Processo a Donald Trump: le rivelazioni della commissione d’inchiesta sull’assalto al Congresso Usa il 6 gennaio 2021 – la Repubblica

Processo a Donald Trump: le rivelazioni della commissione d’inchiesta sull’assalto al Congresso Usa il 6 gennaio 2021 – la Repubblica

15 Luglio 2022 0 Di Luna Rossa
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L’attacco alla democrazia americana e la “grande bugia” dell’ex presidente nelle immagini inedite e nelle rivelazioni della Commissione d’inchiesta sull’assalto a Capitol Hill

Perciò adesso sappiamo che Donald Trump, quando era davvero fuori di sé, scagliava i piatti con le pietanze del suo pranzo contro i muri della Casa Bianca, lasciando che il ketchup colasse come una riga di sangue sulle pareti della residenza voluta da Giorgio Washington e abitata da Abramo Lincoln. Sappiamo, grazie alle audizioni tenute dalla Commissione d’inchiesta della Camera sull’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021, che aveva quasi messo le mani addosso agli agenti del Secret Service (la scorta presidenziale) affinché lo portassero in auto a Capitol Hill, tra i manifestanti che chiedevano a gran voce di impiccare il suo vice Mike Pence perché non era disposto a rubare le elezioni.

Sappiamo che era a conoscenza della presenza di armi tra la folla inferocita, coltelli, pistole, persino fucili da guerra, ma chiese comunque di togliere i metal detector per farla passare e riempire il prato dove aveva in programma il suo comizio: “Non me ne fotte nulla, tanto non sono venuti qui per fare del male a me”. Sappiamo che non si era vergognato di chiedere alle autorità della Georgia di violare la Costituzione, sollecitandole a trovargli in qualche modo gli 11.780 voti fasulli di cui aveva bisogno per scavalcare Joe Biden e togliergli questo Stato così importante per la sua vittoria nelle elezioni. Sappiamo infine che sapeva, perché il suo segretario alla Giustizia William Barr gli aveva detto che la “grande bugia”, ossia l’accusa di frodi nelle presidenziali del 3 novembre 2020, era solo “bullshit”, letteralmente una “stronzata”. Epperò era andato avanti lo stesso per la sua strada, ossia quella della menzogna sistematica ripetuta all’infinito, perché non potevano certo essere la verità o la legge ad impedirgli di tornare alla Casa Bianca.

 

Sappiamo adesso tutte queste cose, che nemmeno nei film si vedono. Perché se qualche regista geniale le avesse immaginate nella sceneggiatura di un thriller politico, avremmo lasciato vuote le sale cinematografiche o disdetto gli abbonamenti a Netflix, rimproverandogli di aver perso la testa per farci sprecare il tempo con una banalità assurda. Ma cosa significano ora tutte queste verità, registrate nei documenti ufficiali delle audizioni alla Camera sul 6 gennaio, un procedimento simile a quello che costrinse Nixon a dimettersi per il Watergate? Che peso avranno sul futuro della democrazia più antica del mondo moderno e su quello dell’ex presidente che l’ha tradita dall’interno delle stanze più sacre del potere americano? Porteranno alla sua incriminazione, e quindi all’archiviazione di un incubo nazionale come errore accidentale della storia? Oppure resteranno impotenti sulla carta dove sono scritte, o meglio i video dove sono registrate, lasciando che chi ha violentato così spudoratamente la democrazia americana torni a guidarla fra un paio di anni? Perché tanto ai suoi sostenitori esagitati non importa nulla. Per loro vietare l’aborto o negare il riscaldamento globale conta infinitamente più di rispettare quella legge che ha miracolosamente tenuto insieme il paese per oltre due secoli, sopravvivendo alla Guerra Civile, alla sfida del nazismo e alla Guerra Fredda. Procediamo allora con ordine, cercando di associare ognuno di questi fatti di colore ai reati che potrebbero provare, per capire cosa aspetta gli Usa.

 

Assalto alla democrazia, le ore che hanno ferito l’America – Il videoracconto

 

 

Il racconto delle 16 ore che hanno sconvolto la democrazia americana. A cura di Valeria D’Angelo

 

Le audizioni

Il primo giorno delle audizioni, la sera di giovedì 9 giugno, gli americani hanno visto in diretta televisiva in prima serata la testimonianza registrata dell’ex segretario alla Giustizia Bill Barr, già fedelissimo di Trump che nel 2019 era venuto due volte anche a Roma, per indagare sull’ipotesi falsa che il “Russiagate” fosse stato prefabbricato dai servizi italiani in combutta con quelli Usa per aiutare Hillary Clinton. Barr ha rivelato di aver discusso i presunti brogli con Trump in tre occasioni, il 23 novembre, il primo e il 14 dicembre 2020. E ha spiegato così il clima: “Appena chiuse le urne, la notte delle elezioni, il presidente ha affermato che c’era una grave frode in corso. Questo è successo, per quanto ne so io, prima ancora che ci fosse effettivamente la possibilità di esaminare le prove”. Ma il capo della Casa Bianca era sicuro, a prescindere: “Non c’è mai stato in Trump alcun segno di interesse per i fatti. Allora lui aveva sentito l’obbligo di essere onesto: “Ho chiarito che non ero d’accordo con l’idea di dire che le elezioni erano state rubate, e di pubblicare questa roba. Ho detto al presidente che era una stronzata. E non volevo farne parte. Questo è uno dei motivi per cui ho deciso di andarmene”, perché “non puoi vivere in un mondo in cui l’amministrazione in carica rimane al potere sulla base della propria opinione, non supportata da prove specifiche, che ci sia stata una frode alle elezioni”.

