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ROMA – “Essere un obiettore di coscienza o un disertore russo, ucraino o bielorusso non è sufficiente per ottenere l’asilo politico nell’Unione europea. L’Ue lo concede per esempio agli attivisti, ai difensori per i diritti umani o agli esponenti della comunità Lgbt ma non a coloro che si rifiutano di combattere in Ucraina. Per questo la mia associazione sta collaborando col Movimento Nonviolento italiano affinché anche le vostre istituzioni insieme all’opinione pubblica aderiscano alla petizione #ObjectWarCampaign, con cui chiediamo all’Ue di tutelare gli obiettori. Siamo convinti che sostenere coloro che si rifiutano di imbracciare le armi sia uno dei modi con cui porre fine a questa guerra“. Parla con l’agenzia Dire Alexander Belik, coordinatore del movimento degli Obiettori di coscienza russi, a margine di un incontro con i giornalisti organizzato a Roma dal Movimento Nonviolento e Un Ponte Per, prima di andare a Palazzo Chigi a consegnare ai ministri del governo Meloni le oltre 2.600 firme già raccolte. L’iniziativa coincide con un congresso nazionale indetto in occasione del 50° anniversario dalla Legge che riconosce l’obiezione di coscienza al servizio militare in Italia.

50MILA HANNO ADERITO AL MOVIMENTO RUSSO IN POCHI MESI

Quanti sono gli obiettori di coscienza in Russia? “Non abbiamo stime esatte” replica il coordinatore, “ma dall’inizio dalla raccolta firme per accordare protezione e asilo, lanciata il 21 settembre dall’Ufficio Europeo per l’Obiezione di Coscienza per i disertori e gli obiettori di coscienza di Russia, Bielorussia e Ucraina, il nostro canale Telegram, che prima contava un migliaio di iscritti, è balzato a 50mila. Si tratta di persone che chiedono informazioni su come poter dire ‘no’ al servizio militare o all’arruolamento, oppure i soldati a contratto che si rifiutano di combattere, o coloro che sono stati rinchiusi nei centri di detenzione allestiti sui territori ucraini sotto il controllo russo”.

I CENTRI DI DETENZIONE DEGLI OBIETTORI NEL DONBASS

Belik fa riferimento a diversi centri nelle regioni di Donetsk e Lugansk. Vari media indipendenti di ambo le parti hanno iniziato a darne notizia dall’estate scorsa, a partire da quello di Brianka. “Ospitava 250 persone che denunciavano di subire torture e di essere mandate a combattere con la forza– riferisce l’attivista- ma grazie alla pressione dei media è stato chiuso, dal momento che la legge russa vieta la detenzione e le violenze contro gli obiettori. Sappiamo però che ne sono stati aperti dai cinque ai dieci in altre località dell’Ucraina occupata, e ognuno ospita tra le cento e le 250 persone. Questi numeri ci danno un’idea, seppur parziale, di quanti obiettori potrebbero realmente esserci”.

LA PROPAGANDA OSCURA LE LEGGI RUSSE CHE GARANTISCONO L’OBIEZIONE

Il lavoro principale svolto dal Movimento di Belik, che a causa delle sue posizioni è esule in Lituania, è contrastare la “propaganda di guerra”: “Prima del 24 febbraio davamo informazioni ai giovani che non volevano fare il servizio militare. La legge russa lo prevede, ma pochi sanno che si può essere riformati o scegliere di fare il servizio civile, anche perché le strutture per svolgerlo sono poche”. Con lo scoppio del conflitto tutto cambia: “Abbiamo dovuto intensificare la nostra azione- continua il coordinatore- diffondendo informazioni e consulenze legali anche nelle varie lingue che si parlano nella Federazione russa. La propaganda e le pressioni sociali per andare al fronte sono aumentate, ma le leggi russe garantiscono varie alternative.

Ad esempio, i soldati a contratto possono comunicare la decisione di uscire dall’esercito. Chi viene chiamato alle armi può semplicemente non rispondere, senza incorrere in sanzioni. Anche chi si arruola può rifiutarsi di partire. La situazione si complica per chi è già in battaglia, che rischia di finire nei campi di detenzione: la legge invece prevede che il militare che lascia le armi e comunica la sua decisione entro le successive 48 ore a un distretto militare non sia da considerarsi disertore, evitando quindi conseguenze penali. Ma governo ed esercito, che hanno deciso di chiamare alle armi anche i riservisti fino ai 66 anni e gli ucraini nei territori occupati, diffondono fake news, oscurando queste informazioni e sostenendo che si incorrerebbe in ogni caso in guai con la giustizia“.

Il numero quindi delle persone che in Russia dicono no alla via militare sono migliaia e difficilmente quantificabili, così come chi tra i cittadini è contrario alla guerra con Kiev, “ma non potranno dirlo apertamente senza rischiare di infrangere la legge”, dice Belik.

LA QUESTIONE IN BIELORUSSA

C’è poi la Bielorussia, altro Paese in cui la leva militare è obbligatoria e che, essendo alleato della Russia, vede un incremento nel coinvolgimento dei giovani nell’esercito. Secondo l’organizzazione locale Nash Dom 22mila cittadini soggetti al servizio di leva avrebbero lasciato il paese. “Non prestiamo assistenza a cittadini bielorussi”, chiarisce Alexander Belik, “ma siamo in contatto coi movimenti in quel Paese così come col Movimento pacifista ucraino“.

IN UCRAINA 971 A PROCESSO PER AVER RIFIUTATO DI COMBATTERE

Questa organizzazione riferisce che in Ucraina sono 971 le persone incriminate per aver scelto di non arruolarsi e combattere, in base all’articolo 336 del Codice penale ucraino che regola la coscrizione militare. Tra loro, Vitaliy Vasyliovych Alekseienko, condannato a settembre a un anno di prigione, Andrii Kucher, condannato a maggio quattro anni, oppure l’obiettore Dmytro Kucherov, condannato a tre anni. C’è anche Ruslan Kotsaba, sotto processo per le sue dichiarazioni contrarie alla leva militare, costretto a lasciare il paese e che oggi rischia 15 anni di carcere. Cifre rilanciate anche da Un Ponte Per, che di recente ha annunciato la campagna ‘Proteggi gli obiettori, sostieni i costruttori di pace’ per richiamare l’attenzione sulla necessità di tutelare gli obiettori e i disertori ucraini.

Sorgente: VIDEO | Dagli obiettori russi l’appello: “L’UE dia l’asilo a chi dice ‘no’ alla guerra” – DIRE.it


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