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Chi è stato amato subito per quello che è non sa il dramma che vivono gli altri

Michela Marzano

Vi è mai capitato di prendere un figlio o una figlia tra le braccia, e dire: non importa, va bene lo stesso, ti voglio bene, proteggi te stesso, te stessa, che sei la cosa più importante, ché il resto si aggiusta, si aggiusta sempre tutto? Io non ho figli, ma ho imparato a farlo con i miei studenti e le mie studentesse: non importa, va bene lo stesso, qualunque cosa si aggiusta, ormai lo dico, va detto e ripetuto, ne hanno bisogno i più piccoli, altro che sforzati! concentrati! non mollare! dai! C’è troppa pressione su di loro, e le aspettative sono così tante che è diventato davvero difficile, a tratti impossibile, riuscire anche solo a immaginare di valere qualcosa indipendentemente da quello si fa e da ciò che si ottiene. Difficile spiegare altrimenti l’epidemia di suicidi in università cui si sta assistendo in questi ultimi anni, oppure le balle che qualcuno prova a raccontare ai genitori, esami mai fatti, paura di fallire, crisi si panico, e poi la colpa, terribile, di non essere all’altezza. E ve lo dice una che ci ha messo una vita a capirlo, e che le aspettative l’hanno quasi ammazzata, e non lo dico così, a mo’ di metafora, ma sul serio: stavo morendo. Mi stavo per laureare, tutti 30 e lode, una tesi preparata a Oxford e, a un certo punto, ho smesso di mangiare: era più facile dire “no” al cibo, che dire “no” ai miei genitori o ai miei maestri; era più facile andarmene, che deluderli; più facile non vivere più, che arrendermi all’idea che non sarei mai stata all’altezza delle loro aspettative.

Ovviamente, nessuno di loro ammetterebbe mai una cosa del genere, e infatti, mio padre non l’ha mai capita questa strana malattia che all’improvviso era piombata sulle spalle della figlia – figlia amatissima e perfetta, ma appunto. Non ero perfetta, non lo ero manco per niente, e non ce la facevo più a cancellarmi per essere quella che pensavo (ero convinta, ne ero certa) di dover essere. Che poi, forse, non era nemmeno intenzione dei miei genitori trasmettermi l’ossessione del controllo e della perfezione, tutto ciò che dicevano e facevano era per il mio bene, sono sicura che fossero persuasi di agire in nome del bene, così come sono convinta che tanti genitori e tanti insegnanti vogliono il meglio per i propri figli e i propri alunni. E se il meglio fosse altrove? Se il meglio fosse ciò che già siamo, sebbene non perfetti, anzi, spesso imperfetti e inadeguati? Perché, poi, a cosa esattamente ci si dovrebbe adeguare? Chi (o cosa) è giusto o sbagliato?

Erich Fromm, nell’Arte di amare, dedica alcune pagine molto belle all’amore dei genitori per i figli. Ma racconta anche il dramma del non-amore. Se un bambino sente che quell’amore (che non ci dovrebbe essere bisogno di conquistare o meritare) non c’è, la vita rischia di diventare una tragedia. «Se non c’è, scrive Fromm, è come se tutta la bellezza fosse uscita dalla vita, e non c’è niente che io possa fare per crearlo». Perché tanti genitori continuano a ignoralo? Perché fanno finta che l’amore sia automatico, e che non ci sia bisogno di mostrarlo o manifestarlo? Perché immaginano che i figli debbano sforzarsi di corrispondere alle loro aspettative, insegnando che tutto si merita e si conquista?

Chi è stato amato subito per quello che è, forse non sa il dramma che vivono gli altri, coloro che si sono sforzati, e sacrificati, e adeguati per ottenere briciole di amore. Forse non capisce nemmeno che tutto ciò che poi accade nella vita è una conseguenza di quegli istanti. E allora, talvolta, si stupisce quando tu lo guardi in attesa di un gesto o di un sorriso. E magari ti prende in giro: a una certa età bisognerebbe finirla con queste lamentele non pensi? Non sa che cosa significhi fare di tutto per non pesare, attirare l’attenzione o sottomettersi alle aspettative altrui. Sebbene la storia che viviamo sia quasi sempre la conseguenza di quei primi anni di vita, quando si è indifesi e si dipende completamente dagli altri, e ciò che occorre per diventare grandi è un amore incondizionato, privo di “se” e di “ma”, che è poi la base della fiducia in sé stessi, dell’amore per gli altri e del rispetto reciproco. Ma di rispetto, oggi, ce n’è poco. Fin dall’inizio. Quando si lascia credere ai ragazzi e alle ragazze che per essere accolti si devono conformare e crescere in fretta e meritare stima. Come se nulla venisse spontaneo, e ci si dovesse guadagnare a caro prezzo perfino il diritto di esistere. «Quando sarai grande capirai». «Quando sarai grande mi ringrazierai». Frasi buttate lì come un’evidenza. Anche se di evidente non hanno niente, a parte la minaccia recondita di sentirsi diseredati da chi avrebbe invece il dovere di amarci nonostante tutto.

Chissà se tutti quei genitori che non la smettono di ripetere ai figli quanto siano bravi, o al di sopra degli altri, si renderanno conto, prima o poi, di quanta sofferenza ci sia dietro gli sforzi fatti per corrispondere alle loro aspettative. Chissà se, fieri dei successi dei propri figli, riusciranno mai a domandarsi cosa si celi dietro la corsa folle e disperata che hanno fatto queste ragazze e questi ragazzi per compiacerli, e la smetteranno di velarsi gli occhi, e cominceranno a capire che l’amore non si merita e non si strappa. Chissà se, pian piano, finiranno col capire pure loro quanto quell’amore ossessivo possa impedire agli adorati figli di scoprire la gioia di vivere. Perché talvolta l’amore soffoca e, invece di rendere liberi, trasforma l’esistenza in una sequenza senza fine di cose da dire, fare, ottenere, strappare.

Io, di figli, non ne ho. La vita, per me, ha deciso altrimenti. Ma se c’è una cosa che ho imparato grazie alla sofferenza e alle tenebre che ho attraversato è che, se avessi avuto un figlio, avrei cercato di amarlo così com’è, con le sue differenze e le sue paure, la sua voglia di essere accettato e il suo desiderio di diventare grande e indipendente. Avrei cercato, lo ripeto, visto che è estremamente difficile smettere di voler cambiare i figli, o aggiustarli, o anche solo indirizzarli affinché possano pian piano orientarsi nel mondo. Avrei comunque provato a spiegare loro quant’è stato faticoso, per me, imparare ad accettarmi, e smetterla di domandare agli altri conferme continue sul mio valore (ci sono riuscita davvero? fino in fondo? completamente?) senza però, al tempo stesso, illudermi che non ci sia bisogno di impegno e sacrifici per realizzare i propri sogni. Perché anche questo è vero, e talvolta non basta nemmeno impegnarsi e sacrificarsi per veder un sogno diventare realtà. E allora la via che un genitore ha davanti a sé è stretta stretta: dare l’esempio senza imporsi, aspettarsi qualcosa, ma non troppo, e poi, a conti fatti, avere la forza di dire ai figli che va bene lo stesso, non importa, non c’è nulla che valga tanto quanto la vita pure se qualcosa va storto (tanto c’è sempre qualcosa che, nell’esistenza, va storto).

Sorgente: Quando sarò grande non ti ringrazierò – La Stampa


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