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l tempo passa e gli elettori statunitensi prendono sempre più le distanze dal presidente Joe Biden. Sono ormai molti gli intervistati dalle società di sondaggio che affermano di averlo votato ma di essersene poi pentiti. Qualcuno sostiene che, avesse saputo della vicenda Hunter Biden, non avrebbe mai riposto fiducia nel padre.

Durante la campagna elettorale per le presidenziali, il Partito Repubblicano interpellò la Commissione Elettorale federale perché Twitter e Facebook avevano censurato migliaia di account che riprendevano e diffondevano le rivelazioni del New York Post a proposito del contenuto del computer di Hunter Biden [1]. Il ricorso non ebbe seguito, il caso venne archiviato, ma ora i Twitter Files, rivelati da Elon Musk, dimostrano con dovizia di particolari che l’FBI, nonché un’agenzia di intelligence (probabilmente la CIA), hanno fatto pressioni su Twitter e Facebook perché censurassero queste informazioni.

La nuova maggioranza repubblicana alla Camera dei Rappresentanti vuole avviare diverse inchieste, in particolare sull’implicazione di Joe Biden nei sordidi affari del figlio. Se da queste inchieste emergessero elementi a conferma, potrebbe venir messa in dubbio l’indipendenza del presidente degli Stati Uniti e quindi essere avviata la procedura per la sua destituzione (impeachment).

È bene ricordare che quando Joe Biden era vicepresidente di Barack Obama furono versati sette milioni di tangenti al procuratore generale dell’Ucraina perché non ficcasse il naso negli affari di Burisma. In seguito la Verkhovna Rada (parlamento) rimosse il procuratore, diventato troppo avido, su pressione di Stati Uniti, Unione Europea, Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale, con l’intento di salvare al minor costo possibile il proprietario di Burisma e l’ex prima-ministra Yulia Timoshenko.

In un Paese puritano come gli Stati Uniti, l’opinione pubblica si è innanzitutto interessata alle assidue frequentazioni di prostitute di Hunter Biden e al suo uso di droghe; solo in un secondo momento si è accorta che l’aspetto finanziario della vicenda era molto più rilevante.

Il caso Hunter Biden, fatto passare da altissimi responsabili dell’intelligence come «disinformazione russa» [2], ora potrebbe ribaltare la situazione. Non conviene più negare i fatti, tant’è che l’università di Harvard ha annunciato la chiusura del Technology and Social Change Project, struttura che ha continuato ad affermare che il portatile di Hunter Biden non esisteva, che era solo una fake news [3].

I cittadini creduloni erano considerati «cospirazionisti», adepti di «estrema destra» del presidente Trump, nonché fruitori di stampa-spazzatura. Quasi tutta la classe dirigente aveva invece «capito» che si trattava solo di dicerie popolari, di fake news. Da un lato i lettori del New York Post, che aveva rivelato la vicenda [4], dall’altro quelli del New York Times, che l’ha sempre negata.

Tra i molti affari finanziari del figlio del presidente soprattutto due sono degni d’attenzione. Il primo riguarda una spia cinese: potrebbe essere segnacolo di un traffico d’influenza al servizio di una potenza straniera. Il secondo riguarda le attività di Hunter Biden in Ucraina, in particolare la sua nomina e quella dell’amico Devon Archer (coinquilino durante il periodo universitario di Christopher Heinz, figliastro di John Kerry) nel consiglio di amministrazione della società d’idrocarburi Burisma, l’accozzaglia che il presidente Vladimir Putin definì «banda di drogati e neonazisti», [5] annunciando di dover ricorrere all’esercito per far finire la guerra civile in Ucraina, in applicazione della risoluzione 2202 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Ora sono intervenuti due avvenimenti, apparentemente non collegati, a scompigliare le carte. Hunter Biden ha ingaggiato uno dei più celebri avvocati statunitensi, Abbe Lowell, che ha chiesto l’apertura di un’inchiesta penale e inviato lettere a tutti quelli che hanno avuto un ruolo nella divulgazione del contenuto del portatile del suo cliente, fra loro l’ex sindaco di New York, Rudy Giuliani, e l’ex consigliere di Donald Trump, Steve Bannon. Secondo Lowell hanno violato la sfera privata del suo cliente, quindi devono ritrattare le conclusioni dedotte dal contenuto del computer e dare un taglio alla faccenda.
Contemporaneamente, una delegazione del dipartimento della Difesa e del dipartimento di Stato, nonché dell’USAID [Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale, ndt], è andata in Ucraina per consigliare il governo Zelensky di fare un po’ di pulizia [6].. Motivazione ufficiale: fare in modo che il denaro regalato all’Ucraina a spese dei contribuenti statunitensi non finisca nelle tasche di funzionari corrotti. Scopo ufficioso: estromettere le pedine diventate invadenti, lasciando illesi gli altri.
In due giorni si sono dimesse a catena quattordici personalità: cinque governatori regionali (Valentin Reznitchenko, Dnipropetrovsk, Oleksandr Starukh, Zaporizhzhia; Dmytro Jivytsky, Sumy; Iaroslav Ianuchevitch, Kherson; Oleksiy Kuleba, Kiev); quattro viceministri (fra cui Viacheslav Shapovalov, Difesa, e Vasyl Lozynsky, Infrastrutture); due responsabili di un’agenzia governativa; infine il vicecapo dell’ufficio di Zelensky, Kyrylo Timoshenko, nonché il vice procuratore generale, Oleksiy Symonenko.
I media occidentali hanno fatto un resoconto fedele di questo colpo di spugna. Però il fatto più importante è accaduto il giorno successivo, ma pochi ne hanno parlato. Squadre dello SBU hanno perquisito il domicilio dell’oligarca Ihor Kolomoïsky, sponsor del presidente Volodymyr Zelensky e dei nazionalisti integralisti, ma soprattutto proprietario di… Burisma Holding, che rilevò da Mykola Zlochevsky nel 2011, ossia prima che vi entrasse Hunter Biden. Naturalmente l’articolo su questo passaggio di proprietà è stato da tempo rimosso dal sito dell’Anticorruption Action Center [7].

Sorgente: Il caso Hunter Biden/Igor Kolomoïsky, di Thierry Meyssan


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