In Francia è ancora pericolo Le Pen | il manifesto

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10 Aprile 2022 0 Di Luna Rossa
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Oggi al voto per le presidenziali. Stasera il risultato potrebbe riproporre il ballottaggio di 5 anni fa, ma con Macron più in difficoltà. Intanto Mélenchon spera

Ci sono dodici candidati che concorrono oggi al primo turno delle presidenziali francesi, i 48,7 milioni di elettori (856mila iscritti in più che nel 2017) hanno scelta tra tutte le tendenze, eppure l’incertezza, la fatica democratica, e alla fine l’inquietudine stanno dominando e, stando ai sondaggi, potrebbero spingere all’astensione una parte consistente dell’elettorato.

QUESTA SERA, il risultato potrebbe riproporre il ballottaggio di 5 anni fa, Macron-Le Pen, ma con il rischio di un’inversione delle posizioni, con la candidata del Rassemblement national in testa. Le percentuali tra i due si stanno riavvicinando, perché anche nel blocco di estrema destra, che pesa intorno al 35% con tre candidati (oltre a Marine Le Pen, data al 22,5%, Eric Zemmour al 9, il complottista Nicolas Dupont-Aignan al 2,5%) si sta costruendo la corsa al «voto utile». Jean-Luc Mélenchon punta a sparigliare questo scenario e ha già aspirato buona parte delle intenzioni di voto a sinistra (è al 17,5%). Ma la sinistra, a cui fanno riferimento sei candidati (oltre a Mélenchon della France Insoumise, Fabien Roussel del Pcf al 3%, Anne Hidalgo del Ps crollata al 2%, il verde Yannick Jadot al 5%, e i due trotzkisti, Philippe Poutou e Nathalie Arthaud rispettivamente all’1 e allo 0,5%) è disunita, con posizioni che vengono considerate incompatibili, dall’Europa alla geopolitica, all’internazionalismo. C’è poi Jean Lassalle, un ruralista dal carattere autoritario, al 2% e la destra di governo, Lr erede del gollismo, che con Valérie Pécresse non migliora il disastro delle ultime europee: il partito di Chirac e di Sarkozy è di nuovo intorno all’8,5%.

In questo contesto, Emmanuel Macron è dato in testa, al 26,5%, ma le sorprese non sono escluse, visto il clima di sfida verso il potere in carica.

I TEMI DI DIBATTITO sono scivolati via in una «campagna Tefal», dove nulla ha preso piede nell’opinione pubblica, come ha descritto il politologo Brice Teinturier, direttore dell’istituto di sondaggi Ipsos. Il Covid e la guerra hanno paralizzato i dibattiti, Macron è stato quasi assente, lasciando spazio a un tema che Marine Le Pen ha sfruttato a fondo: il potere d’acquisto, che era già al centro della rivolta dei gilet gialli e che adesso è rilanciato dall’inflazione, dai prezzi dell’energia che aumentano e che spingono molti candidati (anche alcuni a sinistra) ad opporsi alle sanzioni alla Russia per l’aggressione dell’Ucraina.

SALVO L’EVENTUALITÀ, tenue, di un blitz di Mélenchon per qualificarsi al ballottaggio, il 24 aprile ci sarà il rischio di una vittoria dell’estrema destra (favorita anche dall’astensione e dai voti di parte dell’elettorato di Zemmour, una percentuale di Pécresse e anche di Mélenchon che potrebbero convergere su Le Pen).

L’ESPONENTE DEL CLAN Le Pen (la nipote, Marion Maréchal, è con Zemmour) ha costruito un’immagine liscia, «banalizzata», nella dichiarazione di intenti si presenta solo come «Marine donna di stato». Mettendo in avanti l’argomento altamente popolare del potere d’acquisto, ha evitato di insistere su altre parti del suo programma, la radicalità anti-immigrazione che ha lasciato agli oltraggi di Zemmour.

Ma le sue intenzioni sono molto vicine a quelle del teorico della «grande sostituzione» di popolazione: Le Pen parla di «sostituzione del nostro modo di vita». Il costituzionalista Dominique Rousseau, «un ignorante» secondo la candidata, vede nel suo «progetto di controllo dell’immigrazione» una «sorta di colpo di stato»: Le Pen agirà usando l’arma del referendum, visto che sarà difficile al parlamento cambiare la Costituzione.

Nel «progetto di legge referendaria» c’è l’intenzione di far votare per impedire all’immigrazione di «modificare la composizione e l’identità della popolazione francese», con l’introduzione della «preferenza nazionale», per il lavoro, la casa, il welfare («metterò fine all’appello a venire riservando gli aiuti sociali ai francesi»), che colpirà i 5,2 milioni di stranieri residenti. Non c’è solo la restrizione del diritto d’asilo (considerato «fuorviato» dall’immigrazione economica), ma l’abolizione dello jus soli, che in Francia risale all’Ancien Régime, con la Rivoluzione era francese anche chi «educava un bambino, curava un vecchio», con la legge del 1889 la nazionalità si acquisisce se si ha ricevuto l’istruzione in Francia. Chi nasce in Francia non sarà più francese (già da tempo non è più automatica, ma bisogna aver vissuto almeno 5 anni dopo gli 11 anni per ottenerla). Questo farà calare l’incertezza giuridica su tutti i figli di stranieri nati in Francia che hanno acquisito la nazionalità.

UN ALTRO ASPETTO preoccupa i partner europei: anche se non c’è più come nel 2017 l’impegno per un Frexit (o l’uscita dall’euro), Le Pen intende fare come in Polonia e Ungheria, dare la priorità alle leggi nazionali su quelle europee. Per esempio, Le Pen vuole fermare i ricongiungimenti famigliari, un diritto riconosciuto dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. Vuole espellere gli stranieri residenti legali, in caso di disoccupazione. «Imporrò l’assimilazione alle popolazioni che vivono in Francia», per le donne che portano il velo ci sarà una multa (è facile farlo, dice, come multare chi guida senza la cintura di sicurezza). E, per «mettere la Francia in ordine», Le Pen promette di applicare «la tolleranza zero in ogni metro quadrato del territorio: i delinquenti francesi saranno messi in prigione e i delinquenti stranieri sull’aereo!». Nel suo bollettino chiede: «E se eleggeste finalmente una presidente che ama i francesi?», con un riferimento indiretto a Macron, il «cosmopolita» (il termine sta tornando in voga, rimandando a un passato tragico).

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