 

Un video di Ivana Trump, consigliere (e figlia) dell'ex presidente, su uno schermo della Commissione d'inchiesta sull'assalto al Congresso americano (Epa/Michael Reynolds) 
Un video di Ivana Trump, consigliere (e figlia) dell’ex presidente, su uno schermo della Commissione d’inchiesta sull’assalto al Congresso americano (Epa/Michael Reynolds)
(ansa)

 

Poco dopo gli americani hanno sentito anche la figlia prediletta di Donald, Ivanka, concordare con l’ex ministro della Giustizia: “Rispetto l’Attorney General Barr, quindi ho accettato quello che stava dicendo”. Lasciamo perdere che poi, in un documentario girato da Alex Holder, la stessa Ivanka abbia sostenuto l’esatto opposto: “Avevo detto a mio padre di continuare a lottare fino all’esaurimento di ogni rimedio legale, perché la gente stava mettendo in dubbio la santità delle nostre elezioni”. La verità, se dobbiamo credere a quanto la figlia del presidente ha dichiarato al Congresso sotto giuramento, è che neppure lei si era bevuta la “grande bugia” del padre. Così come Bill Stepien, manager della sua campagna presidenziale, che ha affermato di avergli ribadito senza mezzi termini la sconfitta. I testimoni poi hanno confermato che Trump aveva inseguito un’altra teoria ancora più stramba, e cioè quella di “Italy Did It”, secondo cui i risultati delle presidenziali erano stati truccati a suo sfavore mentre transitavano per alcuni computer italiani.

Perché queste dichiarazioni erano così importanti da farle ascoltare il primo giorno delle audizioni? Perché servono a smontare la principale difesa di Trump, ossia che ha agito in buona fede, senza l’intento di commettere alcun reato. Infatti per violare la legge, e quindi essere incriminati e condannati, è necessario volerlo. Se uno non sa che lo sta facendo, e soprattutto non ha alcuna intenzione di farlo, non può essere giudicato colpevole. Perciò Donald ha sempre sostenuto che era autenticamente convinto delle frodi elettorali, e quindi ha agito secondo coscienza. Per proteggere la Costituzione, invece di dissacrarla. Ma se lo stesso manager della sua campagna gli aveva detto che non era vero, e il suo ministro della Giustizia gli aveva confermato di non aver trovato alcuna prova dei presunti brogli, non c’era motivo di continuare a ripeterlo. Trump lo aveva fatto comunque perché voleva ignorare la realtà, restando alla Casa Bianca a tutti i costi, e questo potrebbe dimostrare la sua intenzione di violare la legge. Ma se così era, e non esiste motivo di credere altrimenti, quali leggi voleva violare e come?

 

 

I reati principali per cui l’ex presidente rischia l’incriminazione sono due: “Conspiracy to commit offense or to Defraud the United States”, 18 USC § 371 dello United States Code (la raccolta delle leggi federali statunitensi), ossia cospirazione per defraudare gli Usa; e “Obstructing an Official Proceeding”, 18 USC § 1512, cioè ostruzione di un procedimento ufficiale dello Stato. Sullo sfondo poi resta il più grave, “Seditious Conspiracy”, 18 USC § 2384, quindi la vera e propria sedizione assimilabile al colpo di Stato. Secondo un rapporto della Brookings Institution, a queste imputazioni principali si aggiungono varie ipotesi di reato a livello federale, come “Coercion of Political Activity”, “Political Use of Official Authority”, “Conspiracy Against Rights and Deprivation of Rights”; e crimini statali, come ad esempio le pressioni fatte sulle autorità della contea di Fulton, in Georgia, allo scopo di trovare voti falsi per farlo vincere. Un’altra possibilità è quella della “Wire Fraud”, ossia la frode commessa usando la “grande bugia” dei brogli elettorali inesistenti allo scopo di raccogliere finanziamenti. Ce ne sarebbe abbastanza per mandare in galera diversi anni un comune mortale, ma se questo possa accadere anche con un ex presidente, che peraltro sta preparando la ricandidatura alle elezioni del 2024, è tutto da vedere.

Provare in tribunale la “Conspiracy to Defraud the United States” richiede che “almeno due persone si accordino per ostruire una funzione legale del governo, con mezzi disonesti e ingannevoli”. Secondo gli analisti legali, Trump avrebbe commesso questo crimine quando con il suo avvocato John Eastman aveva incontrato vari alti funzionari allo scopo di definire un piano per spingere il vice Mike Pence a rifiutare i grandi elettori inviati dagli Stati alla riunione del 6 gennaio in Congresso, che avrebbe dovuto ratificare la vittoria di Biden alle presidenziali.

