Caterpillar Jesi, presidio e sciopero: no a chiusura | il manifesto

Caterpillar Jesi, presidio e sciopero: no a chiusura | il manifesto

14 Dicembre 2021 0 Di Luna Rossa

Multinazionali che Scappano. A rischio 270 operai. Appelli bipartisan dalla politica e il precedente della lotta del 1977

Mario Di Vito

Sciopero e presidio: i lavoratori della Caterpillar di Jesi – che venerdì ha annunciato la chiusura dello stabilimento marchigiano, con 270 lavoratori verso il licenziamento – provano ad alzare il tiro della protesta e ieri non si sono mossi dai cancelli della fabbrica. Mentre già sabato scorso, in città, in centinaia sono scesi in piazza (si sono fatti vedere, tra gli altri, anche Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana e Marta Collot di Potere al Popolo), i sindacati e la Regione stanno cercando di risolvere la situazione ed evitare una mannaia destinata ad abbattersi sui lavoratori a fine febbraio, quando scadrà la procedura di mobilità aperta dall’azienda e non resteranno che i licenziamenti collettivi.

Si rincorrono gli appelli al governo: il primo a lanciarne uno, sia pure a mezzo Facebook, è stato il segretario del Pd Enrico Letta nel weekend, poi, al presidio operaio di ieri, l’assessore regionale al Lavoro Stefano Aguzzi ha annunciato che il governatore Francesco Acquaroli ha già scritto una lettera al Mise per aprire un confronto anche a Roma. Caterpillar, dal canto suo, per ora non appare intenzionata a fare passi indietro: malgrado il fatto che lo stabilimento di Jesi fosse arrivato a lavorare su tre turni giornalieri con tanto di ricorso agli straordinari per i dipendenti, il fatturato in crescita e le grandi vanterie in Confindustria, alla presentazione dei risultati semestrali dell’attività, l’ad Mathieu Chatain ha comunicato che la sua intenzione è di vendere il sito marchigiano, preoccupandosi comunque di cercare un compratore affidabile. L’idea, com’è scontato che sia, non entusiasma i lavoratori, che porteranno avanti la protesta a oltranza fino a che non arriverà qualcosa di accettabile.

«L’unica soluzione è ritirare la procedura di mobilità – dice Diego Capomagi, rsu Fiom –. Da venerdì mattina vedo solo sguardi sgomenti e increduli, ma dobbiamo riuscire a trasformare questi sentimenti in lotta, come abbiamo fatto già in passato». Il riferimento è quando, nel 1977, l’allora Sima fu salvata dagli operai, che mantennero la produzione attiva durante una crisi, favorendo l’arrivo di una nuova proprietà. La situazione, oggi, è per certi versi molto simile, anche se il tempo per trovare una soluzione è davvero ristrettissimo e la mancata volontà (quantomeno) a trattare sin qui dimostrata dall’azienda non appare preludio a un passo indietro rispetto alla decisione di sbaraccare da Jesi e mandare 270 operai in mezzo alla strada.

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