Migranti, la prassi di assegnare porti lontani alle ong è legittima?

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Dopo il caso della Ocean Viking e della Geo Barents inviate nel porto di Ancona diversi esperti si stanno interrogando sulla modalità di assegnazione del place of safety da parte del Governo Meloni. Ne abbiamo parlato con Irini Papanicolopulu, docente di Diritto internazionale presso l’Università Bicocca di Milano

di Eleonora Camilli

ROMA – I 37 naufraghi a bordo della Ocean Viking di Sos Mediterranée hanno toccato terra nella serata ieri, dopo giorni di navigazione difficile verso il porto di Ancona, assegnato all’ong a 1.575 km di distanza dall’area dove è avvenuto il soccorso. La Geo Barents di Medici senza frontiere, arriverà invece domani (oggi ndr) alle 12 nel porto marchigiano con 73 persone a bordo. A ritardare l’approdo è il forte vento, che causa onde oltre i sette metri e in queste ore ha anche allagato il ponte inferiore della nave. Nei giorni scorsi entrambe le ong hanno chiesto al Viminale un porto sicuro più vicino per evitare alle persone a bordo ulteriori disagi. Le richieste sono state respinte. Per alcuni si tratta di una pratica vessatoria per scoraggiare l’attività dei soccorsi in mare, per altri la strategia del Governo è quella di utilizzare i migranti come arma di ricatto verso il centrosinistra dirottando le navi umanitarie verso i porti delle città da loro amministrate. Diversi esperti si stanno però anche interrogando sulla legittimità di questa pratica. Secondo le convenzioni internazionali è lecita questa modalità di assegnazione del place of safety? In questa intervista ne abbiamo parlato con Irini Papanicolopulu, docente di Diritto internazionale presso l’Università Bicocca di Milano.

Professoressa Papanicolopulu, nel nostro paese si sta consolidando una prassi dopo i soccorsi in mare da parte delle ong: il Governo risponde alla richiesta di un “place of safety” indicando porti di sbarco molto lontani dal luogo dove è avvenuto il soccorso. Ma il porto più sicuro non dovrebbe essere anche il più vicino?
La risposta non è semplice, nelle convenzioni internazionali marittime non ci sono indicazioni precise su quale debba essere il porto di sbarco. Quello che dicono i trattati è che deve essere un porto sicuro, anzi per essere precisi si parla di un “luogo sicuro”, un place of safety, che per definizione è un porto. Dopodiché le linee guida dell’Imo (Organizzazione marittima internazionale) aggiungono alcune indicazioni. I trattati sono norme internazionali, valide a livello globale, pensate e scritte per poter essere applicate nei mari più diversi. C’è, dunque, un certo margine di discrezionalità perché bisogna tenere conto delle circostanze del caso, un conto è la navigazione nell’Oceano pacifico, un conto nel Mediterraneo. Per questo non c’è una norma che indichi con precisione  la distanza dal place of safety né i giorni di navigazione necessari e accettabili.

Quindi si può agire secondo discrezionalità?
In realtà le norme devono essere applicate sia secondo lettera che secondo il loro obiettivo. E il primo obiettivo è mettere le persone in sicurezza, perché in mare è più facile morire che sulla terra. Il fatto che siano a bordo di un natante non significa che siano al sicuro, la nave può essere un place of safety solo temporaneamente. I naufraghi sono al sicuro solo quando toccano terra. Quindi è necessario che ciò si verifichi il prima possibile alla luce di quelle che sono le circostanze del caso. Il secondo obiettivo è liberare la nave dalle persone soccorse, perché possa operare di nuovo nel soccorso in mare.

Secondo molti osservatori questa strategia del Governo ha proprio la finalità di tenere le navi umanitarie lontano dalla zona di ricerca e soccorso.
E questo sarebbe illegittimo. Qualsiasi azione fatta da uno Stato per limitare il salvataggio in mare va contro l’obbligo di prestare soccorso previsto dalla Convenzione Onu sul diritto del mare. Gli Stati sono obbligati essi stessi a operare nel search and rescue, anche se dopo l’esperienza della missione Mare nostrum si sono tirati indietro. C’è un obbligo specifico di prestare aiuto e collaborare con tutti gli attori coinvolti nel momento in cui sono informati di un pericolo in mare.

