«Io, chiusa nella mia stanza per tre anni: stavo solo al computer e al cellulare». I racconti dei giovani hikikomori italiani (che sono sempre di più)

«Io, chiusa nella mia stanza per tre anni: stavo solo al computer e al cellulare». I racconti dei giovani hikikomori italiani (che sono sempre di più)

23 Gennaio 2022 0 Di Luna Rossa

Sono oltre 120 mila i ragazzi che si isolano in Italia: gli esordi del ritiro si verificano tra i 12 e i 23 anni. Ma l’età si abbassa sempre di più e la pandemia ha aumentato i ragazzi hikikomori. Adesso coinvolti anche i bambini delle elementari.

«Sono rimasta chiusa nella mia stanza per tre anni. Dormivo di giorno e stavo sveglia di notte, non facevo niente, stavo al computer, guardavo il cellulare, non avevo fame, mangiavo una volta al giorno, sempre di notte. Raramente mi lavavo, evitavo sempre di parlare con i miei genitori». Le chiamano hikikomori, le ragazze come lei. Sono i giovani che si isolano, che restano chiusi nelle loro stanze per mesi, perfino anni. Tante storie: «Per passare il tempo mi facevo delle grandi canne. Mi sballavo, poi mi addormentavo, poi mi risballavo. A volte mi facevo la doccia per rilassarmi, ci stavo dentro mezz’ora. Mangiavo soltanto una volta al giorno, mi arrangiavo con quello che trovavo nella cucina dei miei nonni. Uscivo soltanto per andare a comprare le cartine e le sigarette, ma quando uscivo avevo l’ansia, così forte che andavo al tabaccaio correndo, poi tornavo a casa ancora più veloce perché volevo richiudermi nella mia stanza».
Secondo Matteo Lancini, psicoterapeuta e docente di scienze della formazione all’Università Cattolica di Milano, tra i massimi esperti del fenomeno, «prima della pandemia erano almeno 100-120 mila gli hikikomori in Italia, gli esordi del ritiro si verificano a 12-23 anni». Ma l’età si abbassa sempre di più e la pandemia ha aumentato i ragazzi che si isolano. Sono coinvolti anche i bambini delle elementari. Per loro la vita è priva di senso. Ne hanno paura, della vita, e per questo si ritirano. Hanno paura del confronto, si sentono inadeguati, hanno paura di fallire. Vedono il mondo che scorre come un fiume in piena, non vogliono far parte di questo fiume. Vivono di notte perché di notte il mondo si ferma. E soltanto lì tornano a respirare. La mattina, per loro, è il momento più terribile della giornata. «Sentivo i miei genitori che si alzavano per andare al lavoro, sentivo gli altri che si mettevano in moto, in quel momento io mi infilavo sotto le coperte e dormivo». Si vogliono anestetizzare dalla società. Hanno terrore di non essere all’altezza. E così fuggono in un mondo di marmo. «Stavo nel letto, avevo tremila pensieri in testa, mi svegliavo piangendo, non riuscivo ad alzarmi dal letto. Mi alzavo all’ora di pranzo, mangiavo quel tanto che bastava per prendere i medicinali».

E’ un fenomeno sempre più diffuso. «L’Italia è uno dei Paesi con la più alta incidenza di giovani che si isolano» ha spiegato Matteo Zanon, psicoterapeuta referente del progetto Sakidō della cooperativa L’Aquilone di Sesto Calende, dove sono arrivati i ragazzi che abbiamo intervistato, attualmente in fase di recupero. Secondo Zanon, «il Covid ha incrementato questo fenomeno». Quanto alle motivazioni che spingono gli adolescenti a chiudersi, sono tante, «tra quelle più evidenti la fatica che fanno i giovani a reggere il confronto con la società di oggi», dove «i social contribuiscono ad enfatizzare il giudizio degli altri» e dove «gli standard ideali proposti sono quelli del successo e dei soldi e se si è fuori da questi standard si è diversi». Il mondo degli adulti, secondo Zanon, non aiuta: «Gli adolescenti vedono adulti stanchi, che hanno poco tempo, che lavorano tanto e guadagnano poco, insoddisfatti, poco propensi all’ascolto proprio perché pieni di problemi». E così i figli perdono autostima, vivono male la competizione, temono il fallimento. Ma come si aiutano i ragazzi ad uscire dall’isolamento? Il consiglio agli adulti di oggi è fondamentalmente uno: «Ascoltate i vostri figli, seguite quello che fanno, sosteneteli, infondetegli sicurezza. Se loro si chiudono in stanza a giocare ai videogiochi, provate a giocare con loro, fatevi raccontare quello che sono». E poi gli interventi degli esperti della cooperativa: »Oltre agli interventi di psicoterapia, spesso anche a domicilio visto che i giovani sono chiusi nelle loro stanze, il progetto Sakidō promuove laboratori di esperienze a partire dagli interessi dei ragazzi una volta che la fase acuta del ritiro è superata» ha detto Zanon. Secondo Silvia Levati, pedagogista e vicepresidente della cooperativa L’Aquilone, «è fondamentale non farne un problema privato, ma coinvolgere il territorio in tutte le sue realtà affinché il territorio stesso possa prevenire e prendere in carico l’adolescente che vive questi disagi».

Uscire dall’isolamento è possibile. E lo dimostrano molti ragazzi passati dall’Aquilone. «Adesso sogno di lavorare nel mondo dell’animazione – dice una ragazza – Ho già cominciato un’esperienza in tal senso e spero che un giorno il mio nome comparirà nei titoli di coda di un cartone animato». E un altro: «Ho capito che devo riprendere in mano la mia vita, e questo è già un risultato importante». E ancora: «Voglio fare la programmatrice informatica, sto lavorando per questo». Il progetto Sakidō (www.sakido.it), finanziato dalla Fondazione Con i bambini, prende il nome dalla parola che in giapponese significa «ripartire», «riavviare il sistema», in questo caso relazionale e di crescita; lo stesso termine, senza il segno diacritico sulla «O» finale, significa «preoccupazione», che spesso caratterizza i vissuti delle famiglie.

Sorgente: Corriere della Sera