0 3 minuti 1 anno

La contestazione dell’inno alla Carta costituzionale antifascista non è stata l’ennesima occasione, avuta e sprecata, per Matteo Salvini di tacere. Si è trattato piuttosto dello scomposto attestato di esistenza di un leader in piena crisi di consensi

di Carmelo Lopapa

Non si tratta di “riempire il festival di contenuti extra, dalle guerre ad altro”, come lamenta il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini. Ma di affermare, ebbene sì anche dal palco di Morandi e Ruggeri, principi fondamentali. Non piacerà al capo leghista, per fortuna è piaciuto ai 14 milioni di spettatori che hanno assistito alla performance. Piace ancora alle decine di milioni di italiani che si riconoscono nel patriottismo unitario di Sergio Mattarella e non nei qualunquismi sfascisti.

Quelli, risultano stonati e sgradevoli quanto i capricci di un ragazzino viziato che devasta le fioriere sul palco.

La presa di distanze dal capo dello Stato, l’ironia sulla sua presenza al Teatro Ariston (“Anche Mattarella ha il diritto di svagarsi”) per assistere al monologo di Roberto Benigni, la contestazione dell’inno alla Carta costituzionale antifascista non è stata l’ennesima occasione, avuta e sprecata, per Matteo Salvini di tacere. Si è trattato piuttosto dello scomposto attestato di esistenza in vita (politica) di un leader in piena crisi di consensi. E di like: che poi, per una “belva” social che su Facebook, Twitter e Instagram ha costruito la sua parabola politica, equivale all’inizio del tracollo.

È evidente che il vicepremier stia tentando disperatamente di evitare quell’esito infausto, alla vigilia del voto di domenica nella “sua” Lombardia. In gioco, da qualche tempo, c’è la sua stessa leadership.

Sta di fatto che, qualunque sia la ragione che porti in queste ore l’amico di Putin a criticare la lettera di Zelensky al Festival o a lanciare avvertimenti alla pallavolista Egonu affinché eviti “tirate antirazziste agli italiani”, la morale non cambia: il capo leghista si muove in maniera disinvolta in spregio alle fondamenta della nostra democrazia, si conferma un capopartito populista, qualunquista e – quel che più preccupa – insensibile alle radici appunto antifasciste e antirazziste del Paese.

La celebrazione – perché così va chiamata – di Roberto Benigni, col suggello della prima carica dello Stato, è stata ossigeno e linfa per un’Italia per bene ma troppo distratta e smemorata, di certo governata da chi ha tutto l’interesse a sbianchettare il passato più scomodo.

 

Il Sanremo di Mattarella: canta l’inno poi commozione e risate con Benigni: “Presidente la Costituzione è sua sorella!”

 

Sorgente: Quello scomposto attestato di esistenza di un leader in declino – la Repubblica


Scopri di più da NUOVA RESISTENZA antifa'

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.