La Ocean Viking entra nel porto di Ancona La Ocean Viking entra nel porto di Ancona. Foto di Daniele Napolitano

Medici senza frontiere nei giorni scorsi ha chiesto al Viminale l’assegnazione di un altro porto, appellandosi alle convenzioni internazionali e in particolare al principio secondo cui tale assegnazione debba avvenire con “la minima deviazione possibile”. Le autorità italiane, di contro, sostengono che le navi delle ong non hanno un tragitto prestabilito per cui tale principio non può essere applicato.
Ci sono navi che hanno rotte predefinite, come le navi mercantili che trasportano merci da un punto A a uno B. Ma ci sono motivi diversi per navigare, pensiamo al caso della pesca, della ricerca scientifica o ai viaggi di piacere. Non tutti partono con una meta di destinazione. Dunque la minima deviazione va valutata rispetto all’attività della nave. Nel caso delle navi umanitarie va anche detto che la nave non è obbligata a sbarcare nel porto indicato o almeno non è sempre detto. Molto dipende dalle condizioni a bordo, come spiegato nella sentenza della Cassazione sul caso della comandante Carola Rakete. Quando parliamo di luogo sicuro intendiamo che possa essere raggiunto nelle condizioni più sicure. Anche il porto di Oslo, in Norvegia, è un porto sicuro ma è chiaro che se la nave deve raggiungerlo attraverso una traversata che aggiunge insicurezza e peggiora le condizioni dei naufraghi, allora è impraticabile. Ci devono essere delle motivazioni valide per indicare un porto distante.

Le due navi, Ocean Viking e Geo Barents, hanno navigato verso Ancora in condizioni meteo marine molto sfavorevoli. Avrebbero potuto rifiutare il porto per motivi di sicurezza?
E’ il comandante della nave a valutare le condizioni dei naufraghi a bordo. Avrebbe potuto fermarsi in un porto più vicino, ma la contestazione del porto assegnato deve avere elementi oggettivi. In un sistema ideale ci dovrebbe essere la collaborazione tra tutti gli attori coinvolti. L’indicazione di un porto non può essere contraria agli obblighi internazionali di collaborazione per la ricerca e il soccorso né deve esasperare la situazione sulla nave dopo un salvataggio.

Secondo Lei il governo sta compiendo un’azione illegittima?
E’ un’azione illegittima perché non è giustificata. Se non si vuole gravare ancora su Lampedusa si possono assegnare porti in Sicilia o in Puglia o in Calabria. Prima di arrivare nelle Marche ci sono tanti luoghi sicuri.

Il fatto che i porti di sbarco così lontani siano assegnati solo alle navi delle ong e non ad altre navi, come quelle della Guardia costiera, può essere considerata una pratica discriminatoria?
Può essere un ulteriore elemento per valutare l’inadeguatezza di un certo porto. Il place of safety può di certo variare in base all’ imbarcazione, per esempio considerando le diverse misure di un natante. Ci sono navi che non possono entrare in porti piccoli, quindi in base a questi criteri oggettivi le variazioni sono ammissibili. Di certo, non si può fare una selezione del porto in base al soggetto che gestisce la nave.

A inizio Gennaio è entrato in vigore il cosiddetto “decreto ong” che contiene una serie di disposizioni per normare l’attività di salvataggio in mare. Quali principali criticità ravvisa nel testo?
La prima e più importante criticità è l’esistenza del decreto stesso. L’italia negli ultimi anni cerca di dare disposizioni per fare ciò che non può fare, salvo violando gli obblighi internazionali e costituzionali. Nella pratica, dal momento che non si può impedire di prestare soccorso alle persone in pericolo si cerca di farlo in maniera indiretta. I tentativi sono stati diversi negli ultimi dieci anni, dalla confisca delle navi alla chiusura dei porti. Questo ultimo decreto sembra voler aggiungere condizioni ulteriori rispetto alle norme internazionali. E  questo non si può fare. L’esempio è quello del divieto dei soccorsi multipli: da nessuna parte si dice esplicitamente che non si può fare un soccorso ma ci si inventa un modo per dirlo senza dirlo. Salvo poi che di fronte alla notizia di una nave in difficoltà chiunque è obbligato a intervenire. C’è poi la richiesta di una certificazione ulteriore per le navi, ma la Corte di Giustizia europea recentemente ha emesso una sentenza che contesta proprio i certificati  richiesti in passato dall’Italia. Insomma sembra un tentativo di ostacolare il soccorso mascherando con nuove norme, in alcuni casi poco chiare.

 

Sorgente: Migranti, la prassi di assegnare porti lontani alle ong è legittima? – Redattore Sociale

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