Durante il governo Bolsonaro, ci sono stati arresti di attivisti per la casa e violenze contro i sostenitori di Lula. Tra i diversi omicidi politici, il più noto è quello di Marielle Franco, dovuto alla sua opposizione alla copertura politica della violenza della polizia nelle favelas. A pochi giorni dal voto, incontriamo Izadora Brito, compagna di partito di Marielle Franco nel Psol (Partido Socialismo e Liberdade) e dirigente del Movimento Trabalhadores Sem-Teto (Mtst) all’occupazione di Spin Time, durante una serata sulle lotte per il diritto all’abitare in Brasile e in Italia. L’incontro è organizzato con il supporto di Sveja Podcast. Il Mtst è il movimento sociale urbano più grande in Brasile e da quasi 25 anni lotta per i diritti sociali delle e degli abitanti delle periferie brasiliane.

Il blocco sociale che sostiene Bolsonaro è composto prevalentemente da agrobusiness e chiese evangeliche. Se la sua forza popolare derivava dal desiderio di un uomo forte che sconfigga la corruzione, che ruolo ha avuto – e avrà – la violenza?
Il brutale assassinio di Marielle è stato il simbolo della violenza bolsonarista e il preludio di altre azioni repressive. Non sappiamo ancora chi sia il mandante: ciò significa che non viviamo in una vera democrazia. Più in generale, Bolsonaro utilizza il potere esecutivo per diffondere fake news in modo sistematico e per incoraggiare la violenza, criminalizza le lotte per i diritti e favorisce lo sterminio delle popolazioni più vulnerabili. Tutto ciò è stato aggravato dall’accesso facilitato alle armi promosso dal governo. Il Brasile così è diventato il paese dove si uccidono il maggior numero di attivisti per i diritti umani al mondo. Bolsonaro fu eletto con un colpo di stato fatto dalla sua base fascista, dopo l’azione dei media mainstream (il gruppo O Globo su tutti, ndr) e della magistratura contro Dilma Rousseff, una presidente eletta. La magistratura ha poi rimosso illegalmente dalla scena anche Lula. E dopo le elezioni, Bolsonaro non ne riconoscerà il risultato: si verificherà qualcosa di simile o peggiore dell’assalto a Capitol Hill negli Usa.

Quali strategie di rilancio della lotta sono possibili, anche a fronte dell’ampio fronte – che comprende i centristi di Alckmin – a sostegno di Lula?
L’elezione di Lula serve a riconquistare uno spazio democratico. Ma bisognerà comunque mantenere una forte mobilitazione di piazza per realizzare i diritti fondamentali. Perché sappiamo che un governo di larghe intese subirà pressioni da parte delle oligarchie e del potere finanziario contro i lavoratori. In generale, il governo del Pt e quello di Bolsonaro non sono minimamente paragonabili perché, per quanto si possano criticare le politiche di conciliazione di classe del Pt, uno ha un approccio democratico, l’altro fascista. Per questo, fin dall’ascesa di Bolsonaro, i movimenti hanno costruito vaste alleanze in difesa della democrazia, lottando tanto nelle strade quanto negli spazi istituzionali. La lotta del Mtst si concentra sulla riforma urbana e contro l’insicurezza alimentare e la fame. Recentemente, abbiamo costruito diverse cucine solidali in tutto il Brasile.

Più della metà della popolazione non è bianca; la colonizzazione, la schiavitù e le migrazioni sono state passaggi fondamentali per lo sviluppo del capitalismo brasiliano. Anche in relazione alle proteste “Vidas negram e faveladas importa”, può descrivere il rapporto tra razza e disuguaglianza in Brasile?
Fin dall’invasione europea, le popolazioni indigene lottano per la sopravvivenza e per i loro territori. In Brasile, l’accumulazione del capitale e lo sviluppo urbano si sono basati sullo sfruttamento della classe operaia e al prezzo della vita della popolazione nera – colpita da povertà, disoccupazione e fame, e massacri fatti in nome della “guerra alla droga”. In generale, ci sono state parziali conquiste, anche in relazione al processo di demarcazione di alcuni territori indigeni, ma c’è ancora molto da fare, soprattutto nella lotta contro il capitalismo verde, le pratiche minerarie e di disboscamento nelle terre indigene, oltre che per la popolazione razzializzata.

(con la collaborazione di Alberto Fierro)