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Lo sciopero della fame costituisce un gesto politico terribile e disperato. Avevo 20 anni nel 1981 quando Bobby Sands e nove altri militanti dell’Ira lo portarono alle estreme conseguenze, morendo di fame nel carcere di Maze. In Italia, il maestro di questa modalità di lotta politica fu Marco Pannella. Iniziò nel’69 sul divorzio. Ricordo la preoccupazione di noi ragazzini, che nel’75 ci affacciavamo alla politica, per quello sull’aborto. Poi ci furono scioperi sul carcere: nel 2011 ormai ultraottantenne assunse solo liquidi per tre mesi. Pannella minò la propria salute ma spesso ottenne importanti risultati in termini di visibilità politica intorno a scandali che il potere vuole tenere nascosti. Il caso Cospito ha riportato alla ribalta nei mesi scorsi lo sciopero della fame: sei mesi contro il41-bis, fortunatamente interrotti dopo aver ottenuto con il proprio sacrificio personale quantomeno una riapertura del dibattito sulla compatibilità di quel regime carcerario con la legalità costituzionale.
Da ormai due settimane un allievo disubbidiente di Marco Pannella, il professor Davide Tutino, fra i promotori del pacchetto referendario su pace e sanità pubblica di Generazionifuture.org, sta lottando contro un’altra prigionia in cui siamo tutti rinchiusi, vittimizzati dal potere pubblico e privato. Rispetto alla guerra in Ucraina il referendum è infatti la sola modalità di risposta popolare capace di incidere a livello costituzionale (nell’impotenza parlamentare dovuta ai numeri di chi si professa contrario all’invio di armi). In democrazia bisogna consentire al popolo di conoscere per deliberare ed è qui che il potere ci ha rinchiusi tutti in una prigione terribile, una “camera dell’eco” che divide e mette tutti contro tutti, in modalità tifoseria calcistica.
Gli anticorpi per questa deriva oscurantista – nel senso etimologico del termine, che cioè vuole oscurare la possibilità per ogni elettore di fare qualcosa di concreto firmando per il referendum – dovrebbero essere l’informazione radiotelevisiva e quella giornalistica.
Ebbene: nessuno (dicasi nessuno) spazio è stato offerto ai promotori su Rai e Mediaset; praticamente nessuno su La7, unica rete nazionale in controtendenza; la tv dei cittadini Byoblu, il cui bacino tuttavia è a sua volta prigioniero della “camera dell’eco”, risultando diviso in una moltitudine di gruppuscoli spesso monotematici.
Circa i giornali, nessuno spazio su Stampa, Corriere della Sera, Repubblica, Domani, manifesto, Sole 24 Ore. Unica eccezione: Il Fatto Quotidiano. Appena qualche apertura da Avvenire e La Verità. Come fanno i cittadini a sapere che è partita la raccolta referendaria? Il tempo stringe e le 500mila firme valide vanno consegnate fra 40 giorni.

Tutino ha deciso di fare del suo corpo la clessidra del tempo che passa. Un tempo che la congiura del silenzio mediatico ci ruba tenendoci prigionieri della nostra “camera dell’eco”. In verità, è proprio il referendum che fa paura al potere e a tutti i partiti che, non avendolo organizzato, non lo controllano. Infatti le manifestazioni di piazza, i girotondi, le staffette, le marce – che sono nobili impegni – non hanno denti costituzionali per mordere e non danno troppa noia. Solo coi referendum inizia un processo in grado di rendere il popolo (sebbene con limiti) legislatore diretto, per cui ciascun maggiorenne esercita pro quota una funzione costituzionale firmando ai banchetti, sul sito di generazionifuture.org o nel proprio Comune.
Bobby Sands, Marco Pannella, Alfredo Cospito sono infine riusciti a far discutere il merito delle proprie battaglie. Ci riuscirà Davide Tutino? Per farlo smettere serve un fatto politico alla portata di ciascuno di noi: firmare i referendum subito. Altrimenti lacrime da coccodrillo.


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