La nuova stagione populista

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26 Settembre 2022 0 Di Luna Rossa
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Francia, la prima ministra Borne: vigileremo sul rispetto dei diritti umani e dell’aborto in Italia

La Costituzione verrà cambiata attraverso il cavallo di Troia del presidenzialismo, strumento perfetto per la predicazione populista che vuole l’identificazione tra il leader e il popolo. E tutto il paesaggio istituzionale, con i suoi equilibri delicati, dovrà adeguarsi alla gerarchia dei poteri

di Ezio Mauro

E adesso cosa ci aspetta? La crisi inclina il Paese a destra, prolunga la stagione del populismo, conferma che la responsabilità di governo non paga elettoralmente, perché ha un riflesso di casta. Com’era annunciato da tempo, Fratelli d’Italia vince, nel punto esatto di incrocio di questi fattori, sgonfiando la Lega e soffocando Forza Italia.

È una vittoria annunciata, ma cambia la storia del Paese. Suscitata da Berlusconi, trent’anni dopo la destra si emancipa dal Cavaliere e gioca in proprio, nella sua fisionomia più radicale: e i conti dentro la coalizione non sono finiti, perché dopo il voto bisognerà aspettare le scosse di assestamento, soprattutto nella Lega che precipita nelle proiezioni della notte.

 

 

Nell’altro campo il voto conferma una dannazione storica: il centrosinistra paga le sue divisioni, incapace di unire le sue forze persino davanti all’arrembaggio della destra più estrema degli ultimi anni.

Oggi Pd, M5S, Polo di centro contano gelosamente le loro percentuali divise, dopo aver rinunciato a costruire un’alternativa alla destra davanti al Paese. Ma anche qui il Big Bang non si arresta: Conte ha recuperato, Calenda non ha sfondato, il Pd perde terreno, senza una base sociale di riferimento, tutta da inventare.

Giorgia Meloni è la vincitrice, anche a dispetto di Salvini e Berlusconi, ridotti a valletti e comprimari. È dalle parole, dalla storia e dalle intenzioni di Meloni, dunque, che possiamo provare a indovinare oggi cosa ci attende da domani.

Il Paese con questo voto sembra aver amnistiato nell’indifferenza il fascismo storico, tanto da giudicare irrilevante il legame che in Fratelli d’Italia persiste con quel deposito di memorie e di simboli, devitalizzato politicamente ma tenuto vivo a bassa frequenza, come un paesaggio sentimentale di riferimento.

L’elettorato mobile, che si è spostato su Fratelli d’Italia, non chiede e tantomeno pretende dalla destra estrema – di derivazione post-fascista – una presa di posizione netta a favore della democrazia liberale, nelle cui regole e nei cui valori abbiamo vissuto con alti e bassi fino ad oggi, con la sicurezza della libertà.

D’altra parte il populismo raccoglie i suoi frutti, dopo aver dileggiato per anni la democrazia, la sua fatica di garanzia, i suoi istituti. I risultati li vediamo ogni giorno nei giudizi sulla guerra di aggressione russa all’Ucraina, quando da destra e da sinistra ci si ferma a una condanna dell’invasione, per poi smarrire la consapevolezza che i valori e i principi calpestati nel Donbass sono la dotazione democratica che ci ha consentito di attraversare trent’anni di pace e convivenza dopo la fine della Guerra Fredda.

Questo spiega, io credo, perché Giorgia Meloni ha finora rifiutato tutti gli inviti a una “bemolizzazione”, cioè ad abbassare l’intensità del carattere estremo della sua destra, per avviare un percorso di omologazione: prima di tutto perché lo spirito dei tempi le è propizio, la democrazia delle regole e dei diritti liberali arranca, ogni voto dimostra la tendenza a premiare le forze ribelli e alternative al governo; poi perché considera costitutivo della sua identità questo elemento diverso, irregolare, anomalo che ha trasformato da debolezza in forza.

Nella gara dei populismi (il nazionalismo xenofobo della Lega, l’assistenzialismo e l’anti-élitismo dei Cinque Stelle, il sovranismo orbanista di Fratelli d’Italia) Meloni ha staccato i concorrenti presentandosi non solo come leader d’opposizione, ma addirittura antisistema, proprio grazie a questa diversità. Ora arriva la prova del fuoco, perché dopo la vittoria il populismo dovrà farsi di lotta e di governo, e non è facile.

Tutti vedono la difficoltà di costruire una vera intesa con gli alleati, soprattutto dopo le sbandate filo-putiniane di Salvini, nella penombra del Metropol, e di Berlusconi, che in campagna elettorale sembrava recitare un copione di giustificazioni del Cremlino.

Ma la vera questione, per la Meloni di lotta, sarà la scelta degli indispensabili nemici. Uno per ora li incarna tutti: la Ue con la burocrazia di Bruxelles, che secondo la destra vuole imporre alle nazioni il codice dei principi liberali nei diritti, nelle istituzioni, negli atti di governo, cioè il canone occidentale. Mentre i partner di Fratelli d’Italia, come Orbán, stanno sperimentando da anni un modello di democrazia illiberale e neo-autoritaria, che gli autocrati considerano più adatto ai tempi di crisi.

Ma attraverso questa strada si arriva al vero disegno della destra, che è un cambio di sistema. Non solo una diversa declinazione della democrazia, con una scelta a-occidentale nei valori e nei diritti compensata dalla lealtà atlantica nell’alleanza militare con gli Stati Uniti: ma il superamento di quel legame repubblicano delle origini tra la Resistenza, la Costituzione, le Istituzioni e la Repubblica che è un disegno coerente e unitario, arrivato fin qui.

Con ogni evidenza oggi finisce l’antifascismo come cultura fondatrice, come impegno e testimonianza che hanno informato la Carta e l’ordinamento dello Stato, ricordando la tragedia della dittatura. Neutralizzata nella sua cultura di riferimento, la Costituzione verrà cambiata attraverso il cavallo di Troia del presidenzialismo, strumento perfetto per la predicazione populista che vuole l’identificazione tra il leader e il popolo: e tutto il paesaggio istituzionale, con i suoi equilibri delicati, dovrà adeguarsi alla nuova gerarchia dei poteri.

A questo punto comincerà davvero la seconda Repubblica, o la terza se si vuol credere a una fisionomia distinta della stagione maggioritaria del bipolarismo. Ma soprattutto la destra troverà in questo taglio delle vecchie radici lo sfondo eroico per trasformare la conquista del governo non solo in una presa di potere, ma in un’alternativa di sistema.

C’era tutto questo, e non solo i seggi nel nuovo Parlamento, dentro la posta in gioco. Chi non è andato a votare “perché tanto è uguale”, o “perché la distinzione tra destra e sinistra non vale più”, si è perso la partita repubblicana più importante degli ultimi trent’anni.

 

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