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La segretaria del Pd: “No alla donna sola al comando”. Malumori anche dalla Lega

L’incontro è finito. Hanno picchiato duro per un’ora. Nel gelo più totale. “Lei, Presidente….”, «”vede, onorevole…”. Adesso però Giorgia Meloni prende da parte Elly Schlein. Davanti agli altri temperatura artica, battute aspre. Nel faccia a faccia si passa al “tu”. Venti minuti, forse anche di più. Colloquio fitto e segreto. Per dirsi che comunque il rispetto non deve mancare, che servirebbe restare nei binari del confronto. Ma anche per confermarsi che “le divergenze sono tante, tantissime”. Insormontabili.

Prima, se le sono date di santa ragione. Premierato forte, fortissimo, lascia intendere Giorgia Meloni. Sembrano quasi i pieni poteri. La presidente del Consiglio si appella continuamente al popolo, richiama il rispetto del “voto dei cittadini”, invoca il “mandato popolare” per immaginare l’elezione diretta del capo dell’esecutivo. Solo così si arriverà a una “democrazia matura”. Sono principi “ir-ri-nun-ci-a-bi-li”. È in quel momento che Schlein si ferma, la guarda, sibila: “E allora, Presidente, perché non la monarchia illuminata?”. E poi: “Diciamo no a una donna sola al comando”. La leader incassa. Ripete dal primo pomeriggio una parola, soprattutto: “Stabilità”. Così tanto, così tenacemente, che la segretaria dem tagliente: “Presidente, la vedo troppo preoccupata sulla stabilità del suo governo…”.

 

 

Gelo pubblico, dialogo privato: questo vale per Schlein. Con gli altri leader dell’opposizione il copione è diverso: premierato e battute, spaghetti con le telline e (sempre) pieni poteri. È la prima volta che Meloni da premier si confronta con l’arte della mediazione. Di solito alza i decibel nei comizi, come l’altro ieri ad Ancona. Il clima è disteso. Quando Antonio Tajani scherza con Angelo Bonelli da Ostia – “ci hai portato le ostriche?” – la presidente del Consiglio si mette in scia del leader verde e rilancia: “Va bene, Angelo, accettiamo anche gli spaghetti con le telline”. Però poi prende fiato e a tutti consiglia, caldamente consiglia di aggregarsi al percorso riformatore: “Signori, io comunque andrò avanti. Perché ho un mandato popolare”.

Prova a convincere le minoranze che è meglio restare al tavolo. Giura di non volerlo fare per costruire un meccanismo che le assicuri, appunto, pieni poteri: “Non lo faccio per me, lo lasceremo al prossimo governo. Penso al Paese”. Ma appena qualcuno annuisce, rilancia: “E comunque, io andrò avanti, ho il dovere di dirvelo”. Non raccoglie moltissimo, a ben guardare. Il sostegno del Terzo Polo sul premierato, e chissà se durerà. Potrà approvare una riforma a maggioranza, nello scenario migliore. Ma senza i due terzi del Parlamento. Significa referendum costituzionale, che preoccupa moltissimo Palazzo Chigi.

Clima sostanzialmente disteso, si diceva. Lo è ancora di più con Carlo Calenda e Giuseppe Conte. A entrambi offre il «tu». Il leader di Azione – come parlasse per un attimo al posto di Matteo Renzi – prova a scherzare: “Se vuoi, possiamo darti consigli sugli errori da non commettere…”. Pensa al referendum costituzionale che costò Palazzo Chigi all’ex sindaco di Firenze. “Volentieri, grazie…”, replica, senza neanche simulare scongiuri.

A un certo punto Benedetto Della Vedova e Riccardo Magi di +Europa provano a chiederle: “Presidente, va bene quello che pensiamo noi, ma lei cosa ha in mente?”. “Stabilità”, ripete, mentre Tajani socchiude gli occhi stremato dalla maratona. “Ma guardi che anche Draghi era stabile, e pure popolare”. “Però non era stato eletto – prende le distanze la leader – E poi tanto stabile non era, visto che è caduto”. Sgambettato dagli alleati di destra, a dire il vero.

Beve acqua liscia, prende appunti assieme ad Alfredo Mantovano. Fuma nella sala riservata. Poi parla alle telecamere. E Matteo Salvini? Lui tace, ostinatamente. Una sfinge. È furioso. Manda avanti i suoi. “Noi non siamo favorevoli alla bicamerale e neanche al premierato, l’intesa è sul presidenzialismo”, si lascia sfuggire in Transatlantico Edoardo Rixi, salviniano di ferro. Sono gli stessi dubbi che esprime il capogruppo Riccardo Molinari: “L’accordo è sull’elezione diretta del Capo dello Stato. Se Meloni pensa al premier, vogliamo garanzie sul ruolo del Parlamento, che non può essere privato dei suoi poteri”. Poche ore dopo, Meloni pretende una rettifica. La verità è che Salvini teme che parlare di premierato possa dilatare i tempi dell’autonomia, che pretenderebbe per le Europee del 2024. Due riforme, due interessi divergenti: può finire con uno scambio, oppure con la deflagrazione.

Sorgente: “Voglio i voti del popolo”. “E perché non un re?”. Il gelo tra Meloni e Schlein poi 20 minuti a tu per tu – la Repubblica


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