“Obstructing an Official Proceeding”, in questo caso del Parlamento, richiede che l’imputato alteri, distrugga, nasconda documenti, oppure ostruisca, influenzi o impedisca con altri mezzi un procedimento ufficiale. Anche qui, il fatto di aver propagato la “grande bugia” sapendo che era falsa, incoraggiato i manifestanti del 6 gennaio a marciare sul Congresso, taciuto per 187 minuti mentre l’assalto mortale costato la vita a 9 persone era in corso, dovrebbe configurare il reato.

La “Seditious Conspiracy” è l’accusa più grave, perché vieta la cospirazione da parte di due o più persone “per prevenire, ostacolare o ritardare con la forza l’esecuzione di qualsiasi legge degli Stati Uniti”. Suona come un colpo di Stato, e alcuni militanti dei gruppi estremistici dei Proud Boys e degli Oath Keepers, inclusi i loro leader Henry “Enrique Tarrio e Stewart Rhodes, sono stati già incriminati per questo reato. Per tirarci dentro anche Trump bisognerebbe dimostrare che aveva avuto qualche contatto con questi soggetti, conosceva le loro intenzioni violente, e in qualche modo le aveva aiutate. Sarebbe il crimine più grave e devastante, ma è anche il più difficile da provare, a meno che il presidente non sia stato davvero così imprudente da esporsi personalmente ad un simile pericolo. Magari qualche collaboratore sì, ma se lui si fosse prestato sarebbe davvero una roba da matti. Torniamo allora alle audizioni della Commissione d’inchiesta della Camera, per verificare fino a che punto sono arrivate nel tentativo di provare qualcuno di questi reati.

 

Assalto a Capitol Hill: il video con immagini inedite alla Commissione di inchiesta

 

 

Il video di 11 minuti con immagini inedite dell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, mostrato alla Commissione d’inchiesta della Camera

 

La “grande bugia”

Il 21 giugno si sono presentati a testimoniare il segretario di Stato della Georgia Brad Raffensperger, ossia la persona che aveva l’incarico di gestire le elezioni nel suo territorio, e lo speaker della Camera dell’Arizona Rusty Bowers, cioè il presidente dei parlamentari locali che avevano il potere di cambiare le leggi sul voto. Entrambi repubblicani fedelissimi, ma di un’altra era, quando il Gop metteva ancora la Costituzione davanti ai propri interessi di bottega e rivendicava di essere il partito delle persone responsabili.

Raffensperger era diventato famoso subito dopo le presidenziali, suo malgrado, perché Trump lo aveva chiamato per fare una richiesta perentoria: “Trovami 11.780 voti”, ossia uno in più degli 11.779 che costituivano il margine di vantaggio di Biden su lui in Georgia. Il segretario di Stato aveva resistito alle pressioni del presidente, nonostante appartenesse al suo partito e lo avesse votato, per la semplice ragione che lo stava esortando a violare la legge di cui era custode. Quindi era diventato un nemico, assalito dai trumpisti, e non solo verbalmente.

Davanti alla Commissione d’inchiesta, Raffensperger ha confermato così la sua versione: “Non c’erano voti da trovare. I numeri sono numeri, e non mentono”. Quindi ha spiegato perché Donald aveva perso: “Ventottomila georgiani hanno evitato di votare nella corsa presidenziale, mentre invece lo hanno fatto per le altre competizioni elettorali del 3 novembre. Ecco perché il presidente Trump non è riuscito a vincere”. Significa che molti elettori repubblicani sono andati alle urne e hanno fatto la scelta cosciente di votare per i candidati del Gop alle altre cariche federali e statali, ma hanno negato il sostegno al capo della Casa Bianca. Un simile schiaffo in faccia era inaudito per Donald, che ovviamente ha rifiutato di riconoscere la verità. Quindi ha premuto su Raffensperger affinché cambiasse il risultato, trovandogli 11.780 schede fasulle.

Il no di Brad lo aveva messo nel mirino dei sostenitori più violenti di Trump, arrivati ad irrompere nell’abitazione della moglie di suo figlio morto: “Alcune persone hanno fatto irruzione in casa di mia nuora. Mio figlio è morto, lei è vedova e ha due bambini. Quindi ci siamo molto preoccupati anche per la sua sicurezza”. Quanto e lui, la sua e-mail e il telefono sono stati inondati di minacce, mentre la moglie ha ricevuto “messaggi a sfondo sessuale”. Tutto questo ora è al vaglio non solo della Commissione d’inchiesta della Camera, ma anche di un’indagine penale aperta nella contea di Fulton, in Georgia.

 

 

L'immagine dell'ex presidente Donald Trump mostrata su uno schermo  durante l'audizione della Commissione d'inchiesta sull'assalto al  Congresso del 6 gennaio 2021 (Saul Loeb /Afp)
L’immagine dell’ex presidente Donald Trump mostrata su uno schermo durante l’audizione della Commissione d’inchiesta sull’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021 (Saul Loeb /Afp) 

 

Alla stessa audizione ha partecipato anche il presidente della Camera dell’Arizona Rusty Bowers, repubblicano di ferro che aveva attivamente tifato per la vittoria di Trump nel 2020. Lui ha rivelato che l’ex presidente aveva fatto pressioni affinché prendesse provvedimenti per ribaltare le elezioni, nominando un gruppo di grandi elettori alternativo a quelli scelti dai cittadini nelle urne. Poi voleva che convocasse la Camera per cambiare le leggi in corso d’opera.

