Confine Polonia-Bielorussia, i morti nel gelo nascosti con le vergogne di molti –

Confine Polonia-Bielorussia, i morti nel gelo nascosti con le vergogne di molti –

3 Dicembre 2021 0 Di Luna Rossa

La Polonia vieta l’accesso a media e ong al confine con la Bielorussia, assediato da migliaia di disperati. Bloccati anche i pochi aiuti umanitari di volontari di cui adesso vi raccontiamo. “Ragioni di sicurezza” la bugia del presidente Duda. Isolare per non fare vedere e sapere. Irraggiungibili ben 183 villaggi per 3 chilometri di profondità dal confine.Il garante per i diritti umani della Polonia ha contestato la legge che nega il diritto all’informazione esercitato dai media e la libertà di movimento, permettendo al ministero dell’Interno limitazioni a tempo indeterminato.

Crisi polacco-bielorussa, la denuncia degli ultimi volontari

«Al confine molte più vittime di quelle riportate nelle stime ufficiali, l’emergenza non è finita». Migliaia di migranti sono ancora assiepati a ridosso del confine. Mentre il freddo imperversa, le autorità bielorusse negano lo spostamento verso l’entroterra e in Polonia dilaga una retorica patriottica contro la ‘nuova invasione’

Nei boschi in attesa di morire

Superata la notizia, anche la pietà umana, non più alimentata dall’orrore dei racconti, meglio se con immagini tv, si stempera e via via svanisce. «Quando li abbiamo trovati era tarda notte e stava piovendo, abbiamo sentito rumori nel sottobosco e pensavamo fossero animali selvatici: si trattava invece di una famiglia che si era creata un giaciglio tra foglie e alberi caduti. Il padre era sulla sessantina, c’erano una ragazza e due adolescenti, la loro madre era in ospedale ed erano rimasti senza soldi, avevano solo un telefono. Non erano più in grado di rispondere alla domande, si stavano nascondendo da una settimana dalla polizia polacca: è stato il mio primo ‘incontro’ con i migranti in fuga e posso dire che non ho mai visto in vita mia persone così mentalmente provate e prive di speranza».

La solidarietà umana che resiste

A raccontarlo è Monika Matus, una dei tanti volontari attivi da mesi sul confine polacco – bielorusso, divenuto da mesi una nuova rotta migratoria nel cuore dell’Est Europa e a riferircelo è Daniele Tempera, su La Stampa, a ridar voce ad una crisi geopolitica di portata mondiale messa da parte, in attesa di soluzione che la politica ancora non ha trovato. Ascoltiamo ancora Monika Matus: «Ho lavorato a Kios, per varie organizzazioni umanitarie e lungo la rotta balcanica, pensavo che sarei stata preparata a cosa mi aspettava, ma il livello di disperazione, di ‘inferno’ che ho incontrato qui non ha pari. Le persone sono intrappolate, ci dicono di essere state respinte decine di volte dalle autorità polacche, e per ‘persone’ intendiamo anche bambini, donne incinte, anziani, malati psichiatrici».

La foresta primordiale di Białowieża

L’inferno di Białowieża, ultimo lembo di quella foresta primordiale che un tempo ricopriva tutta l’Europa e che si stende oggi al confine tra Polonia e Bielorussia. I migranti vengono inseguiti e picchiati sia sul confine bielorusso che su quello polacco, gli vengono sottratti i telefoni per impedirgli di comunicare. Il tutto in uno scenario selvaggio e inospitale dove i più si muovono senza mappe, senza indumenti adeguati, senza acqua, né cibo». L’ufficialità che strumentalizza e manganella, e l’umanitarismo che ancora resiste e in parte ci redime. Monika Matus fa parte di ‘Grupa Granica’, Gruppo di frontiera, associazione composta da Ong e volontari che cerca di portare conforto alla gente in fuga dal confine e raccogliere le loro storie.

Polonia cattolica e quella nazionalista

«Grupa Granica», si occupa di tutto quello che gli stati e la comunità internazionale non sono al momento in grado di offrire: «portano cibo e beni di prima necessità, acqua e bevande, indumenti e powerbank, giocattoli e assorbenti». Ma forniscono anche assistenza medica e legale, si occupano di tenere i rapporti tra chi è in ospedale e i suoi famigliari. E informano su quello che avviene in un’area inaccessibile a giornalisti e personale umanitario. Il governo polacco ha istituito infatti una zona rossa attorno al confine, quello che avviene all’interno si apprende solo dalle stime e dai resoconti ufficiali, che potrebbero non essere accurati o completamente veritieri, a partire dal numero delle vittime. Anzi, certamente non lo sono.

13 morti delle bugie e i cadaveri nascosti

Le stime ufficiali parlano di 13 morti e sulla parte polacca della foresta, ma per i volontari sono dati al ribasso: «Ci sono molti morti nella foresta, non sapremo mai quanti, ma sono sicuramente di più di quelli che riportano le cifre ufficiali. Lo sappiamo perché abbiamo visto quello che sta succedendo, perché ascoltiamo i racconti dei migranti e dei locali che sono attivi nel volontariato. Questa è una crisi umanitaria e non una guerra, anche se le autorità polacche giocano molto sulla retorica dell’invasione. La comunità internazionale dovrebbe fare pressioni sulla Polonia e doveva muoversi molto prima». I migranti inventati come nuovi ‘invasori’, dopo sovietici e tedeschi nel corso della seconda guerra mondiale.

La solidarietà umana diventa tradimento

«Va da sé che chiunque prova ad aiutarli viene bollato da questa propaganda come “traditore” o “collaborazionista”», denuncia Daniele Tempera. «E la crisi assomiglia sempre più a una partita a scacchi sulla pelle degli ultimi». Una partita su cui la Ue sta purtroppo mostrando tutta la sua debolezza, anche se il flusso di disperati è calato drasticamente nelle ultime due settimane. «Più che per il gelo il flusso si è arrestato perché i soldati polacchi stanno setacciando il confine creando una sorta di ‘muro’ invisibile con il confine bielorusso- spiegano i volontari-. Quello che non sappiamo è cosa sta succedendo dall’altra parte». Al di là dell’invisibile cortina ai confini orientali d’Europa rimangono migliaia di persone bloccate su cui si sa poco o nulla.

Grida nel silenzio

«Ci chiamano nel cuore della notte piangendo e chiedendo aiuto, ma purtroppo non possiamo fare nulla per loro. Quello che sappiamo è che esistono molte persone, tra cui portatori di handicap, anziani, bambini e donne in gravidanza, che hanno chiesto alle autorità bielorusse di tornare nell’entroterra ed essere accolti in qualche luogo più riparato, ma la ricollocazione è stata loro negata». Racconti che ricordano quelli dei migranti bloccati nella rotta balcanica e in tutti gli altri confini dove i disperati bussano alle porte di un’Europa che assomiglia sempre più a una fortezza inespugnabile.

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