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Intende sbloccare le concessioni soprattutto nel mar Adriatico e rilasciarne di nuove, tra qualche polemica

Nel Consiglio dei ministri di venerdì il governo guidato da Giorgia Meloni ha approvato, tra le varie misure, anche una proposta per sbloccare le concessioni per l’estrazione di gas naturale nel mar Adriatico e per avviare nuove attività di ricerca ed estrazione di gas in tutto il territorio italiano. La norma riprende alcuni progetti del precedente governo di Mario Draghi, e mostra come il governo Meloni abbia deciso di intervenire su una questione – quella dell’utilizzo dei giacimenti gasiferi italiani – che va avanti da anni tra molte polemiche.

La nuova norma sarà inserita sotto forma di emendamento nel decreto “Aiuti ter” che sarà valutato dal parlamento la prossima settimana, e per questo mancano vari dettagli, ma è stata descritta venerdì sera in conferenza stampa dal ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin come una misura necessaria per «garantirci la sicurezza energetica» e aiutare in particolar modo le aziende italiane più energivore, cioè più bisognose di energia per mantenere attivo il loro processo produttivo.

La novità più notevole riguarda probabilmente lo sblocco delle attività di estrazione nel mar Adriatico, dove sono presenti alcuni dei giacimenti più importanti d’Italia. L’estrazione del gas dall’Adriatico da parte dell’Italia è molto rallentata a causa delle resistenze di alcune amministrazioni locali e di leggi nazionali: una in particolare, risalente al 2006, vietò di estrarre gas a meno di 12 miglia (cioè poco più di 22 chilometri) dalla costa. Questo e altri provvedimenti hanno provocato, nell’ultimo decennio, il blocco di varie attività di estrazione già avviate, oppure di impianti costruiti e mai davvero utilizzati.

Il governo intende sbloccare questa attività e permettere – nell’Adriatico, ma non solo – le estrazioni di gas anche tra le 9 e le 12 miglia dalla costa. Ci sono però alcune condizioni. Per poter essere sfruttati, i giacimenti dovranno avere una capacità stimata superiore ai 500 milioni di metri cubi di gas. Inoltre, le estrazioni più vicine alla costa dovranno avvenire sotto al 45° parallelo, che passa poco sopra Ferrara: l’intenzione è di preservare la zona della laguna di Venezia per evitare di compromettere quell’area estremamente delicata. L’unica estrazione che sarà possibile sopra al 45° parallelo sarà quella del giacimento al largo di Goro, in provincia di Ferrara, che è considerato uno dei più promettenti perché potrebbe garantire 900 milioni di metri cubi di gas.

L’altra misura del governo prevede, oltre allo sblocco di molte delle attività estrattive esistenti, anche il rilascio di nuove concessioni, in tempi più brevi di quelli attuali (da sei a tre mesi). Le nuove concessioni dovrebbero essere rilasciate facendo inoltre alcune deroghe al Pitesai, il Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee, un documento realizzato dal ministero della Transizione ecologica che aveva individuato le aree protette e quelle sfruttabili. Non ci sono però molte informazioni per ora su come funzioneranno queste nuove concessioni, né su quali deroghe saranno previste.

Il provvedimento del governo sulle estrazioni di gas ha già creato alcune polemiche. Sergio Costa, ex ministro dell’Ambiente dei governi Conte I e II, ha scritto su Facebook che «se le autorizzazioni partissero oggi non saremmo comunque in grado di utilizzare i combustibili prima di molti mesi», e che i pozzi italiani contengono una quantità molto limitata di gas: il rischio è di trovarsi con pochi benefici ma con un «territorio distrutto» dalle trivellazioni.

È vero in effetti che la rimessa in attività dei numerosi impianti fermi nell’Adriatico potrebbe richiedere tempo, ma le stime variano da impianto a impianto.

L’altra critica di Costa, quella secondo cui il gas estraibile in Italia sarebbe poco in relazione a quello usato attualmente nel paese, è la più diffusa ed è stata ripresa anche da vari altri esponenti del mondo ambientalista come per esempio Angelo Bonelli, portavoce di Europa Verde, secondo cui i giacimenti italiani sono troppo piccoli, e i rischi ambientali troppo alti. Stefano Ciafani, presidente di Legambiente, ha detto che «le quantità (di gas, ndr) sono ridicole».

L’Italia consuma ogni anno circa 75 miliardi di metri cubi di gas. Di questi, ne estrae nel proprio territorio circa 3,3 miliardi, e il resto lo importa.

Le stime di quanto gas sia conservato nei giacimenti italiani sono estremamente difficili da fare, ma secondo il ministero della Transizione ecologica le riserve italiane possono essere divise in tre categorie: le riserve “certe”, cioè quelle che possono essere estratte e commercializzate con una probabilità superiore al 90 per cento, che ammontano a 39,8 miliardi di metri cubi (di cui 22 miliardi sulla terraferma e 18 in mare); le riserve “probabili”, che possono essere estratte con una probabilità superiore al 50 per cento e che ammontano a 44,5 miliardi di metri cubi, e infine quelle “possibili”, con probabilità inferiore al 50 per cento, che ammontano a 26,7 miliardi di metri cubi di gas.

Tutto considerato, contando che buona parte delle riserve “probabili” e “possibili” non può essere estratta in maniera conveniente, si stima che le riserve italiane utilizzabili ammontino a circa 70 miliardi di metri cubi di gas. Di queste, secondo le stime di vari esperti, 30-40 miliardi di metri cubi sono nell’Adriatico. Queste stime possono tuttavia subire notevoli variazioni, sia al ribasso (nel caso in cui le riserve effettivamente utilizzate siano state stimate in maniera troppo ottimista) sia al rialzo (non è da escludere che esistano ancora giacimenti non scoperti, o sottovalutati).

È comunque piuttosto chiaro che i giacimenti di gas italiani, anche nel più ottimistico degli scenari, non riuscirebbero davvero a garantire la sicurezza energetica dell’Italia, ma potrebbero al più dare una mano, aggiungendo ogni anno qualche miliardo di metri cubi di gas alla risicata quota che viene già estratta localmente.

Il punto, secondo gli ambientalisti, è che questi pochi miliardi di metri cubi non valgono il rischio ambientale che si potrebbe creare con le trivellazioni e le estrazioni. Per il governo – e per vari altri esponenti politici – attingere ai pozzi italiani in questo momento potrebbe invece aiutare a ridurre moltissimo il prezzo del gas almeno per alcuni settori strategici dell’industria.

Il governo comunque è ben consapevole dell’esiguità dei giacimenti italiani. Come ha detto il ministro Pichetto Fratin, «potenzialmente si stima una quantità di 15 miliardi di metri cubi sfruttabili nell’arco di 10 anni», a fronte di un fabbisogno annuale che supera i 70 miliardi.

 

Sorgente: Quali sono i piani del governo sulle estrazioni di gas – Il Post


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