Bowers aveva chiesto a Rudy Giuliani, all’epoca “avvocato” di Donald, di mostrargli le prove dei brogli, ma l’ex sindaco e procuratore di New York gli aveva risposto così: “Abbiamo molte teorie, semplicemente ci mancano le prove”. Rusty allora si era rifiutato di convocare i legislatori dell’Arizonaallora John Eastman, altro avvocato complottista assunto da Trump, lo aveva apostrofato in questo modo: “Fallo, e lascia che i tribunali poi risolvano la questione”. La replica di Bowers era stata molto dura: “Mi stai chiedendo di commettere qualcosa contro il mio giuramento, e io non lo infrangerò”. Poi, commosso quasi fino alle lacrime, ha detto alla Commissione d’inchiesta che il capo della Casa Bianca lo aveva colpito nel profondo dei suoi valori più cari, inclusa la fede religiosa: “Io ritengo che la Costituzione degli Stati Uniti sia stata ispirata da Dio. Ciò che il presidente mi chiedeva era estraneo al mio stesso essere”. Quindi ha concluso la testimonianza dicendo il tentativo di Trump di rovesciare l’esito delle elezioni era “una parodia tragica”.

In altri tempi un repubblicano come Bowers, convinto che Dio abbia scritto la Costituzione degli Stati Uniti come aveva fatto con i Dieci Comandamenti sul Monte Sinai, sarebbe stato anatema per i democratici. Il nemico assoluto del governo laico e della separazione fra Stato e Chiesa. Trump però è riuscito a trasformarlo in un eroe della democrazia americana, che Rusty ha avuto il coraggio di difendere fino al rischio di perdere tutto. Questo pericolo però non è ancora svanito, perché Donald vuole ricandidarsi nel 2024 e milioni di sostenitori sono pronti a rivoltarlo. Ora perciò si tratta di capire se chiedere di trovare 11.800 voti falsi o cambiare le leggi elettorali a suo favore dopo la chiusura delle urne configura una cospirazione per defraudare gli Stati Uniti, l’ostruzione di un procedimento ufficiale oppure un qualche altro reato che potrebbe mandare il colpevole in prigione – o quanto meno bandirlo dalla possibilità di tornare a guidare un paese di cui ha minacciato le leggi fondamentali.

 

La testimonianza di Cassidy Hutchinson, l'assistente ventiseienne del capo della Casa Bianca (Brandon Bell/Getty Images)
La testimonianza di Cassidy Hutchinson, l’assistente ventiseienne del capo della Casa Bianca (Brandon Bell/Getty Images) 

 

La testimonianza cruciale

Il 28 giugno davanti alla Commissione d’inchiesta si è presentata a sorpresa Cassidy Hutchinson, per la testimonianza più drammatica delle audizioni, che secondo molti analisti legali ha cambiato l’intera dinamica del procedimento e potrebbe risultare determinante per l’incriminazione di Trump. La giovane Cassidy, assistente ventiseienne del capo della Casa Bianca, era presente di persona durante i momenti più drammatici dell’assalto al Congresso, e la sua confessione è stata assimilata a quella che John Dean fece durante il Watergate, condannando Nixon alle dimissioni. L’ha interrogata la deputata repubblicana Liz Cheney, figlia dell’ex vice presidente Dick, ma caduta in disgrazia perché aveva votato a favore dell’impeachment. Vale la pena ripercorrere quegli eventi attraverso la trascrizione della testimonianza.

 

Liz Cheney durante le audizioni della Commissione d'inchiesta (Drew Angerer/Getty Images)
Liz Cheney durante le audizioni della Commissione d’inchiesta (Drew Angerer/Getty Images) 

 

CHENEY: “Quella notte lei ha accompagnato Giuliani fuori dalla Casa Bianca e lui le ha parlato del 6 gennaio. Cosa ricorda che disse?”.

HUTCHINSON: “Mentre Giuliani ed io stavamo camminando verso la sua auto, mi ha guardato e ha detto: “Cass, sei eccitata per il 6? Sarà un grande giorno”. Ricordo di averlo guardato dicendo: Rudy, potresti spiegarmi cosa succederà il 6? Aveva risposto: “Andiamo a Capitol Hill. Sarà fantastico. Ci sarà il presidente. Apparirà potente. Starà con i senatori. Parlane con il tuo capo. Lui lo sa””.

CHENEY: “Quindi lei è andata alla West Wing della Casa Bianca per parlare col capo di gabinetto Mark Meadows?”.

HUTCHINSON: “Sì. Dopo che Giuliani aveva lasciato la Casa Bianca, sono tornata indietro e ho trovato Meadows nel suo ufficio, sul divano. Stava guardando il telefono. Ricordo di essermi appoggiata alla porta e di aver detto che avevo appena avuto un’interessante conversazione con Rudy. Mark, pare che andremo al Campidoglio. Non ha alzato lo sguardo dal telefono e ha detto qualcosa del tipo: “Stanno succedendo molte cose, Cass, ma non lo so. Le cose potrebbero mettersi davvero male il 6 gennaio””.

