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24 July 2024
0 10 minuti 1 anno

di Riccardo Maggiolo

Per far trovare lavoro ai disoccupati c’è una soluzione semplice, ma non interessa a nessuno(ansa )L’approvazione del Decreto lavoro da parte del Governo rappresenta infatti ai miei occhi la negazione pressoché totale dell’idea e della pratica per cui mi sono battuto e mi batto: che il lavoro sia anzitutto una questione sociale, e che bisogna puntare tutto sulle relazioni

01 Maggio 2023 alle 11:12

Ha un bel dire Giannis Antetokounmpo nell’affermare che “Nello sport non esiste il fallimento”. Ha ragione, ma nella vita il fallimento esiste eccome. Lo sport o è un gioco o è una professione: se è un gioco il fine è il divertimento, e quindi è vero, non si “fallisce” mai; se è una professione, in un certo senso hai già vinto perché sei in quell’élite: puoi essere sconfitto e provarci la prossima volta senza troppe conseguenze. Ma la vita non è come lo sport – ci sono delle analogie, ma forse dovremmo riflettere un po’ sull’abusata retorica dello “sport maestro di vita”. Nella vita a volte ti imbarchi in progetti che falliscono: punto. E bisogna saperlo riconoscere.

Oggi vivo un mio personale, spettacolare fallimento. Perché oggi si è palesata la più perfetta e totale sconfitta di quella che è stata la mia battaglia professionale negli ultimi dieci anni. Spero quindi di guadagnare verso di voi lettori quel minimo di indulgenza e simpatia per permettermi di fare, una volta tanto, un “uso privatistico” di questo blog raccontandovela. L’approvazione del Decreto lavoro da parte del Governo rappresenta infatti ai miei occhi la negazione pressoché totale dell’idea e della pratica per cui mi sono battuto e mi batto: che il lavoro sia anzitutto una questione sociale, e che nello specifico per trovarlo bisogna puntare tutto sulle relazioni.

Quando, nel 2013, fondai Job Club, lo feci perché venni a contatto con una profonda e potente verità, che fino a quel momento per non so quali ragioni mi era quasi completamente sfuggita: nel lavoro più di tutto contano le relazioni. E no, non sto parlando delle “raccomandazioni”, dei “cerchi magici”, del “pedigree” – che contano: certo, inutile negarlo – ma dei contatti, delle conoscenze, delle connessioni umane. Cose che, insomma, chi più chi meno, abbiamo tutti, ma che in pochi associamo al lavoro e alla sua ricerca.

Qual è il modo con cui trovano lavoro gli italiani? Oltre una persona su tre tramite relazioni parentali e amicali, una su cinque inviando una candidatura spontanea, e una su nove venendo direttamente contattata dal datore. Quindi, dal momento che è probabile che anche nei casi di auto-candidatura e della chiamata diretta ci sia qualche conoscenza in comune a “oliare i meccanismi”, praticamente il 70% delle persone in Italia trova lavoro grazie ai contatti personali. Le agenzie per il lavoro? Fanno il 5%. Gli annunci di lavoro? Un altro 5%. Il resto lo fanno autoimprenditorialità e pubblico impiego.

Per anni ho ripetuto in ogni dove questi dati, e la risposta è sempre stata “Eh, sì sa: gli italiani, le raccomandazioni…”: ma dati simili si riscontrano in tutto il mondo. Ovunque il lavoro si trova con le persone e tramite le persone, basandosi sulla fiducia e la conoscenza molto più che sulle competenze e sui titoli. E questo per il semplice fatto che – incredibile a dirsi – il lavoro è fatto dagli esseri umani molto più che dai bilanci. Insomma, il lavoro è un fenomeno primariamente sociale e politico, e solo poi economico e produttivo – lo stiamo scoprendo ora, in abbondante ritardo, con le persone che non si trovano o se ne vanno, e non tanto o solo per questioni di carriera o di stipendio.

Ma d’accordo, non bastava dirle queste cose: occorreva darne prova. E quindi ecco i Job Club: gruppi di 8-12 persone, le più diverse possibile, che si incontrano gratuitamente e, coordinate da un trainer, condividono un percorso di dieci incontri con esercizi per imparare come si cerca lavoro e come ci si candida in maniera efficace. Negli anni ne abbiamo promossi centinaia in tutta Italia, anche collaborando con enti pubblici importanti. I risultati? Oltre la metà delle persone ha trovato lavoro prima ancora di finire il percorso (e perlopiù non stiamo parlando di persone ad alto profilo o occupabilità), con nove partecipanti su dieci che comunque si dicevano “riattivati”.

