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Una giornata con i soldati della Decima Brigata da montagna Edelweiss: «La porta del Donbass non può cadere». Vietato parlare del numero di morti e feriti

di Lorenzo Cremonesi

BAKHMUT — Quando irrompe il rombo della deflagrazione misto al flash dei razzi che partono verso il cielo è impossibile non sobbalzare. È un fracasso che offende i timpani e lascia nell’aria l’odore acre della dinamite.

Si fa presto a urlare ogogn — gli artiglieri ucraini usano il termine russo per dire «fuoco» — ma mettersi in salvo prende molto più impegno perché, una volta sparata la salva dei sei missili montati sul camion, poi si deve scappare il più rapidamente possibile. «Via, via veloci. Abbiamo sei o sette minuti prima che i russi individuino la nostra posizione e cerchino di colpirci. Se poi hanno già in aria i droni kamikaze Lancet, allora il tempo a nostra disposizione si riduce a meno della metà», gridano correndo come forsennati soldati e ufficiali della Decima Brigata da Montagna Edelweiss. Militari incalliti, abituati al rumore esasperato e al caos minaccioso della battaglia, molti di loro combattono nel Donbass sin dal 2014 e restano quasi indifferenti al continuo tambureggiare di colpi d’artiglieria da 152 millimetri e al sibilo dei missili Grad che arrivano dalla collina scura incombente all’orizzonte, sei chilometri davanti a noi.

 

Battaglia nel pantano

Ma se l’adrenalina aiuta ad accelerare i movimenti, il fango li rallenta in modo esasperante. Correre nella mota è faticosissimo, gli scarponi sembrano come imprigionati nell’impasto vischioso, scuro di pioggia, s’affonda e s’inciampa nelle tracce dei mezzi pesanti profonde quasi come trincee. Salire sul cassone scivoloso del camion lanciamissili può essere quasi un’impresa, mentre gli autisti imprecano fissando preoccupati il cielo grigio e intanto premono la frizione tenendo al massimo i giri del motore, che stride sbuffando fitte volute di fumo oleoso. Un soldato cade e quello dietro lo alza di peso per fare più in fretta. «I camion carichi sfiorano gli ottanta all’ora, ma in questo pantano raggiungono a malapena i dieci», dice il puntatore, che vorrebbe essere già oltre il prossimo filare.

Siamo rimasti con loro una giornata intera tra le colline marcate da campi coltivati e macchie di boscaglia, che caratterizzano l’area settentrionale tra la cittadina assediata di Bakhmut e quelle contese di Siversk (in mano ucraina) e Soledar (presa dai russi) appena più a nord. «Questi mezzi lanciarazzi sono stati donati dalla Repubblica Ceca, li chiamano Vampire, costruiti sul modello dei Grad russi con un raggio compreso, a seconda dei tipi di missili, tra i 20 e 40 chilometri. Noi siamo qui da oltre due mesi. Il nostro compito è fermare i russi che cercano di accerchiare Bakhmut da nord per poi raggiungere Kramatorsk e mirare alla conquista dell’intero Donbass», spiega il 24enne tenente-maggiore Vladislav, che è soldato da 7 anni, ha frequentato l’accademia militare e adesso comanda i plotoni lanciamissili.

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Il nostro inviato Lorenzo Cremonesi in una trincea poco fuori Bakhmut

Lui e i suoi uomini stanno accampati in piccole buche scavate nella terra e coperte da tronchi. Tra gli alberi vicini sono visibili alcuni cannoni semoventi di fabbricazione polacca coperti da teli mimetici, ci mostrano anche un’area dove sono posizionati gli ormai celebri Himars lanciamissili a lunga gittata americani, ma fotografarli è assolutamente vietato. Come pure non possiamo riprendere le «tane» dei più recenti M-270 made in Usa, anche loro ormai parte integrante del duello a distanza con l’artiglieria russa: troppo preziosi per metterli a rischio. Sparano meno degli altri e spesso li fanno arretrare in luoghi più sicuri.

Freddo e morte

Nelle trincee l’umido è sovrano, loro provano a scaldarsi con piccole stufe a legna molto rudimentali, ma durante le giornate limpide ogni fuoco è vietato per non rivelare le posizioni. «I russi bombardano tanto, specie con l’artiglieria da 152 millimetri, dispongono almeno del triplo dei nostri proiettili. Ma sono altamente inaccurati, in realtà in questo settore non ci hanno quasi mai colpiti», dice l’ufficiale, senza però rivelare le loro perdite. Un agente dell’intelligence che ci scorta in prima linea vieta qualsiasi domanda sul numero di morti o feriti. È top secret. I comandi ucraini sono ben contenti di enfatizzare le perdite russe qui nel «tritacarne» di Bakhmut, si parla di circa 800 tra morti e feriti quotidiani, da giugno i mercenari della milizia privata Wagner avrebbero subito oltre 30.000 morti, in massima parte prigionieri comuni reclutati dalle carceri russe in cambio del condono della pena. Però anche gli ucraini si dissanguano, con perdite che sembra superino ai 200 tra morti e feriti gravi ogni giorno. E comunque questi soldati al fronte non sono per nulla disposti a sottovalutare il nemico. «I russi mandano anche soldati esperti, non solo carne da cannone. Gente che sa combattere, si muovono anche di notte, piccole ondate di 20 o 30 uomini, muniti di visori notturni, coraggiosi, s’infiltrano nelle retrovie, sono una minaccia costante», spiegano.

Visione dall’alto

Sino a una decina di giorni fa sembrava che Kiev volesse ritirarsi da Bakhmut, ma poi ha deciso di restare nella speranza di eliminare il massimo numeri di nemici in vista dalle prossime offensive. La sfida resta aperta. «Disponiamo di munizioni a sufficienza per difenderci. Siamo certi che di qua i russi non potranno passare. Però non bastano per sostenere una nostra offensiva. Attendiamo che arrivino rinforzi dagli alleati: munizioni, cannoni, missili. E soprattutto ci servono droni di ogni tipo, sia per osservare che per sparare. I russi hanno nuovi modelli molto efficienti e riescono adesso ad abbattere facilmente i nostri, che non sappiamo come rimpiazzare. Ormai un esercito senza droni è come un cavaliere cieco», aggiunge il comandante.

Con lui e tre dei suoi uomini marciamo su tratturi di fango e campi aperti per circa cinque chilometri in direzione della strada asfaltata. Più indietro ci sono gruppi di casupole coi tetti scoperchiati. «Lasciate una distanza minima di 5 metri da chi vi precede e in caso di attacco disperdetevi subito», ordinano mostrando i crateri più recenti contornati dai rottami dei razzi russi. Tra le piante si vedono i resti inceneriti di un grosso cannone semovente. «Lo hanno colpito una settimana fa», ammettono, ma di più non vogliono dire.

Sorgente: Bakhmut, tra adrenalina e fango: «Fuoco, poi via veloci: 6 minuti prima che arrivino i razzi russi»


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