L’interrogatorio a quel punto si è spostato sui contatti con i gruppi più estremisti, coinvolti nell’assalto violento al Congresso in cui sono morte nove persone.

 

Membri dei Proud Boys all'esterno della cattedrale di St. Patrick a New York (Getty Images)
Membri dei Proud Boys all’esterno della cattedrale di St. Patrick a New York (Getty Images) 

 

HUTCHINSON: “Ricordo di aver sentito le parole Oath Keepers e Proud Boys, più vicino alla pianificazione della manifestazione del 6. Ho ricevuto una chiamata da Robert O’Brien, consigliere per la sicurezza nazionale. Aveva chiesto se poteva parlare con Meadows di potenziali violenze, che aveva sentito sarebbero accadute a Capitol Hill. Gli avevo chiesto se avesse avuto contatti con Tony Ornato, vice capo di gabinetto e responsabile della sicurezza. Ricordo che Ornato era entrato dicendo che avevamo rapporti di intelligence secondo cui sarebbero potute accadere violenze il 6 gennaio”.

CHENEY: “Segnalazioni di violenze e armi che il Secret Service aveva ricevuto la notte del 5 gennaio, e per tutta la giornata del 6 gennaio. È corretto?”.

HUTCHINSON: “Esatto”.

CHENEY: “Ci sono notizie secondo cui la polizia di Washington aveva arrestato diverse persone con armi da fuoco e munizioni a seguito di una manifestazione pro-Trump alla Freedom Plaza, la sera del 5 gennaio. Sono questi i rapporti di cui ricorda di aver sentito parlare?”.

HUTCHINSON: “Sì”.

CHENEY: “Avevano armi e altri oggetti confiscati: spray al peperoncino, coltelli, tirapugni, taser, giubbotti antiproiettile, maschere antigas, manganelli, corpi contundenti. La Commissione è venuta a conoscenza di rapporti riguardo la situazione all’esterno dei magnetometri, i metal detector, e ha ottenuto trasmissioni radio della polizia che identificano individui con armi da fuoco, inclusi i fucili AR-15. Signora Hutchinson, in una precedente testimonianza lei ci ha descritto un incontro alla Casa Bianca intorno alle 10 del mattino del 6 gennaio, che ha coinvolto il capo di gabinetto Meadows e Tony Ornato. Era in quella riunione?”.

HUTCHINSON: “Sì. Ricordo che Tony ed io avevamo avuto una conversazione con Mark, probabilmente intorno alle 10, 10,15, nella quale Tony aveva menzionato coltelli, pistole, fucili, spray per orsi, giubbotti antiproiettile, lance e pennoni. Poi Tony ha raccontato che “queste persone stanno fissando le fottute lance alle estremità dei pennoni”. Quando Tony ed io siamo andati a parlare con Mark quella mattina, lui era seduto sul divano e guardava il suo telefono. Ricordo che Tony gli disse: “Scusa, voglio solo farti sapere il numero di persone che abbiamo là fuori. Queste sono le armi in circolazione”. Gli aveva dato una spiegazione concisa, ma abbastanza approfondita. E ricordo distintamente che Mark non alzava lo sguardo dal telefono. Tony aveva finito la sua spiegazione e ci sono voluti alcuni secondi, prima che Mark rispondesse. Stavo quasi per dire: Mark, ma l’hai sentito? Poi è intervenuto Mark: “Va bene, nient’altro?”. Ancora fissando il suo telefono. Tony ha guardato me, e io ho guardato lui. Tony ha detto: “No, signore”. Mark ha risposto: “Avete domande?” Io ho guardato Tony e ho pensato: ti ha appena detto cosa sta accadendo alla manifestazione. E Mark era tipo sì sì, lo so. Poi ha alzato lo sguardo e ha detto: “Hai parlato con il presidente?” Tony ha risposto: “Sì, signore. È stato informato”. E lui ha replicato: “Va bene””.

CHENEY: “Meadows ha chiesto a Tony se aveva informato il presidente?”.

HUTCHINSON: “Sì”.

CHENEY: “E Tony ha detto di sì, l’aveva fatto. Quindi, signorina Hutchinson, lei ha capito che il signor Ornato aveva parlato al presidente delle armi durante la manifestazione, la mattina del 6 gennaio?”.

HUTCHINSON: “Questo è quanto mi ha riferito il signor Ornato”.

Trump era infuriato, ma non per la presenza di armi in strada.

CHENEY: “Perché era furioso, Miss Hutchinson?”.

HUTCHINSON: “Era furioso perché voleva che lo spazio dove doveva tenere il suo comizio fosse al massimo della capacità”.

CHENEY: “Lei è andata al raduno nel corteo presidenziale?”.

HUTCHINSON: “Io c’ero, sì, nel corteo. Quando eravamo nella tenda dietro il palco, il presidente era molto preoccupato per lo scatto, la fotografia, l’immagine che avremmo ottenuto, perché lo spazio del comizio non era pieno. Ma il motivo principale per cui era arrabbiato era che il Secret Service non lasciava che le persone armate passassero attraverso i controlli di sicurezza. Ero nelle vicinanze di una conversazione in cui ho sentito il presidente che diceva:

Non me ne fotte nulla che hanno le armi. Non sono qui per farmi del male. Togliete quei fottuti metal detector. Fate entrare la mia gente. Da qui possono marciare verso il Campidoglio.

