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Tomaso Montanari
Oggi #donMilani avrebbe compiuto cento anni. E di una cosa sono certo: se fosse ancora tra noi, parlerebbe ancora con la sua lingua, insieme tenera e dura. La lingua del Vangelo: sì sì, no no. Non direbbe che le armi salvano vite, ma che «le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove». E di fronte a chi vuole difendere l’etnia italiana, ripeterebbe: «Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri». E, a rischio di essere additato come un pericoloso terrorista, certo reclamerebbe ancora: «il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi». Più di tutto, però, combatterebbe («le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto») contro l’ultima perversione della scuola pubblica, quella di piegarla anche nel nome al ‘merito’: la definitiva trasformazione della scuola in «un ospedale che cura i sani e respinge i malati», facendo «parti eguali tra diseguali». (E temo che tornerà, in una di queste notti, a tirare i piedi ai suoi sinceri amici, se non si dimettono dal comitato nazionale che dovrebbe onorarlo, e in cui è entrato, somma offesa, proprio il ministro del Merito). Don Lorenzo credeva nella santità della scuola: credeva che solo attraverso la scuola avvenisse quel pieno sviluppo della persona umana che sia la Costituzione sia il Vangelo indicavano come la via maestra. E quando si trovò, lui che aveva studiato all’Accademia di Brera, a decorare coi suoi ragazzi la piccola chiesa di Barbiana, il posto d’onore lo dette a questo piccolo, anonimo, santo Scolaro: senza volto per essere il patrono di ogni studente e di ogni insegnante che credano davvero nel loro lavoro di liberazione. Il priore fece il disegno, e un ragazzo fu mandato a Firenze, a farsi donare da una vetreria scarti di vetri di ogni colore. «Don Lorenzo – racconta il suo allievo carissimo Michele Gesualdi – osservava l’avanzamento dei lavori … un giorno vide che i ragazzi facevano i fiori petalo per petalo. “Non così – disse – nell’opera d’arte si guarda all’essenziale, i fiori si fanno con un colpo di spatola”. E fece il suo… Così in quel prato sono rimasti i fiori degli allievi: curati, precisi. E quelli del maestro, tipo macchia di colore». Don Lorenzo era «un maniaco dell’arte anonima, e del lavoro d’équipe» (parole con cui definiva Giovanni Michelucci, sentendolo vicinissimo a sé): anche in questo, inarrivabile maestro d’amore.
da Twitter: Tomaso Montanari

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