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Il governo ha stanziato 61 milioni per chi vince le cause contro la Germania. Ma Avvocatura di Stato e burocrazia ostacolano i pagamenti. E i deportati, dopo 80 anni, ancora aspettano.

«Si trattò di gravissimi crimini di guerra, contrari a qualunque regola internazionale e all’onore militare. E, ancor di più, ai principi di umanità». Parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che il 25 aprile scorso ha scelto di trascorrere la festa della Liberazione a Civitella in Val di Chiana (Arezzo), dove il 29 giugno del 1944 uno squadrone nazista circondò la piazza ed entrò in chiesa, mentre era in corso la messa. Divisero i fedeli in piccoli gruppi e li uccisero con un colpo alla testa, uno dopo l’altro. Infine incendiarono le case, bruciando vivi quei pochi che erano riusciti a nascondersi nelle soffitte. I morti di Civitella furono 115. Ad ascoltare Mattarella c’era anche Cipriano Boniti, che aveva 8 anni quando gli uccisero il padre, e ha consegnato una lettera al presidente, chiedendogli di intervenire per sbloccare i risarcimenti alle vittime delle stragi naziste che da ottant’anni aspettano giustizia. «Non è una questione di soldi – dice Boniti – ormai siamo vecchi. È per affermare il principio che abbiamo subito un grave torto».

I numeri della strage

L’Atlante delle stragi nazifasciste in Italia ha contato 5.607 episodi di violenza, che hanno portato all’uccisione di 23.669 persone, 1.521 delle quali avevano meno di 16 anni. A questi eccidi si aggiungono coloro che finirono nei campi di lavoro e nei lager del Terzo Reich dopo l’8 Settembre 1943: 716.000 militari italiani internati, 33.000 deportati politici e 9.000 ebrei e zingari d’Italia. Dal Dopoguerra in avanti si è aperto il tema di come risarcire le vittime dei crimini nazisti, ma ancora oggi la stragrande maggioranza di quelle vittime o dei loro discendenti sta ancora aspettando.

I soldi della Germania Ovest

Il passo più importante risale al 1961, con gli accordi di Bonn: la Repubblica Federale Tedesca paga all’Italia 80 milioni di marchi (in due tranche, qui e qui) e l’Italia si impegna a sospendere ogni altra pretesa risarcitoria. In realtà, sulla base delle leggi approvate negli anni successivi, quei soldi finiscono a chi ha investito nella moneta e nelle banche del Terzo Reich, mentre per le vittime dei criminali nazisti si applicano criteri molto restrittivi, col risultato che delle 323.731 richieste vagliate dalla commissione governativa, ne vengono accolte appena 12.673, quasi tutti deportati per motivi politici o razziali, mentre sono soltanto 1.077 gli indennizzi agli ex internati militari, a fronte di 266mila domande. Ma di quali cifre stiamo parlando? Per un deportato che morì ad Auschwitz, negli anni Sessanta la famiglia fu risarcita con 432.859 lire, che alla rivalutazione di oggi corrispondono a 4.686 euro.

I processi

Per decenni prevale l’orientamento che vieta di condannare, sulla base delle proprie leggi, gli atti commessi da uno Stato estero. Ma le cause intentate dai sopravvissuti ai lager e agli eccidi – sostenuti da Joachim Lau, un avvocato tedesco che ha dedicato la vita alle vittime italiane – nel 2004 spingono la Cassazione a riconoscere la giurisdizione italiana per i crimini contro l’umanità commessi dai soldati del Terzo Reich a danno dei nostri connazionali e, da lì in poi, fioccano le sentenze che condannano la Germania a cospicui risarcimenti. I tedeschi rifiutano di pagare e fanno ricorso al Tribunale dell’Aja e nel 2012 la Corte internazionale dà loro ragione, riconoscendo l’immunità tra Stati ma auspicando un nuovo accordo con il governo italiano. In realtà, i tavoli per le trattative non iniziano neppure, e nel 2013 l’Italia fa una legge che vieta di processare altri Paesi quando si è già pronunciata la Corte di Giustizia internazionale. La norma viene però bocciata dalla Consulta e i tribunali italiani possono riprendere da dove avevano lasciato, arrivando perfino a pignorare gli immobili di proprietà della Repubblica federale sul territorio italiano. A quel punto, la Germania fa un nuovo ricorso a L’Aja.

Il fondo Draghi

Il 30 aprile 2022 il governo Draghi decide di mettere la parola fine: ci penserà lo Stato italiano a risarcire le vittime delle stragi nazifasciste, e istituisce il Fondo per le vittime del Terzo Reich con una disponibilità di 55 milioni di euro. Poi arriva il governo Meloni che a luglio 2023 conferma il fondo e lo estende a 61milioni di euro: 20 milioni per il 2023 e 13.655.467 euro per ciascun anno dal 2024 al 2026. Per averne diritto serve che la causa civile sia stata promossa dalla vittima (o dai suoi eredi) entro il 31 dicembre 2023, una sentenza di condanna alla Germania, e la quantificazione del risarcimento del giudice. Tutto chiaro quindi? Manco per niente.

