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La Russa si ispira a una concezione della storia che porta a equiparare partigiani e Salò mentre Fontana rispolvera la vecchia accoppiata natalità/virilità cara al fascismo

Dopo le chiacchiere i fatti. E i fatti sono le nomine di Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana alle presidenze del Senato e della Camera. Dio, patria e famiglia, il vecchio trinomio identitario della destra italiana si è così riaffacciato con forza ai vertici delle istituzioni dell’Italia repubblicana in un’accoppiata il cui valore simbolico emerge direttamente dalle biografie dei due personaggi: quella di La Russa, totalmente interna al neofascismo missino; quella di Fontana, segnata da un integralismo cattolico che viene da lontano, almeno dalle folle reazionarie che si abbandonarono all’ebbrezza del massacro gridando “viva Maria!” e dalle masse sanfediste che seguirono il cardinale Ruffo nella spietata repressione delle sollevazioni giacobine.

“Patria” è stato il riferimento cardine del discorso di La Russa. Una patria che dovrebbe aggiornare il suo calendario civile inserendovi la data del 17 marzo 1861 (quella della proclamazione dell’Unità d’Italia) e ispirandosi a una concezione della storia che porta a una sorta di equiparazione tra partigiani e Salò, all’insegna di una visione pacificata nella quale “tutti i morti sono uguali”. Non è così e se il 25 aprile viene giudicato divisivo dai fascisti, il 17 marzo non è da meno e La Russa dovrebbe sapere che le “divisioni” affiorano soprattutto all’interno della coalizione che lo ha eletto.

Quando nel 2011, su impulso di Giorgio Napolitano, allora Presidente della Repubblica, si avviarono i festeggiamenti per il 150 anni dell’Unità d’Italia, culminati proprio il 17 marzo, sulle celebrazioni soffiò forte il vento del separatismo leghista che la considerava il segno dell’oppressione centralista di Roma, della fine di un Eden “inventato” (quello della dominazione austriaca sul lombardo-veneto), del trionfo di un’Italia massonica, liberale ed esterofila da cancellare per sempre dalla nostra memoria. Tesi che riecheggiavano anche in Forza Italia con il ministro Sandro Bondi che si scagliò contro una storiografia schiacciata sul patriottismo risorgimentale (“mito certamente fondativo, ma snaturato prima dalla retorica sabauda, poi da quella fascista e resistenziale”), rilanciando in maniera significativa le tesi della professoressa Angela Pellicciari che guardavano al Risorgimento come a una gigantesca impostura, con una unità nazionale realizzata da una minoranza inferiore al due per cento della popolazione impostasi con la forza e l’inganno sulla parte sana e maggioritaria del paese.

Questo al Nord, mentre al Sud imperversava allora una vulgata neo borbonica che vaneggiava su una “Campania felix”, annientata e repressa dalle mire espansionistiche dei Savoia, e giunse a proporre una “giornata della memoria” per le vittime meridionali dell’Unità, contate fino all’iperbolica cifra di centomila attraverso l’elencazione “dei paesi rasi al suolo” dai bersaglieri.

“Dio” e “Famiglia” sono invece al centro delle posizioni di Fontana. Aldilà delle sue esternazioni a favore di Putin e di “Alba dorata”, che restano tra più indecenti esperienze politiche dell’Europa degli ultimi decenni, nel suo discorso di insediamento colpisce infatti nel suo discorso una sorta di paradossale secolarizzazione della santità, con un’abbondanza di citazioni di santi e beati (da Tommaso d’Aquino a Carlo Acutis, il “patrono del web”) nel tentativo di fronteggiare una modernità che insidia i capisaldi strategici delle religioni, quelli più legati alla vita, alla morte, al sesso, a tutti quei territori, insomma, su cui la Chiesa ha costruito un suo primato plurisecolare. Senza contare poi la netta accentuazione del messaggio biopolitico, in una sorta di ossessione sessuofobica che esaspera l’attenzione alle relazioni interpersonali e ai comportamenti privati sessuali, in una battaglia in difesa della famiglia che mette insieme la condanna delle coppie omosessuali e l’esaltazione delle caratteristiche “naturali” del matrimonio.

E si resta sgomenti nel vedere la terza carica dello Stato repubblicano rispolverare l’accoppiata natalità/virilità che fu tipica del fascismo del ventennio e il cardine di una campagna demografica, avviata da Mussolini con il noto discorso dell’Ascensione (28 maggio 1927), proprio quello della famosa frase “il numero è la forza dei popoli”. Ricordiamolo: nella prima parte della sua orazione aveva definito la “razza italiana” come “il popolo italiano nella sua espressione fisica”, facendo coincidere potenza demografica e potenza politica di uno Stato. E il suo progetto demo-razziale ricevette implicito ma chiaro riconoscimento nell’enciclica Casti connubii che Pio XI dedicò, nel 1930, al matrimonio cristiano e nel quale la modernità veniva criticata per la sua influenza negativa sulle nascite. Non a caso, quindi, sostituendo il codice penale del liberale Zanardelli, il codice Rocco non definiva più l’aborto come un crimine contro la persona e l’onore, ma come uno dei crimini “contro l’integrità e la salute della stirpe” e ne aggravava la punizione. L’ideale della famiglia numerosa, la sottomissione delle donne agli uomini, l’opposizione alla diffusione della conoscenza dei metodi contraccettivi (considerati “un flagello” anche dalla chiesa) accomunavano il Vaticano e il fascismo. Tutto questo appariva confinato per sempre nel passato. Non è così e la nomina a Presidente della Camera di Lorenzo Fontana ce lo ricorda con sfrontata impudenza.

Sorgente: Dio, patria e famiglie numerose: l’eco del Ventennio che riaffiora – La Stampa


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