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Esecutivo già al lavoro su un ddl per arrivare alla ratifica entro un mese. Oggi l’esame dell’Eurogruppo

Ilario Lombardo

Non ci saranno correzioni e l’Europa non modificherà più nulla, lo sa benissimo Giorgia Meloni. La riforma del Mes passerà così com’è, tanto che il governo sta già lavorando per confezionare il testo con il quale avverrà la ratifica in Parlamento. Il formato scelto dovrebbe essere il disegno di legge governativo, che impegnerà l’esecutivo e Palazzo Chigi, e che stanno ideando tra il ministero dell’Economia e quello degli Esteri.

Essendo il Meccanismo europeo di stabilità – noto anche come fondo salva-Stati- uno strumento europeo di finanza comune regolato da un trattato internazionale, la ratifica, formalmente, fa capo a chi guida la Farnesina, e cioè ad Antonio Tajani. Una volta pronto, il testo sarà depositato alla commissione Affari esteri. A quel punto partirà il rodeo parlamentare. In tutto, si prevede un mese o poco più, anche per far decongestionare le Camere imbottite di decreti da riconvertire.

La principale preoccupazione di Meloni sarà affrontare quel passaggio senza troppi traumi. Sulla carta, la maggioranza è composta da due partiti, Lega e Fratelli d’Italia che considerano il Mes poco meno che un parto del demonio. La premier però è consapevole che la strada è segnata. In tre mesi ha già capito le grandi differenze che passano tra sedere ai banchi dell’opposizione e governare l’Italia, rispettare gli accordi europei, non alienarsi il sostegno dei partner (Francia a parte). Meloni non parla più di amore per la coerenza, sopra tutto e tutti, ma di compromessi, di sacrifici, di «ciò che è giusto per l’Italia». Ma ha bisogno ancora di un po’ di tempo per far passare, di fronte all’opinione pubblica, l’ultima retromarcia come una scelta obbligata. E vuole che il testo che darà il via libera alla riforma del fondo salva-Stati sia accompagnata dalla garanzia che l’Italia, «finché sarà governata da noi», non chiederà mai l’utilizzo del Mes.

È di questo che tre giorni fa si è parlato a Palazzo Chigi, quando nello studio di Meloni si è accomodato il lussemburghese Pierre Gramegna, nuovo direttore generale del Meccanismo, nominato a dicembre anche con il sostegno del governo italiano. Il colloquio non era stato minimamente annunciato né pubblicizzato. È stata l’Ansa a rivelarlo, circostanza che ha poi costretto Meloni a spiegare, e a sostenere di aver invitato Gramegna «a valutare possibili correttivi». In realtà il direttore del Mes è uscito dall’incontro molto soddisfatto. Era venuto a Roma come atto di cortesia verso la nuova premier, storicamente contraria al Mes, ed è andato via con la certezza che l’Italia non farà mancare la firma alla ratifica. È l’unico Paese a non averlo ancora fatto.

Lo strumento non sarà riadattato da Bruxelles: Meloni lo ha chiesto più che altro per placare le reazioni degli irriducibili. Come Claudio Borghi, economista della Lega: «Prenderò la parola e spiegherò perché la riforma è pericolosa» ha twittato e ritwittato il deputato, certo che il segretario del Carroccio Matteo Salvini sia sulla stessa linea. L’imbarazzo è grande tra i leghisti, perché il numero due del partito, Giancarlo Giorgetti, non potrà sottrarsi alla ratifica. Oggi il ministro dell’Economia sarà all’Eurogruppo assieme ai colleghi della zona euro e spiegherà loro che non ci saranno sorprese. Subito dopo la riunione, sempre a Bruxelles, è prevista la conferenza stampa del presidente Paschal Donohoe, del commissario all’Economia Paolo Gentiloni e del direttore generale del Mes Gramegna. È molto probabile che nelle loro dichiarazioni daranno come sottinteso l’ok italiano. È l’epilogo che si attendono tutti.

A Roma intanto si stanno già ingegnando per trovare il modo di minimizzare il più possibile lo psicodramma di dover rimangiarsi anni di battaglie e di polemiche. Il testo sarà accompagnato da una risoluzione di maggioranza che chiarirà come non ci sarà alcun automatismo, e che non si farà ricorso allo strumento, nemmeno per la linea di credito (36 miliardi per l’Italia) dedicata alle spese sanitarie. Una soluzione che non convince i contrari: perché è poco più che una postilla, nulla di vincolante da un punto di vista giuridico. Per il resto, si dirà che sono cambiate le condizioni economiche, e che dopotutto anche il Recovery fund prevedeva precise condizionalità. Ai sovranisti italiani, l’Europa non apparirà più così cattiva.

Sorgente: Meloni, via libera al Mes senza modifiche o correzioni: cosa c’è da sapere – La Stampa


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