CHENEY: “La sua risposta è stata di dire che potevano marciare verso Capitol Hill?”.

HUTCHINSON: “Qualcosa del tipo “togliete i fottuti controlli. Non sono qui per farmi del male. Lasciateli entrare. Fate entrare la mia gente. Possono marciare verso il Campidoglio dopo che il comizio sarà finito””.

CHENEY: “Grazie. Torniamo ora ai piani del presidente di recarsi a Capitol Hill il 6 gennaio. Sappiamo che il consigliere giuridico della Casa Bianca, Pat Cipollone, era preoccupato per le implicazioni legali di uno spostamento del genere ed era d’accordo con il Secret Service che non sarebbe dovuto accadere. Signora Hutchinson, lei ha avuto qualche conversazione con Pat Cipollone sulle sue preoccupazioni per il presidente che andava in Campidoglio il 6 gennaio?”.

HUTCHINSON: “Il 3 gennaio Cipollone si era avvicinato a me sapendo che Mark aveva prospettato l’ipotesi di salire a Capitol Hill il 6 gennaio. Cipollone ed io abbiamo avuto una breve conversazione privata, in cui mi ha detto che dovevamo assicurarci che ciò non accadesse. Era un’idea legalmente terribile per noi. Avremmo avuto seri problemi legali se fossimo andati al Campidoglio quel giorno. Poi mi ha esortato a riferirlo a Meadows, perché pensava che Meadows stesse davvero spingendo per questa opzione, insieme al presidente. Ho visto Cipollone proprio prima di andare alla West Wing quella mattina, e ha detto: “Per favore, assicurati che non andiamo al Campidoglio, Cassidy. Rimani in contatto con me. Verremo accusati di ogni crimine immaginabile se consentiremo questo spostamento””.

CHENEY: “E ricorda di quali crimini si preoccupava il signor Cipollone?”.

HUTCHINSON: “Nei giorni precedenti al 6 gennaio abbiamo avuto conversazioni riguardo l’ostruzione della giustizia e la frode elettorale”.

Alla fine Trump non era andato al Campidoglio, assaltato dai manifestanti. Ma questo l’aveva fatto infuriare ancora di più.

 

 

I sostenitori di Donald Trump guardano sullo schermo l'ex presidente prima di marciare verso il Congresso (Samuel Corum/Getty Images)
I sostenitori di Donald Trump guardano sullo schermo l’ex presidente prima di marciare verso il Congresso (Samuel Corum/Getty Images) 

 

HUTCHINSON: “Quando sono tornata alla Casa Bianca, sono salita al piano superiore, verso l’ufficio del capo del personale, e ho notato che Ornato indugiava fuori dalla stanza. Mi ha fatto cenno di entrare nel suo ufficio, che era proprio di fronte al mio. Quando sono entrata, ha chiuso la porta e ho notato Bobby Engel, che era il capo della sicurezza di Trump, seduto su una sedia, con un’aria un po’ scombussolata e smarrita. Ho guardato Tony e lui mi ha detto: “Hai sentito cos’è successo nell’auto presidenziale?” Ho risposto “no, sono appena tornata. Cosa è successo?” Tony ha detto che quando il presidente era entrato nell’auto pensava che la visita a Capitol Hill fosse ancora possibile. Ma Bobby gli ha detto che non lo era, e il presidente ha avuto una reazione molto dura e arrabbiata. Tony lo ha descritto come infuriato. Ha detto qualcosa come “io sono il fottuto presidente, portami al Campidoglio ora!”. Bobby ha risposto che dovevano tornare alla Casa Bianca. Allora il presidente si è allungato verso la parte anteriore del veicolo per afferrare il volante. Engel lo ha afferrato per un braccio: “Deve togliere la mano dal volante. Torniamo alla West Wing. Non andremo a Capitol Hill”. Trump quindi ha usato la sua mano libera per lanciarsi verso Bobby Engel. Ornato mi ha raccontato questa storia, facendo cenno alle sue clavicole”.

CHENEY: “L’alterco fisico che la signora Hutchinson ha descritto nel veicolo presidenziale non è stata la prima volta che il presidente si è arrabbiato molto per questioni relative alle elezioni. Il primo dicembre 2020 il segretario alla Giustizia Barr aveva dichiarato che il suo Dipartimento non aveva trovato prove di frodi elettorali sufficienti a cambiare l’esito delle elezioni. Signora Hutchinson, come aveva reagito il presidente a questa notizia?”.

HUTCHINSON: “Ricordo di aver sentito dei rumori provenire dal corridoio. Così ho fatto capolino fuori dall’ufficio. Ho visto il cameriere camminare verso la nostra stanza. Aveva detto di portare il mio capo Mark Meadows in sala da pranzo, il presidente lo voleva. Così Mark era sceso in sala da pranzo, tornando in ufficio pochi minuti dopo. Dopo che Mark era tornato, ho lasciato l’ufficio e sono scesa in sala da pranzo. Ho notato che la porta era aperta e il cameriere era dentro, a cambiare la tovaglia dal tavolo della sala. Mi aveva fatto cenno di entrare e poi aveva indicato la parte anteriore della stanza, vicino alla mensola del camino e alla TV, dove avevo notato per la prima volta del ketchup che gocciolava dal muro, e un piatto di porcellana frantumato sul pavimento. Il cameriere aveva spiegato che il presidente era estremamente arrabbiato per l’intervista del segretario alla Giustizia all’Associated Press e aveva lanciato il suo pranzo contro il muro. Io allora ho preso un asciugamano e iniziato a pulire il ketchup dalla parete, per aiutare il cameriere. Lui ha detto che Trump era davvero irritato: “Per ora starei lontano da lui””.

