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La guerra infinita dell’occidente al tramonto

di Carlo Formenti

 

Qualche settimana fa ho commentato su queste pagine il numero 3 della rivista Limes (“Mal d’America”), dedicato alla crisi egemonica degli Stati Uniti. L’appena uscito numero 4, dal titolo “Fine della guerra” (dove la parola fine va letta sia come il fine – lo scopo – che come la fine), che affronta nuovamente il tema da un altro punto di vista, mi è parso ancora più interessante, per cui credo sia giusto dedicargli un ulteriore riflessione.

Come nel numero precedente, il punto di vista della rivista, pur critico nei confronti della (assenza di) strategia che caratterizza il modo in cui Stati Uniti ed Europa affrontano la duplice sfida di Russia e Cina, non è anti-occidentale. Si tratta piuttosto del tentativo di iniettare nel bagaglio ideale del blocco atlantico una robusta dose di realismo.

Nel numero 3 si citavano come campioni di tale approccio personaggi quali George Kennan ed Henry Kissinger, due “monumenti” di un pensiero conservatore che mira al contenimento del nemico senza innescare una catastrofica Terza Guerra Mondiale. Nel numero 4 l’approccio viene riproposto, ma l’obiettivo di “moderare” il conflitto senza rinunciare ai propri obiettivi è qui associato, più che all’esempio di singole figure storiche, al paradigma di una disciplina, la geopolitica, che “educa al limite, frena le pulsioni più sconsiderate dei contendenti mentre li include nella stessa equazione in ossequio al principio di realtà” (la citazione è tratta dall’editoriale, cui mi riferirò qui in prevalenza, introducendo spunti da altri articoli che ne condividono lo spirito, mentre ignorerò quelli che esibiscono toni affini al mood propagandistico della stampa mainstream).

Parto da una affermazione cruciale contenuta nell’editoriale: oggi la guerra non può più essere razionalizzata dal paradigma di Clausewitz, che la definiva come la continuazione della politica con altri mezzi. Il modello non funziona più perché la guerra “si è emancipata dalla politica”.

L’eclisse del politico, cioè dell’unico fattore in grado di determinare il fine della guerra, impedisce che se ne possa sancire la fine. Introduco qui una prima riflessione critica. Più avanti vedremo come il carattere illimitato della guerra postmoderna venga associato al venire meno di un pensiero strategico occidentale ma, al tempo stesso, “Limes” non può né vuole rinunciare ad attribuire lo stesso peccato alla controparte: va bene criticare la logica bipolare buono/cattivo che ispira la propaganda occidentale, ma ammettere che il “cattivo” siamo noi sarebbe chiedere troppo. Ecco perché, dopo Clausewitz, viene chiamato in causa il filosofo della violenza simmetrica, René Girard (1). Costui, com’è noto, teorizza che la radice della violenza interumana affonda nel “desiderio mimetico”, cioè nell’identificazione con la (presunta o reale) volontà di potenza altrui. Si innesca così il meccanismo di “feedback positivo” analizzato da un altro autore di punta della scuderia Adelphi, Gregory Bateson (2). Un meccanismo imitativo che è replicabile all’infinito: violenza chiama violenza, “Fino a perdere il senso stesso della difesa e dell’attacco, dell’aggressore e della vittima”.

In questo modo si dà per scontato che il “nemico” (Russia, Cina e tutti i popoli e le nazioni che si oppongono al dominio occidentale) sia mosso dalle nostre stesse pulsioni (volontà di potenza su tutte). Più avanti cercherò di mostrare come questo approccio, anche dandone per scontata la buona fede, sia frutto dell’incapacità di “vedere” l’altro. Eppure anche in questo “depistaggio” girardiano troviamo un passaggio rivelatore: l’uso illimitato della forza è sintomo “della tendenza all’estremo”, scrive l’estensore dell’editoriale, che “da fine Settecento accelera il corso della storia”. Genialità e cecità al tempo stesso della visione geopolitica: l’annotazione storica è più che azzeccata, ma come non cogliere che tendenza all’estremo e accelerazione temporale hanno a che fare anche e soprattutto con la cattiva infinità dell’accumulazione capitalistica? (3).

