La piccola patria di Meloni e i suoi fratelli 

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Asoli 45 anni, partendo dai cortei post-missini di Azione Studentesca alla Garbatella, Giorgia Meloni è dunque arrivata a Palazzo Chigi. Diamogliene atto: ha scritto una pagina di Storia. Per almeno due motivi: è la prima donna premier d’Italia, guida il primo governo della destra post-missina dal dopoguerra. Una parabola politica di successo, in ogni senso. Ha fondato il suo partitino nel 2011, con in tasca un sassolino, l’1,96 per cento dei voti. In dieci anni, pietra su pietra, è arrivata al 26 per cento, costruendo la prima forza politica del Paese. Anzi, ormai si deve dire “della nazione”: lo esige lo Zeitgeist, lo spirito dei tempi che lei stessa ci ha indicato al Quirinale, dopo aver ricevuto l’incarico da Sergio Mattarella. Lo diciamo senza alcuna ironia: complimenti alla nuova presidente del Consiglio, che in un colpo solo rompe il tetto di cristallo della subalternità femminile e il tabù irriducibile della “matrice fascista”.

Non solo. La Sorella d’Italia ha dato anche una notevole prova di leadership, dimostrandosi capace di assemblare in soli ventisei giorni la sua squadra – un concentrato di “melonismo in purezza” – “sedando” provvisoriamente Matteo Salvini e riducendo momentaneamente al silenzio un Silvio Berlusconi trasportato sul Colle legato e imbavagliato come Hannibal Lecter. Dato a Giorgia quel che è di Giorgia, dobbiamo però aggiungere che il suo governo non pare all’altezza delle sfide che l’Italia ha di fronte. Ci preoccupa, ma non ci meraviglia e neanche ci indigna che si tratti di un governo di destra-destra.

Era scontato che fosse così, e che quello che stava per nascere fosse un governo politico (com’è giusto, perché col voto del 25 settembre la politica si è ripresa il suo primato) e un governo ideologico (com’è ovvio, perché quello è l’unico impasto identitario che tiene insieme questa rissosa coalizione). Ci delude e ci inquieta la qualità della compagine. Modesta: nomi forti, riconosciuti e riconoscibili, non se ne vedono. Un po’ domestica: con l’eccezione di Tajani, non un solo ministro che abbia uno standing internazionale. Molto familiare, quasi familista: il cognato all’Agricoltura, il fratello del medico di fiducia alla Pubblica Amministrazione.

Avevamo preso in parola la premier, quando in queste settimane aveva promesso a più riprese “un esecutivo autorevole e competente”. Onestamente, Presidente Meloni, questo non lo è. La promessa di “tecnici di alto profilo” nei ministeri-chiave è svanita (a parte il prefetto Piantedosi al Viminale). In linea con il rientro del Cavaliere in maggioranza si segnala piuttosto il ritorno dei conflitti di interesse, dal pur stimato Guido Crosetto alla Difesa alla pur simpatica Santanchè al Turismo. In generale, la sensazione è che dovendo dare qualche cosa a tutti Meloni, magari suo malgrado, sia stata costretta ad abbassare il livello complessivo della compagine. Per smentire questa evidenza a destra si fanno paragoni col passato. Ma bisogna intendersi su quale passato si sceglie: può essere vero che alla Giustizia l’ex pm Nordio è meglio dell’ex dj Bonafede. Ma il giudizio cambia, se il raffronto si fa con Marta Cartabia.

Ma lasciamo stare i singoli. Proviamo a cercare “il senso”. Perché un senso c’è, e purtroppo conferma alcuni timori della vigilia che speravamo potessero essere fugati o mitigati dalle scelte della premier. Non è stato così, almeno per adesso. La prima cosa che colpisce è l’ispirazione culturale di fondo: non solo il nome dei ministri, ma persino quello dei ministeri tradisce “una certa idea” non dell’Italia, ma piuttosto dell’Italietta. Aggiungere allo Sviluppo Economico la dicitura “e del made in Italy”, a quello della Scuola “e del merito”, a quello dell’Agricoltura “e della Sovranità alimentare”, a quello dello Sport “e dei giovani”, a quello della Famiglia “e della natalità”. Già nella forma, prima ancora che nella sostanza, sembra di cogliere tarde reminiscenze del Ventennio: un po’ Starace e un po’ Ciano, un misto di nostalgia e autarchia, nazionalismo e provincialismo. Un “sovranismo” alla casereccia, fatto di slogan un po’ corrivi, prima gli italiani e i figli alla (piccola) Patria. Non è con questa paccottiglia un po’ rabberciata (verrebbe da dire con questo “culturame”) che faremo finire “la pacchia” all’Europa.