Ogni tanto mi veniva chiesto il motivo dell’efficacia del nostro approccio. Fossi stato veramente furbo, avrei potuto forse dire di aver creato un algoritmo in grado di fare il “matching” perfetto. Fossi stato solo scaltro, avrei magari potuto affermare  che si doveva tutto al metodo di nostra proprietà: ai contenuti, agli esercizi, ai trainer. Ma alla fine rispondevo (accidenti a me) sempre con sincerità: la vera differenza la faceva semplicemente il fatto che la gente in cerca di lavoro usciva di casa e si incontrava. Smetteva così di sentirsi un rifiuto della società, di stare in casa a inviare compulsivamente inutili CV on-line, e iniziava invece a incontrare persone nuove, a parlare di lavoro, a credere in sé stessa e negli altri. Tutto qua. Semplice, quasi gratuito, efficace.

Ho raccontato questa storia e questa esperienza a migliaia di persone: da ministri in giù. Ne ho scritto molte volte su questo blog e altrove. Il risultato? Il progetto probabilmente chiuderà i battenti quest’anno. Perché, vi chiederete voi, un metodo che ha dimostrato sul campo di riuscire a risolvere uno dei problemi principali della nostra società e in maniera pure economica non è stato adottato, promosso, diffuso? Anche in questo caso potrei dire per mancanza di fondi, di investimenti, di capacità di “scalare”, di limiti miei e del mio team. E sarebbe vero, ma solo in parte. Se però volete tutta la verità, penso sia questa: perché l’esperienza Job Club racconta una storia che non interessa e quindi non convince nessuno.

Perché tutti noi, chi più chi meno, siamo intimamente convinti che un disoccupato sia al meglio una persona con competenze e capacità scarse o poco spendibili e al peggio uno scroccone scansafatiche. E di conseguenza questa persona non va tanto aiutata e inclusa, quanto punita e isolata. Non va, per esempio, incoraggiata a capire cosa vuole fare, ma obbligata a fare quello che vuole il mercato; non va sostenuta nel valorizzare le proprie competenze, ma costretta ad acquisirne altre che si ipotizza siano più richieste dalle aziende; non va supportato con un reddito che gli permetta di pianificare una ricerca paziente ed efficace, ma “affamata” con un gettone che al massimo gli paghi qualche spesa costringendola così a trovare uno stipendio, qualunque sia, il prima possibile.

Questa impostazione, già intuibile in tante politiche attive del lavoro varate fin qui, ha oggi assunto concretezza nella maniera più plastica possibile con il “Decreto lavoro” emanato oggi dal Governo Meloni. E non pensiate che sia una “distorsione” della politica; l’esito dell’incompetenza e superficialità della nostra classe dirigente. Basta guardare agli esiti del recente sondaggio per cui il 63% degli italiani approva una restrizione del reddito di cittadinanza per capire che non è così. Oppure pensare a quanto odio e derisione abbiano raccolto in questi anni i navigator: chiara espressione del profondo fastidio che molti provano all’idea di dare a chi cerca lavoro si possa dare un supporto anche umano, di medio-lungo periodo.

Ma la cosa forse più triste è un’altra. Dieci anni fa, quando ho iniziato a promuovere Job Club, un corso gratuito per trovare lavoro incontrava spesso interesse e partecipazione: oggi non è più così. Abbiamo talmente abituato le persone a pensare che per trovare lavoro basta qualche click o andare a fare qualche colloquio in agenzia che oggi l’idea di un corso di dieci incontri sembra ai più una cosa decisamente troppo lunga e faticosa. Abbiamo talmente promosso l’idea che il mercato del lavoro sia un meccanismo asettico di domanda e offerta, basato sui titoli e competenze e gestito da automatismi, che non di rado l’unica cosa che interessa a chi cerca lavoro è strappare un pezzo di carta, una qualifica; “barrare caselle” il più velocemente possibile.

Ecco, questa è la storia del mio fallimento. Però, a rischio di sembrare indulgente con me stesso, mi sento di affermare che è stato un bel fallimento. Un fallimento che ha aiutato tante persone, dato un po’ di lavoro e introdotto qualche buona pratica tra gli enti che si occupano di politiche attive. Il fallimento annunciato di questo decreto lavoro, invece, che alla fine produrrà un po’ di formazione fondamentalmente inutile perché imposta ai partecipanti e allo stesso tempo metterà in difficoltà decine di migliaia di persone, credo sarà un brutto fallimento. L’ennesimo, e di cui tutti siamo un po’ responsabili.

Sorgente: Per far trovare lavoro ai disoccupati c’è una soluzione semplice, ma non interessa a nessuno – HuffPost Italia


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