Limes non coglie questa connessione ovvia per il punto di vista marxista, in compenso suggerisce che, tradotta in geopolitica, questa tendenza all’estremo ci parla del miraggio della occidentalizzazione del mondo “figlio della rivoluzione francese”. Anche se sarebbe più corretto parlare di un parto della rivoluzione borghese, e non solo francese (perché non riconoscere i “meriti” delle rivoluzioni inglese e americana?), la scelta trova giustificazione nel fatto che i “diritti universali” (4) figli dell’89 parigino ed “esportati” in Europa sulla punta delle baionette delle armate napoleoniche, hanno affascinato l’idealismo hegeliano che vi ha scorto il compimento della storia umana (il “deragliamento della teleologia hegeliana” lo definisce l’editoriale di Limes). Dopo il crollo dell’Urss, che per quasi un secolo aveva messo in dubbio la narcisistica auto identificazione occidentale con il destino dell’umanità, Fukuyama (4) ha potuto rilanciare l’annuncio hegeliano. E’ così scattata la trappola (vedi l’articolo di Fabrizio Maronta “L’incidente dell’Occidente”) che “immagina il binomio democrazia liberale-capitalismo come forma definitiva e più alta della vicenda umana” e rafforza “la pericolosa convinzione che l’Occidente sia destino ineluttabile perché privo di alternative, dunque desiderabile da tutti e ovunque” (ibidem).

Poco importa che più di meta dell’umanità non si dimostri impaziente di ricevere i nostri “doni”. Se molte democrazie occidentali sono meno popolari di diverse autocrazie perché cinesi e russi (ma l’interrogativo vale per molti altri popoli) dovrebbero imitarci? L’interrogativo è cruciale perché – sorvolando su quella catalogazione del resto del mondo alla voce “autocrazie” – il fatto di non porselo fa sì che “noi occidentali continuiamo a concepire le guerre come estrema risorsa del progresso di cui ci siamo intitolati l’esclusiva”. L’illimitismo dei limitati genera mostri, al punto che in nome dei diritti umani “ci si può anche suicidare con tutto il pianeta”.

La prospettiva del suicidio è tutt’altro che campata in aria, ove si consideri che, dopo la breve pausa in cui l’impero Usa ha potuto accarezzare il sogno di un dominio senza confini né alternative, è dopo che questo sogno è andato a sbattere contro un nuovo “muro” che non separa più Est da Ovest ma Nord da Sud, la reazione americana appare tanto folle quanto disperata. Folle perché non tiene conto di quel principio di realtà, in assenza del quale nessuna tregua (per tacere della pace) è negoziabile, disperata perché sopravvaluta la propria presunta superiorità a partire dal mancato riconoscimento del fatto (già messo in luce dal precedente numero della rivista) che “la potenza non dipende tanto dagli arsenali militari quanto dalla disponibilità di una collettività a battersi”.

Non dubito che qualche marxista “ortodosso” sarà a questo punto tentato di liquidare come “sovrastrutturali” le argomentazioni appena esposte, obiettando che io stesso le ho liquidate poco sopra, associando l’illimitatezza delle pulsioni imperiali a stelle e strisce al principio di illimitatezza che anima il processo di accumulazione capitalistico. Perché inseguire fantasmi ideologici, dal momento che la ferocia con cui il blocco occidentale si precipita verso una Terza guerra mondiale è frutto della necessità imposta da una crisi economica di gravità tale che solo la guerra potrà risolverle? Replicherò a questo approccio meccanicista/economicista in sede di conclusioni. Prima intendo discutere gli altri due talloni di Achille (oltre a quello della sopravvalutazione della propria superiorità militare) che indeboliscono il fronte occidentale, evidenziati dall’analisi di Limes: la perversione del principio di realtà da parte del principio di narrazione (storytelling) e il fondamentalismo religioso che si nasconde dietro l’esaltazione di presunti principi universali.

