. Chi riceve in anticipo i soldi da chi deve partire, non ha certo il pensiero di come può andare a finire per il disperato che con in braccio i figli, lo paga. È questa la morsa micidiale dell’ultimo miglio, che tocca ai migranti: la loro vita non vale più niente, dopo che hanno pagato, per chi li fa partire, e vale solo in negativo, in quanto invasori e corpo del reato, per chi dovrebbe accoglierli. In mare, a questo status di “corpo”, “nuda vita” in partenza e “corpo del reato” in arrivo, si prova “tecnicamente” a far corrispondere un qualche dispositivo legale. Il “contrasto all’immigrazione clandestina” esercita supremazia sul soccorso in mare. Quelle vite, per essere ridotti a “corpo”, non possono appartenere a qualcuno con lo status di “naufrago”, altrimenti la Convenzione di Amburgo e le leggi del mare prevarrebbero e metterebbero in moto ciò che per deterrenza non si vuole fare, cioè soccorrerli. Vengono così derubricati, nelle circolari e negli ordini di servizio, a “migranti in transito”. Dal G7 gli “sherpa” delle varie delegazioni hanno fatto sapere di non aver trattato, per mancanza di tempo, uno dei temi che è già da tempo nelle agende: la modifica della Convenzione di Ginevra, proprio sui migranti e rifugiati. I respingimenti di massa, quella convenzione, li vieta. Il vecchio testo, fonte di diritti e garanzie per gli esseri umani che fuggono e cercano un approdo, uno dei pilastri di quella che dopo la seconda guerra mondiale abbiamo chiamato “civiltà”, è ritenuto “non più adatto ai tempi”.

Come spesso accade, tutto quello che di illegale e disumano si vede praticare dai governi, in spregio proprio alle convenzioni internazionali, ha bisogno poi di trasformarsi in nuova legge. Prima o poi metteranno in linea il diritto internazionale con la loro “tecnica”, e dunque ciò che prima era impensabile diverrà la norma. Parafrasando si potrebbe dire “trovato l’inganno, fatta la legge”. L’unanimità, da destra a sinistra delle politiche di “deterrenza”, che al netto di qualche particolare, è confermata dal consenso trasversale per il “Migration Pact” approvato in Europa con le sole opposizioni dei governi che ne volevano uno più duro ancora contro i migranti. La famosa formula usata spesso dai democratici è “il fenomeno migratorio va governato e non combattuto”. Ma la loro idea di “governo” è sempre dentro il solco del “respingimento”. L’approccio di una come la Meloni, che sul “combattere” i migranti ci ha costruito la sua fortuna politica, è in questo senso molto di “sinistra”. Minniti ha iniziato, in maniera molto rozza, ad approntare lo schema, con il patto Italia-Libia che la Meloni mai ha mancato di sostenere prima dall’opposizione e oggi dal governo. Alcuni grandi trafficanti sono diventati ministri in Libia, e sono gli interlocutori dell’Italia, come il potente ministro degli interni Trebelsi.

Allora la “sinistra” invece scendeva a patti con capi delle milizie come Bija, oggi alto ufficiale della cosiddetta “guardia costiera”. I viaggi, continui, della premier italiana con Ursula von der Leyen in Tunisia, danno l’idea di come il “rozzo” schema della sinistra di Minniti e Gentiloni, sia stato surclassato dall’iniziativa di alta propaganda della destra. Sono diverse nella sostanza? Assolutamente no. Sono diverse nella “tecnica” anche narrativa, ma soprattutto nella costruzione di un dispositivo che ha portato tutta l’Europa a “rivendicare” questo modo di “governare il fenomeno”. Il pensiero unico sulla migrazione è egemone. Chi volesse romperlo, dentro i suoi gruppi di riferimento in Europa, dovrebbe fare le barricate dopo queste ennesime stragi per imporre una missione di soccorso europea nel Mediterraneo e nello Jonio.

Chi volesse davvero cambiare registro, dovrebbe imporre al proprio gruppo, nel mentre si erige la “diga contro l’onda nera”, di vincolare a qualsiasi voto per formare un governo, un piano di evacuazione dalla Libia di donne, uomini e bambini che vi sono imprigionati, di almeno ventimila persone all’anno, non con i numeri dei corridoi umanitari di oggi, 1500 in tre anni. Ma questo non accadrà, perché non vi è nessun pensiero alternativo in circolazione da quelle parti. Un po’ come accade per la guerra. A quelle stragi, e a questo pensiero unico, ci si oppone da fuori. Da dentro i palazzi, sparuti individui che sono riusciti ad entrarci, possono aiutare. Sostenere chi sfida le leggi ingiuste, disobbedendo alla morte predestinata per altri esseri umani. Quegli sparuti individui, possono contribuire se si mettono al servizio di ciò che sta crescendo fuori, che è un’altra Europa davvero. Fatta di tante e tanti diversi tra loro, laici e religiosi, atei e credenti, ma che tra far vivere e far morire, non hanno mai avuto alcun dubbio, e non devono chiedere il permesso a nessuno per scegliere ciò che vogliono essere.

Sorgente: Fare affogare bambini, per ridurre gli sbarchi: la deterrenza del G7


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