Roger Scruton e Montesquieu, Cormac McCarthy e Steve Jobs. Un occhio strizzato ai conservatori e una collezione di classiche citazioni facilmente reperibili con una ricerca su internet. Certo, ci sono stati anche papa Giovanni Paolo II e qualche spruzzatina di Francesco. Ma quando si è trattato di dare un po’ di consistenza culturale al suo discorso, Giorgia Meloni non si è sforzata granché.

Nella replica, forse sentendosi in difetto, la presidente del Consiglio si è spinta fino a citare Plutarco. Ma anche qui le sarà bastato affidarsi a un buon motore di ricerca di aforismi. Insomma non è stato uno di quei discorsi che rimarranno nella storia della letteratura politica. Anche la storia, quella vera, è stata sbrigativamente liquidata con un salto spazio-temporale dall’Italia del 1861 «unificata dai giovani eroi del Risorgimento» all’Italia di oggi.

La Resistenza e i 161 anni che sono serviti per costruire la nostra Repubblica cancellati così, con un colpo di spugna. In compenso Meloni, che conosceva bene il pubblico a cui parlava, si è concessa un passaggio sul fascismo: «Non ho mai provato simpatia o vicinanza nei confronti dei regimi antidemocratici. Per nessun regime, fascismo compreso. Esattamente come ho sempre reputato le leggi razziali del 1938 il punto più basso della storia italiana, una vergogna che segnerà il nostro popolo per sempre». Applausi. Scontati.

Non c’è molto altro da aggiungere se non quel passaggio per rispondere alle polemiche sul ministero dell’Istruzione e del merito: «Diversi studi dimostrano come, oggi, chi vive in una famiglia agiata abbia una chance in più per recuperare le lacune di un sistema scolastico appiattito al ribasso, mentre gli studenti dotati di minori risorse vengono danneggiati da un insegnamento che non premia il merito, perché quelle lacune non vengono colmate da nessuno». Nessun problema, c’è sempre internet.

 

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