L’articolo di Giuseppe De Ruvo (“La guerra postmoderna e il principio di irrealtà”) punta il dito contro la svolta “narrativista” della nostra cultura. Si potrebbe dire che il suo ragionamento mette in luce un paradosso che chi scrive ha a più riprese evidenziato, criticando l’annuncio della fine dei grand récit di Jean François Lyotard (5): decretando la fine dei “grandi racconti” – o delle ideologie di emancipazione – gli accademici postmodernisti (e i loro volgarizzatori giornalistici) non hanno indebolito il potere suggestivo delle ideologie; lo hanno al contrario elevato all’ennesima potenza perché, relativizzando il valore di verità di tutti i discorsi, lo hanno rimpiazzato con le loro capacità “performative”, cioè con la capacità di “produrre” verità, con buona pace del principio di realtà. “Il principio di realtà”, scrive De Ruvo, “è stato assassinato dall’avvento dello storytelling e dal concetto di narrazione”, per aggiungere qualche riga sotto: “viviamo ormai in uno ‘storiverso’, ovvero in un mondo in cui non si dà più analisi del reale…ciascuno si sceglie la narrazione che preferisce indipendentemente dalla sua aderenza ai fatti”. La tragedia è che anche la guerra diventa narrazione slegata da ogni strategia, “tentativo di vincere la guerra raccontandola”.

Purtroppo per gli Stati Uniti, la loro è una narrazione è fuori tempo: se il sogno americano non funziona più in casa, recita l’editoriale, figuriamoci se può funzionare fuori. Ma l’establishment a stelle e strisce non sembra preoccuparsene: continua a seminare il caos in nome di obiettivi tanto ambiziosi quanto irrealizzabili e finisce per credere alla sua stessa propaganda. Mentre politici e giornalisti europei, degradati a un ruolo ancillare nei confronti del partner d’oltreoceano, appaiono come cinici ripetitori di “verità”cui non credono, sull’altra sponda la propaganda assume infatti le vesti della fede. Il che ci porta all’eccezionalismo americano e alla sua radice fondamentalista, tema affrontato dall’articolo di Tony Smith (“La legge di Abramo”). Non è un caso, scrive Smith, se i destini di Usa e Israele appaiono strettamente intrecciati. Non è solo questione del ruolo di Israele in quanto cuneo politico-militare, avanguardia dell’imperialismo occidentale piantata nel cuore del Medio Oriente: il fatto è che Usa e Israele condividono le stesse attitudini teocratiche al puritanesimo, all’essenzialismo, all’eccezionalismo e al militarismo. Una comune cultura della vendetta (non della giustizia!) che è tratto distintivo dell’Antico Testamento: “i due paesi condividono attitudini religiose fondamentaliste per molti versi incompatibili con gli ideali democratici di eguaglianza e umanitarismo che pure ne informano la retorica”. Una cultura, aggiungerei, che mentre trova espressione nel sincretismo della lobby neocons che mixa ispirazioni veterotestamentarie e calviniste, richiama alcuni tratti del fondamentalismo islamico, colorando di ipocrisia i discorsi che parlano di un ordine internazionale basato sul diritto.

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Vengo all’incapacità di vedere/riconoscere l’altro da sé che già sul precedente numero Limes addebitava all’Occidente in generale e agli Usa in particolare. Nel mio commento osservavo tuttavia che in molti articoli di quel fascicolo era riscontrabile la stessa incapacità (strutturale o intenzionale? Personalmente ritengo sia dovuta a entrambe le ragioni). Questo limite è ancora più evidente in questo nuovo numero. Il punto è la presunta simmetria fra i contendenti. Richiamavo sopra il riferimento a Girard e alla violenza mimetica: le idee di questo autore vengono usate per legittimare la tesi secondo cui la crescente resistenza del Sud globale all’impero euro-americano (più americano che euro) sarebbe causata dal fatto che la globalizzazione (oggi rigettata dall’America che l’aveva esaltata e difesa da una Cina che, secondo Limes, aspira a sua volta a eleggersi a guida mondiale) avrebbe occidentalizzato i paesi emergenti, inducendoli ad adottare la stessa logica dell’Occidente.