Giuliano non ha sofferto abbastanza

Tribunale di Firenze: Mirella fa causa per la morte del padre Giuliano nell’eccidio di Passignano, il 23 luglio del ’44, quando i nazisti fucilarono 12 civili inermi. Ai magistrati, racconta: «Avevo compiuto 8 anni ed ero in braccio al mio babbo quando un tedesco mi ha buttato a terra e sono stata raccolta da mia zia. Mio padre e gli altri uomini sono stati trovati in un bosco: erano stati fucilati». Mostra i registri comunali dell’epoca, gli atti della procura militare e dei carabinieri che indagarono, le denunce dei testimoni oculari. Tutto dimostra che il racconto è autentico. Eppure l’avvocatura dello Stato italiano chiede al giudice di non condannare la Germania, perché non si può essere sicuri che il padre di Mirella sia morto proprio nell’eccidio e non in un contesto diverso. E comunque, azzarda: anche fosse morto per mano nazista, la sofferenza patita da Giuliano non va risarcita perché i soldati del Reich l’hanno ucciso subito. Il giudice dispone 50mila euro di risarcimento perché la morte nell’eccidio è dimostrata e il papà di Mirella ebbe almeno 15 minuti di tempo (da quando fu strappato alla famiglia a quando gli spararono nel bosco) per rendersi conto che stava per morire. L’avvocatura dello Stato a dicembre 2023 ha presentato ricorso. Adesso pare che le parti abbiano trovato un accordo (Mirella si è però dovuta impegnare a non chiedere mai più un soldo alla Germania) ma di pagare il risarcimento ancora non se ne parla.

La nipote di Sandro Pertini

Tra coloro che hanno fatto causa c’è anche Diomira Pertini, figlia di Eugenio, il fratello dell’ex presidente della Repubblica Sandro Pertini. Nel 1944 aveva 10 anni, il padre era nella Resistenza e ogni tanto veniva a farle visita. «Un giorno – ha raccontato Diomira – ci sediamo al tavolo di un ristorante e mentre aspettiamo io comincio a fare i capricci perché mi aveva promesso una bambola. Ma le mie lagne vengono interrotte da un uomo in divisa, una SS, che punta la rivoltella e gli intima di seguirlo». Eugenio Pertini viene prima torturato e poi deportato nel campo di concentramento di Flossenbürg, dove morirà l’anno seguente durante una delle terribili «marce della morte». La prima udienza si è svolta a maggio in tribunale a Genova. E anche in questo caso l’Avvocatura si oppone sostenendo che vanno dimostrate le sofferenze patite dalla vittima (come se non bastasse il nome, Flossenbürg, per evocare uno dei lager peggiori) e le modalità della morte. La prossima udienza, a settembre.

Lo Stato dice no ai risarcimenti

Le cause civili avviate contro la Germania sono 1.350, circa la metà nel distretto della Corte di Appello di Roma, poco meno di 200 in quello di Venezia. Lo Stato tedesco non riconosce l’iniziativa dei magistrati italiani, non si presenta in tribunale, e quindi viene dichiarato contumace. In aula si costituisce invece l’Avvocatura dello Stato italiano con lo scopo di opporsi al risarcimento, o quanto meno ridurne il più possibile l’ammontare. Le ragioni accampate sono diverse. Ecco le principali: il reato di riduzione in schiavitù cade in prescrizione; l’internamento in un lager e i lavori forzati non sono un «crimine contro l’umanità» se la vittima è un soldato; il «trattamento inumano» è avvenuto in Germania, quindi a decidere dev’essere un tribunale tedesco. Le prime sentenze danno ragione alle vittime: la competenza è italiana e reati tanto gravi non si prescrivono. Lo Stato tedesco viene quindi condannato, e lo Stato italiano deve risarcire. Ma siccome l’Avvocatura spesso fa ricorso, la vittima deve attendere la sentenza definitiva e poi mandare copia al ministero dell’Economia, che gestisce il Fondo, e che per legge ha 180 giorni di tempo per pagare. Le prime richieste risalgono a settembre, di mesi ne sono passati otto, e ancora non hanno visto un soldo. A titolo di esempio: Mirella e Cipriano di anni ne hanno 88, Antonio (che ha passato 24 mesi in un campo di concentramento) ne ha 107. È questa la parte spregevole: faccio una legge per riconoscerti un diritto e poi utilizzo tutti i cavilli che consentano al tempo di stendere il definitivo velo.

Sorgente: Corriere della Sera


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