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12 dicembre 1969. Una data che resta indelebile nella pur corta memoria degli italiani. La strage di Piazza Fontana, a Milano, alle 16 e 37 una bomba posta nella Banca nazionale dell’Agricoltura provocò la morte di 16 persone e il ferimento di altre 84.

 

Era l’inizio di quella che è passata alla storia come la Strategia della tensione che coinvolgeva politici, gruppi neofascisti, Servizi segreti deviati, e quelli esteri come la CIA, la Massoneria, personaggi importanti della vita economica italiana, per impedire l’avanzata del Partito Comunista italiano.

Dal 1968 i giovani, studenti in particolare, erano diventati protagonisti di una stagione irripetibile di lotta contro ogni formai di autoritarismo in tutto il mondo. In Italia, il ’68, a differenza del maggio francese che si esaurì in pochi mesi, proseguì con le lotte operaie unite a quelli degli studenti, l’”autunno caldo”, per ottenere le 40 ore di lavoro settimanali, gli aumenti salariali, la contrattazione collettiva, libertà sindacali. Con queste lotte ottennero lo Statuto dei lavoratori. La costituzione nata dopo la Resistenza entrava dopo più di 20 anni nei luoghi di lavoro.

Ecco, quindi, che l’avanzata di nuovi soggetti sociali, politici, una nuova stagione doveva essere bloccata con ogni mezzo, stragi, tentativi di golpe. Si susseguirono altre stragi come quella di Brescia e dell’Italicus, i “golpe Borgese”, “golpe bianco” di Edgardo Sogno.

Prima di Piazza Fontana, altre stragi, tentativi di colpi di stato e delitti insoluti avevano attraversato l’Italia, la Strage dl 1° maggio 1947 a Portella delle Ginestre, l’attentato e la morte di Enrico Mattei Presidente dell’Eni che aveva osato fidare il cartello delle 7 sorelle del petrolio americano, il Golpe definito ‘Piano Solo” del Generale dei carabinieri Giovanni De Lorenzo.

In tutti questi tentativi di golpe e attentati c’è stata la lunga mano degli Stati Uniti d’America che considerava l’Italia una colonia.

C’era in quegli anni chi denunciava queste trame golpiste e stragiste, ma chi lo fece in maniera dirompente fu Pier Paolo Pasolini. Pochi mesi dopo l’attentato di Piazza della Loggia, uno dei più grandi intellettuali che l’Italia abbia mai avuto, Pier Paolo Pasolini, scrisse, il 14 novembre 1974, un articolo sul ‘Corriere della Sera’ intitolato ‘Che cos’è questo golpe?'( pubblicato postumo nel 1975 in Scritti corsari con il titolo Il romanzo delle stragi).

Questo articolo lo conosciamo come ‘Io So’, ecco alcuni passaggi:

Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere). Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.

Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.

Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.

Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).

Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.

Nel concludere la prima parte di questo J’accuseprecisò: “Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.”

Non aveva le prove. Però aveva capito tutto quello che stava accadendo in Italia perché era un vero intellettuale.

Non aveva le prove ma informazioni molto attendibili, che stava raccogliendo per la sua immane fatica letteraria, intitolata ‘Petrolio’.

Non sapremo probabilmente mai la portata delle informazioni che aveva raccolto il poeta.

Parte di quelle informazioni sono state confermate negli anni dalle inchieste della magistratura, da quelle giornalistiche, da documenti emersi e dagli storici, probabilmente il Poeta le aveva già ottenute.

Eppure, proprio Pasolini che aveva in qualche modo svelato che stava avvenendo, il suo delitto non è stato mai inserito fra quelli politici avvenuti in quella stagione.

Ancora oggi sulla morte di Pasolini grava un marchio di infamia dell’omosessuale ucciso da un ragazzino di 16 anni, minuto, che aveva cercato di difendersi dalle sue molestie.

Anche nel centenario della nascita, Pasolini e la sua morte sono decontestualizzati dalla stagione delle stragi, eppure le denunce del Poeta sono direttamente collegate a quello che avvenne in quegli anni.

Chi ha gestito il potere, così come la classe politica di quegli anni e quella negli anni seguenti, anche quella più vicina a Pasolini, hanno contribuito a non voler fare chiarezza, a non voler portare l’Italia a fare i conti con il passato con le conseguenze che consociamo. Pur sapendo che un paese senza una memoria, anche condivisa, è proiettato sempre di più nelle barbarie, nei vecchi e nuovi fascismi, in camicia nera o con il vessillo del neoliberismo.

Probabilmente, il centenario di Pasolini contribuirà a dare una nuova consapevolezza nell’analizzare la sua figura che porterà prima o poi, a togliere quel marchio di infamia sul Poeta ed aver un nuovo approccio sull’importanza della sua figura aprendo nuovi speragli per raggiungere almeno una verità storica e fare definitivamente i conti con la stagione dei delitti di stato e delle stragi.

Ormai è innegabile, il delitto Pasolini e quelle stragi sono strettamente legate.

 

Sorgente: Piazza Fontana, le stragi, Pasolini, quel legame sempre negato – Cultura e Resistenza – L’Antidiplomatico


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