Nell’editoriale si cita una dichiarazione di Xi Jinping, proferita al fianco di Putin, in cui il presidente cinese diceva “stiamo vivendo cambiamenti che non abbiamo visto da cent’anni e noi li guidiamo insieme”, dichiarazione che certificherebbe la volontà egemonica, simmetrica a quella del competitor americano, del dragone. Viene cioè ignorata come pura propaganda – narrazione simmetrica alle narrazioni occidentali – l’insistenza con cui il governo cinese sostiene di volersi impegnare nella costruzione di un mondo multipolare, in cui nessuna nazione possa arrogarsi il ruolo di egemone globale. Con lo stesso scetticismo viene accolto il discorso di Andrej Susenkov (decano della facoltà di relazioni internazionali dell’Università di Mosca), il quale, intervistato da Limes, attribuisce lo stesso obiettivo alla Russia, che “vuole che si arrivi a un nuovo sistema internazionale equilibrato, regolato da un principio di realismo e dalla consapevolezza di nuove condizioni che impediranno il dominio e l’egemonia di un unico paese”, aggiungendo poco dopo che “Gli Stati Uniti non sono ancora in grado di rinunciare a una postura di dominio unilaterale dell’ordine internazionale”, e rammaricandosi del fatto che l’Europa abbia smesso di agire in base ai propri interessi in ragione di un’autonomia sempre più limitata nei confronti degli Usa.

È evidente che i redattori di Limes, oltre a sottolineare la natura tattica e contingente della convergenza fra Russia e Cina, unite dalla necessità di far fronte all’aggressività americana ma divise da storie e interessi tradizionalmente conflittuali, non credono ai proclami di Mosca e Pechino, perciò, mentre invitano a scongiurare i rischi di escalation, propongono una variante aggiornata della teoria del contenimento di Kennan: l’idea è congelare il conflitto scommettendo sul fatto che una strategia attendista consentirebbe di sfruttare quella che definiscono “la freccia più acuta all’arco delle società aperte” vale a dire “il grande limite del decisionismo economico e più in generale del dirigismo”, destinati alla lunga a mettere in crisi il progetto cinese.

Questa speranza ci fa capire come nemmeno gli intellettuali più raffinati dell’establishment occidentale riescano a venire a capo del mistero cinese. Washington si era illusa che l’apertura cinese al mercato globale avrebbe indirizzato la Cina verso la fine del socialismo e la transizione alla liberal democrazia. Del resto il capitalismo americano non aveva forse goduto dei benefici della WalMart Economy (6), vale a dire della chance di usare il made in China come una droga per i lavoratori, mascherandone l’abbassamento del tenore di vita? Come è potuto succedere che questa sinergia cino-americana si sia rovesciata in un boomerang, creando le condizioni per la transizione della Cina da fabbrica del mondo a leader mondiale nei settori tecnologici avanzati e verso la conquista del primato negli investimenti diretti nel Terzo Mondo? Nemmeno Limes saprà rispondere a tale domanda finché resterà ancorata al dogma liberista della presunta superiorità delle “società aperte” rispetto alle economie miste ad alto intervento pubblico (il punto è che si pensa ancora alla Cina come a una variante del modello sovietico, ignorando l’alto tasso di flessibilità che le riforme della fine dei Settanta hanno introdotto nel meccanismo della pianificazione socialista (7)).

Altrettanto difficile sembra prendere atto del fatto che l’avversione cinese alla guerra non è un mero espediente propagandistico. Benché il nuovo numero di Limes ospiti un articolo di due accademici cinesi “americanizzati” (You Ji e Zhang Shu, “Pechino combatterà suo malgrado”) nel quale si ribadisce che l’avversione alla guerra è una costante della lunga storia cinese, che anche i recenti conflitti di confine (India, Urss, Vietnam) hanno confermato che la Cina subordina gli obiettivi militari a quelli politici (i primi devono essere giustificabili e vantaggiosi, ma soprattutto limitati), e infine che la visione strategica della leadership cinese dà più importanza alla difesa che all’offesa.

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Concludo riprendendo, come promesso, il tema della idiosincrasia del marxismo ortodosso – leggasi meccanicista in filosofia ed economicista in materia storico sociale – nei confronti delle argomentazioni geopolitiche sul tipo di quelle appena analizzate. Il punto è che questo approccio è ancora impigliato nella opposizione schematica struttura/sovrastruttura, eredità mai smaltita del diamat staliniano. Secondo questa visione, le considerazioni di Limes sui punti deboli dell’Occidente, Usa in primis, come la sopravvalutazione della propria potenza militare, la perdita di senso di realtà generata dal paradigma postmoderno che rimpiazza i fatti con la narrazione, la fede religiosa nella propria missione di diffusione mondiale dei principi liberal democratici, ecc. sono puri orpelli ideologici che servono a mascherare gli interessi imperialistici del capitalismo a stelle e strisce.