La seconda cosa che colpisce è la conferma di un pericolo: la potenziale “deriva polacca” della Nuova Italia e dei suoi Fratelli. Atlantismo militante in campo internazionale, conservatorismo intollerante sul fronte interno. Per essere chiari: con questo governo la democrazia non verrà abolita, non rischiamo la dittatura, e meno che mai la nuova marcia su Roma, quando domenica prossima ricorrerà il centenario della presa del potere fascista. Ma come il governo Morawiecki a Varsavia, anche il governo Meloni a Roma sembra imperniato su due piani diversi. Con un’interpretazione marxiana della realtà, il quadro pare questo. La “struttura” del Paese (la politica economica e la politica estera) è in relativa sicurezza. Giorgetti al Tesoro ha poca dimestichezza con Bruxelles, con le cancellerie e con la business community, ma è il più draghiano dei leghisti: non sfascerà i conti pubblici, anche se sarà interessante capire come spiegherà al suo Capitano che la Flat Tax non si può fare e che non si possono “mettere 50 miliardi nelle tasche dei cittadini”. Tajani alla Farnesina è garanzia di continuità: già apprezzato commissario e poi presidente del Parlamento europeo, non beve vodka e non dorme nel lettone di Putin. Su questi versanti, insomma, non facciamo faville, ma non rischiamo disastri.

Sono le “sovrastrutture”, viceversa, che potranno subire torsioni. Il sistema dei diritti, sociali e civili, sui quali la destra avrà modo di fare la destra. Quella vera, reale, che abbiamo conosciuto in anni di propaganda. Salvini alle Infrastrutture, con la delega sui porti e sulla Guardia Costiera, è una mina vagante che galleggia nel Mediterraneo. Alfredo Mantovano e Eugenia Roccella incarnano una visione ipercattolica e oscurantista della famiglia, che esclude e non allarga. La stessa cosa si può dire per la “sceriffa” del Carroccio Locatelli alla Disabilità. Su questi terreni ogni retrocessione è possibile, da parte di chi considera “schifezza” qualunque amore coltivato al di fuori del matrimonio tradizionale e di chi sostiene che “l’aborto non è un diritto”. Ed è anche qui che ci aspettavamo uno sforzo di rispetto e di fantasia, proprio da parte della premier. E invece è mancato.

Ma ogni recriminazione, a questo punto, diventa inutile. Il governo delle tre destre è nato, questa mattina giurerà, e per il Paese comincia un’era nuova. Piena di problemi enormi per la società italiana, che il Capo dello Stato ha di nuovo ricordato e Meloni ha condiviso: la pandemia e la guerra, la recessione e l’inflazione, il caro bollette e il lavoro che manca. Ma piena anche di nodi irrisolti dentro la stessa maggioranza, come dimostrano due indizi: quello sguardo fugace ma mefistofelico tra Berlusconi e Salvini, mentre al termine delle consultazioni Meloni annuncia ai cronisti “gli alleati hanno indicato all’unanimità la sottoscritta…”, e poi quel sibillino “arrivederci Mario” che i colleghi del Consiglio europeo dedicano al premier uscente. Ora ci affidiamo al senso della misura, al senso delle istituzioni, al senso di responsabilità della Sorella d’Italia. Si ricordi che vincere le elezioni è un conto, governare il Paese è un altro. E tenga conto che d’ora in avanti rappresenta tutti gli italiani, non solo quel 16 per cento degli aventi diritto che ha messo la X sul simbolo su cui ancora arde la fiamma tricolore. Per lei la traversata nel deserto è finita. Per l’Italia comincia adesso.

Sorgente: La piccola patria di Meloni e i suoi fratelli – La Stampa

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