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di Francesco Battistini

Il conflitto nella regione ucraina del Donbass dura da 8 anni e ha causato 22 mila morti: perché il territorio vuole staccarsi, qual è il suo legame con la Russia e perché Putin parla di genocidio?

Settecentomila passaporti russi qualche mese fa, praticamente uno per famiglia. E 130 dollari adesso, per ogni rifugiato che scappi in Russia. È l’ultimo regalo che Vladimir Putin ha fatto ai «fratelli» del Donbass ucraino, mentre ammassava le truppe sul confine. E prima che la Duma di Mosca, mercoledì, accendesse un’altra lunga miccia di questa crisi: discutere il riconoscimento delle Repubbliche Popolari di Donetsk e di Lugansk, le due enclave russofone che nel 2014 si sono proclamate indipendenti da Kiev e hanno scatenato otto anni d’una guerra da più di 22 mila morti, secondo i dati Onu.

Perché si combatte nel Donbass?
Tutto comincia dalla rivolta di Maidan, la grande piazza centrale di Kiev, febbraio 2014, quando settimane di barricate si concludono con la fuga a Mosca del presidente filorusso Viktor Yanukovich, contrario all’ingresso dell’Ucraina nella Nato. La prima reazione di Vladimir Putin, è l’invasione-lampo della Crimea russofila. La seconda mossa, più problematica, l’insurrezione del Donbass. Il 6 aprile 2014, armati filorussi assaltano i palazzi del governo centrale nell’Est, molte città cadono nelle loro mani. Arrivano i «consiglieri militari» di Mosca. Il nuovo governo ucraino, che ha perso la Crimea senza sparare un colpo, definisce gl’insorti «terroristi» e muove le truppe. Tra offensive, controffensive e tregue, paramilitari e mercenari stranieri, comincia una lunga serie di terribili stragi, dal rogo di Odessa all’abbattimento del Boeing malese.

Perché il Donbass vuole staccarsi?
È un «cuscinetto di sicurezza» irrinunciabile per Putin, nell’ipotesi d’un allargamento della Nato in Ucraina. È la regione delle grandi miniere di carbone. È il tesoro delle acciaierie e degli oligarchi legati a Mosca. È la culla d’una Chiesa ortodossa fedele alla Russia, dalla quale s’è recentemente staccata la Chiesa ortodossa ucraina. Uno degli argomenti più controversi è la lingua: nessuno vuole rinunciare al russo. Nel 1996, cinque anni dopo avere conquistato l’indipendenza, l’Ucraina introdusse nella costituzione l’ucraino come unica lingua ufficiale. Yanukovich, appena eletto, equiparò nel Donbass il russo all’ucraino, con una legge che dopo Maidan venne dichiarata incostituzionale. Oggi la restaurazione è netta: l’ucraino è l’unica lingua ufficiale, nelle scuole il russo può essere insegnato solo come lingua straniera, il 90% dei film dev’essere in ucraino. E il Donbass si sente sempre più russo.

Perché Putin parla di genocidio?
La Russia sostiene che l’Ucraina non abbia mai voluto applicare gli accordi di pace firmati a Minsk nel 2014-2015, che prevedono tra l’altro un’ampia autonomia del Donbass. L’Ucraina, che rigetta quegli accordi perché «troppo squilibrati», definisce il riconoscimento delle due repubbliche «un’aggressione senz’armi»: la premessa d’un patto di mutuo soccorso col Cremlino, quindi di un’invasione, non appena le minoranze russe in Ucraina dovessero denunciare un attacco di Kiev. Lo schema ipotizzato è un po’ quel che accadde in Georgia nel 2008: Vladimir Putin riconobbe l’indipendenza delle due repubbliche separatiste filorusse, l’Abkhazia e l’Ossezia del Sud, dopo un rapido conflitto contro il governo di Tbilisi che ambiva, proprio come l’Ucraina, a un ingresso nella Nato. Stavolta, lo Zar non ha bisogno d’una legittimità formale: «La maggioranza dei russi soffre per quel che accade in Donbass», dice, è già «in atto un genocidio» e «la pazienza è finita».

Perché ci si era dimenticati del Donbass?
Un mese dopo una grande sconfitta delle truppe ucraine, agosto 2014, Kiev e i ribelli del Donbass firmarono le due tregue di Minsk. Il primo documento, «Minsk 1», non è mai entrato in vigore: nel 2015, gli ucraini subirono un’altra disfatta a Debaltseve e fu a quel punto che Francia e Germania s’attivarono per un nuovo negoziato, «Minsk 2». Con la fine delle grandi battaglie, la comunità internazionale si rilassa. Anche se gli scontri, piccoli, non si sono mai fermati. L’Ucraina accusa la Russia di non avere mai ritirato le truppe, come concordato. La Russia ribatte che Kiev non rispetta i punti dell’accordo e s’avvale di mercenari occidentali. L’ultima pace, firmata a Parigi nel 2019, rimane lettera morta.

Che tipo di guerra è stata finora, in Donbass?
Una guerra congelata. «Grandina», dicono rassegnati al telefono gli abitanti sul confine, quando raccontano la loro giornata: 52 violazioni del cessate il fuoco solo ieri e altre 60 giovedì, il giorno del colpo di mortaio sull’asilo pieno di bambini. Spiega una maestra di Novotoshkivske, Olga Solohub, che i ragazzini sul confine ormai riconoscono i calibri a seconda del fischio: più forte se è un 122 mm, più attutito se è un 82. Un’infanzia di guerra, in pericolo anche quando la scuola finisce. Il Donbass è ormai uno dei più grandi campi minati della Terra: un milione e 600 mila ettari di terreno così trappolato, dice l’Onu. Un inferno a metà fra la Bosnia e l’Afghanistan. Se la guerra finisse oggi, per essere certi d’aver bonificato tutto, bisognerebbe aspettare almeno fino al 2080.

Sorgente: Perché si combatte la guerra nel Donbass?


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