Questo approccio non dovrebbe più godere di alcuna legittimazione, dopo che il pensiero di due giganti del marxismo come Gramsci e Lukacs (per citare solo le figure più eminenti) ha restituito all’ideologia il suo carattere di potenza materiale, fondamento dell’egemonia delle classi dominanti non meno decisivo dei rapporti sociali di produzione nel determinare il corso della storia. La follia della strategia del caos americana, la determinazione suicida a spingere il conflitto fino alle soglie dell’olocausto nucleare, non si spiegano solo con gli interessi economici, con la necessità di fronteggiare la crisi con il keynesismo di guerra; oggi non si può guardare al rischio di conflitto mondiale con gli stessi occhiali con cui guardiamo alla Seconda guerra mondiale, perché una guerra totale non sarebbe più un mezzo per distruggere e successivamente ricostruire, riavviando il meccanismo inceppato dell’accumulazione, ma causerebbe la fine dell’umanità, capitalisti compresi. Da questo punto di vista spaventano assai di più le deliranti macchine propagandistiche di un Occidente che, come denuncia Limes, ha sostituito la realtà con i suoi sogni al limite del delirio mistico.

Ciò detto, è evidente che i deliri in questione possono prendere corpo perché la crisi capitalistica in corso è qualcosa di più di una banale crisi ciclica. Come scrive l’amico Alessandro Visalli in una mail che mi ha inviato qualche giorno fa (e che spero amplierà in un articolo da pubblicare su queste pagine) “Comincia ad affacciarsi uno schema. Cercandone le radici bisogna riferirsi al movimento di fondo del nostro tempo: il tramonto della egemonia tecnica, economica e politico-militare dell’Occidente. Questo movimento, di portata storica, conclusione di un ciclo di mezzo millennio, ha conseguenze in ogni direzione e talvolta inattese”. E più avanti, ragionando sul fatto che mentre il Nord del mondo “ha sognato di porsi come guida della transizione a un mondo fondato su tecnologie smart e rinnovabili”, Cina e India lo hanno fatto, “mobilitando ciclopici investimenti pubblici e quindi anche privati”, conclude che le nostre “disfunzionali società rette dalla valorizzazione privata, miope ed a cortissimo raggio” si rendono oggi conto di non riuscire a competere. Mi fermo qui, in attesa di ricevere il seguito di questa provocazione per avviare un dialogo più ampio e approfondito.


Note
(1) Cfr. R. Girard, La violenza e il sacro, Adelphi, Milano 1980.
(2) Cfr. G. Bateson, Verso un’ecologia della mente, Adelphi, Milano 1976.
(3) La “cattiva infinità” (rivisitazione marxiana di un concetto hegeliano) che anima il processo di accumulazione capitalistica è al centro dell’intera opera di Marx, il quale vi riconosce la causa ultima e inestirpabile delle crisi.
(4) A proposito dei cosiddetti diritti universali dell’uomo, che le rivoluzioni borghesi hanno elevato a principio assoluto, Marx scriveva che nessuno di essi “oltrepassa l’uomo egoista, l’uomo in quanto è membro della società civile, cioè l’uomo ripiegato su sé stesso, sul suo interesse privato e sul suo arbitrio privato, e isolato dalla comunità”.
(5) Cfr. J-F Lyotard, La condizione postmoderna, Feltrinelli, Milano 1980.
(6) Giovanni Arrighi, fra gli altri, ha analizzato la cosiddetta WalMart Economy in quanto dispositivo che, grazie ai prezzi contenuti dei prodotti cinesi importati in America e distribuiti dalla catena WalMart, ha permesso al capitale Usa di ridurre il costo di riproduzione della forza lavoro e di abbassare i salari senza provocare tensioni sociali. Su questa fase dell’interscambio cino-americano vedi, dello stesso Arrighi, Adam Smith a Pechino, Feltrinelli, Milano 2007.
(7) Sulle caratteristiche del socialismo in stile cinese vedi quanto ho scritto in Guerra e rivoluzione, vol. II (“Elogio dei socialismi imperfetti”), Capitolo Primo.

Sorgente: Carlo Formenti: La guerra infinita dell’occidente al tramonto


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