CHENEY: “Questo è stato l’unico caso a sua conoscenza in cui il presidente ha lanciato i piatti?”.

HUTCHINSON: “No, non lo è”.

CHENEY: “Ci sono altri casi in cui ha espresso la sua rabbia?”.

HUTCHINSON: “Ci sono state diverse volte, durante il mio mandato, in cui ho saputo che lanciava i piatti o tirava la tovaglia, affinché tutto il contenuto del tavolo andasse a terra e si rompesse”.

 

 

Il vice-presidente Mike Pence e la speaker della Camera durante la sessione del Congresso che ratifica l'elezione di Joe Biden (Win  McNamee/Getty Images)
Il vice-presidente Mike Pence e la speaker della Camera durante la sessione del Congresso che ratifica l’elezione di Joe Biden (Win McNamee/Getty Images) 

 

Cheney poi ha chiesto se la notte prima del 6 gennaio Trump avesse incaricato Meadows di sentire Roger Stone e Michael Flynn, riguardo a cosa sarebbe successo il giorno successivo. Questo per stabilire un contatto diretto con i cospiratori che avevano organizzato l’assalto al Congresso.

HUTCHINSON: “Esatto. Ciò è quanto ho capito”.

CHENEY: “Ha capito che Meadows ha chiamato Stone il 5?”.

HUTCHINSON: “Ho l’impressione che Meadows abbia telefonato a Stone e al generale Flynn, la sera del 5”.

Era importante confermare che Trump e i suoi collaboratori si fossero coordinati con i responsabili della manifestazione, perché serviva a soddisfare la configurazione del possibile reato commesso. La parte finale dell’interrogatorio si è concentrata invece sul fatto che la Casa Bianca non avesse fatto nulla per fermare le violenze per almeno tre ore, cosa che dimostrerebbe la “dereliction of duty”, ossia aver mancato al proprio dovere.

CHENEY: “Non molto tempo dopo che i rivoltosi avevano fatto irruzione in Campidoglio, lei ha descritto cosa è successo con l’avvocato della Casa Bianca, Pat Cipollone”.

HUTCHINSON: “Ho visto Pat Cipollone correre lungo il corridoio verso il nostro ufficio. Si è precipitato dentro, mi ha guardato e ha chiesto: “Mark è nel suo ufficio?”. Io ho risposto di sì. Mi ha semplicemente fissato e ha iniziato a scuotere la testa. Si è avvicinato, ha aperto la porta dell’ufficio di Mark, è rimasto lì con la porta aperta e ha detto qualcosa. Mark era ancora seduto al telefono. Pat gli ha detto che i rivoltosi erano arrivati al Campidoglio: “Dobbiamo andare a vedere il presidente, ora”. Mark lo ha guardato e ha risposto: “Non vuole fare niente, Pat”. Allora lui ha ribattuto che “qualcosa deve essere fatto, o le persone moriranno. E il sangue ricadrà sulle tue fottute mani””.

CHENEY: “Lei ricorda di aver sentito il presidente, Meadows e Cipollone discutere delle grida per l’impiccagione del vice Mike Pence?”.

HUTCHINSON: “Ricordo che Pat ha detto: “Mark, dobbiamo fare qualcosa. Stanno letteralmente chiedendo che il vicepresidente venga impiccato”. E Mark ha risposto: “L’hai sentito, Pat. Pensa che Mike se lo meriti. Non crede che stiano facendo qualcosa di sbagliato”. Pat ha risposto che era una follia, bisognava fare qualcosa”. Ma niente è accaduto fino a quando il sangue non ha iniziato a scorrere sul pavimento del Congresso.

Cipollone ha poi testimoniato a porte chiuse davanti alla Commissione d’inchiesta. Anche l’ex guru politico di Trump, Steve Bannon, si è offerto di farlo all’ultimo momento, per evitare il rischio di finire in carcere, ma è stato respinto. Gli interrogatori hanno quindi riguardato il ruolo delle organizzazioni estremistiche, come i Proud Boys e gli Oath Keepers, per chiarire i loro collegamenti con Donald, e da qui si è scoperto quanto meno che lui li aveva incitati a marciare su Capitol Hill.

 

 

Il presidente della Commissione Bennie Thompson e Liz Cheney interrogano l'ufficiale di polizia Michael Fanone (Bill  O'Leary-Pool/Getty Images)
Il presidente della Commissione Bennie Thompson e Liz Cheney interrogano l’ufficiale di polizia Michael Fanone (Bill O’Leary-Pool/Getty Images) 

 

Due audience

Le audizioni dovrebbe chiudersi la settimana prossima, e poi la Commissione scriverà un rapporto da pubblicare prima delle elezioni Midterm di novembre.  Finora hanno avuto soprattutto due audience. La prima è stata il popolo americano, che a questo punto non dovrebbe avere più dubbi sulla natura dell’ex presidente. Ma sembra irrilevante, perché tanto i suoi sostenitori la conoscevano già, e non la considerano una ragione sufficiente per non tornare a votarlo nel 2024. Magari qualche moderato si sarà allontanato, dopo essere rimasto disgustato dalla cruda realtà delle testimonianze ascoltate. La base però resta abbastanza compatta da garantire che Donald vinca quanto meno le primarie, se si ricandiderà fra due anni, come tutto sembra indicare.

Qui allora entra in gioco la seconda audience, che è composta da una sola persona: il segretario alla Giustizia Merrick Garland, che sulla base delle prove raccolte dalla Commissione d’inchiesta, e in parallelo dai suoi procuratori, dovrà decidere se incriminare Trump. Garland ha il dente avvelenato sul piano personale, perché nel 2016 l’allora presidente Barack Obama lo aveva nominato alla Corte Suprema per prendere il posto del giudice conservatore Antonin Scalia, ma il leader repubblicano del Senato Mitch McConnell lo aveva bloccato, evitando persino di convocare le audizioni per la conferma. Perché a suo dire era un anno elettorale e bisognava lasciare che i cittadini decidessero il nuovo giudice, andando alle urne per le presidenziali. Sappiamo poi com’è andata. Trump ha vinto e ha creato la super maggioranza conservatrice della Corte, che ha appena cancellato il diritto costituzionale all’aborto, nominando ben tre giudici. L’ultima, Amy Barrett, ha preso il posto di Ruth Bader Ginsburg, che è morta nel 2022 nemmeno due mesi prima delle presidenziali. Ma nel suo caso McConnell si è rimangiato il principio fasullo della riverenza verso gli elettori, inventato nel 2016 solo per non perdere il seggio di Scalia, e ha proceduto con la conferma in tempi record anche se mancavano poche settimane al voto. Gli americani naturalmente hanno capito il trucco e perciò molti di loro ora considerano illegittimo il massimo tribunale Usa.

Garland però dovrà decidere se incriminare Trump non sulla base delle proprie emozioni, o dei rancori personali, ma delle prove raccolte e la realistica probabilità di arrivare ad una condanna. Primo, perché nessun presidente è mai stato portato in un tribunale ordinario; se ciò avvenisse con Trump, bisognerebbe costruire un caso inattaccabile, per non destabilizzare ulteriormente un paese già troppo diviso. Secondo, perché quando si punta al re bisogna essere sicuri di eliminarlo, altrimenti ci si espone alla vendetta e al caos. L’inchiesta dell’ex capo dell’Fbi Robert Mueller sul “Russiagate” ha già fatto un buco nell’acqua e non si può rischiare il secondo, anche perché Trump già dice che la Commissione sul 6 gennaio è una caccia alle streghe politica per impedirgli di ricandidarsi. Se il processo finisse senza la condanna, diventerebbe troppo facile per lui usarlo allo scopo di mobilitare i suoi elettori nel 2024.

Non manca chi dice che in realtà queste audizioni abbiano favorito soprattutto i rivali di Donald nel Partito repubblicano, perché indebolendo lui aumentano le loro possibilità di sfidarlo nelle primarie del 2024. Primo fra tutti il governatore della Florida Ron DeSantis, che è un clone conservatore di Trump, però più bravo, disciplinato e preparato. Infatti un importante operativo del Partito democratico  uno di quelli che raccolgono i finanziamenti elettorali, gestiscono le campagne e portano la gente alle urne negli Stati e nei distretti chiave  ha commentato così l’effetto delle audizioni: “A noi in realtà converrebbe che Donald si candidasse, perché è screditato e indebolito, e la sua presenza sulla scheda mobilita i nostri elettori. Invece gli altri repubblicani, DeSantis in particolare, sono assai più temibili in vista del 2024”.

Comunque vada a finire, quindi, il destino di Trump non sembra un ostacolo per la rivoluzione reazionaria ormai in corso negli Stati Uniti. I tre giudici che ha nominato alla Corte Suprema sono giovani, la super maggioranza conservatrice minaccia di durare una ventina d’anni e ha già messo gli occhi su un obiettivo che potrebbe minare la democrazia americana ancora più dell’assalto al Congresso. Infatti ha accettato di trattare in udienza il caso Moore v. Harper, che punta a dare ai singoli 50 Stati un diritto praticamente assoluto di stabilire le loro procedure elettorali. Ciò li metterebbe in condizione di fare proprio quello che voleva Trump in Georgia e Arizona, ossia consentire ai parlamenti locali controllati dai repubblicani di nominare grandi elettori diversi da quelli indicati dai cittadini alle urne, per assegnare artificialmente la vittoria ai candidati del loro partito. L’attacco alla democrazia americana, in altre parole, è solo cominciato con l’assalto del 6 gennaio 2021.

(Tutti i video e le fotografie cliccando il link sotto riportato)

Sorgente: Processo a Donald Trump: le rivelazioni della commissione d’inchiesta sull’assalto al Congresso Usa il 6 gennaio 2021 – la Repubblica

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