Quirinale, il segnale e le mine per la manovra: sale il livello di allarme sulla tenuta della maggioranza

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19 Novembre 2021 0 Di Luna Rossa
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di Monica Guerzoni

Fedele all’immagine di premier (quasi) imperturbabile, Mario Draghi non si è allarmato più di tanto quando gli hanno riferito che il governo al Senato è stato battuto due volte. E non dalla sola opposizione, ma da una bella fetta di quella maggioranza che, sulla carta, sostiene il suo governo. «Normali dinamiche parlamentari», avrebbe commentato il presidente del Consiglio. Ma poi, col passar delle ore, a Palazzo Chigi il livello di allarme è salito, assieme al timore che la maggioranza possa franare in piena sessione di Bilancio.

Non è la prima volta che il governo viene battuto dall’asse tra Salvini e Renzi, ma al premier certo non sfugge che la tensione stia salendo troppo. Se Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia e Italia viva uniscono le forze in Aula, è per lanciare avvertimenti in vista della partita del Quirinale. Il primo segnale è al Pd e al M5S, per dire a Enrico Letta e Giuseppe Conte che il nome del prossimo capo dello Stato va concordato insieme e che non potrà essere un altro esponente del Pd. Il secondo segnale di fumo è diretto proprio all’inquilino di Chigi, perché si decida a battere un colpo. Il Vietnam parlamentare è iniziato e quanto sia brutta l’aria lo fa capire uno storico amico di Renzi come il senatore Andrea Marcucci: «Non so che messaggio sia, ma indebolire Draghi non ha senso». Letture e pressioni a cui il premier non intende cedere. Anche questa volta non si esporrà, non dirà se è vero che si stia preparando a traslocare al Quirinale. E aspetterà che a battere un colpo siano Salvini, Berlusconi, Renzi, Conte e gli altri «big» della maggioranza, che in questi giorni sono rimasti immobili. «La situazione non ha fatto passi avanti», è la preoccupazione che filtra dal fronte draghiano. Il tavolo politico proposto da Letta per un «patto» tra i leader si è arenato e non si vede alcuno sforzo per superare insieme, senza far danni alle istituzioni e al Paese, la strettoia del voto per il Colle.

«Draghi deve restare dove sta, lo pensano tutti i partiti – è l’auspicio di un esponente del governo —. La pandemia non è finita e bisogna spendere i soldi del Recovery». Ma il premier non cambia linea. Continua a pensare che la decisione spetti al Parlamento e non a lui. E naviga a vista, sperando che la fibrillazione si plachi e che nessun partito faccia strappi irreparabili, proprio ora che c’è da condurre in porto la legge di Bilancio e avviare senza traumi l’elezione del presidente della Repubblica. «Draghi deve restare al governo, perché nel segreto dell’urna rischia — avverte un ministro che conosce le insidie dei franchi tiratori —. Se le forze politiche non si decidono a prendere posizione, rischiamo di perderlo sia per il Colle che per Chigi».

Il doppio flop sugli emendamenti al decreto «capienze», passati tra gli applausi di mezzo emiciclo nonostante il parere contrario del governo, rivela che persino la manovra finanziaria è a rischio, in un Parlamento balcanizzato e in mano ad alleanze a geometrie variabili. Il ministro Andrea Orlando è preoccupato, il governo deve prendere provvedimenti sulla pandemia e sull’attuazione del Pnrr e «senza stabilità è un problema per il Paese». Se il fantasma della crisi di governo aleggia, è anche perché le nomine Rai hanno aperto una ferita nel centrosinistra. Conte è furioso, ha visto nelle scelte di Palazzo Chigi e del Pd la «volontà di schiacciare e mettere all’angolo il M5S», ce l’ha con Draghi e ancor più con Letta. Rapporti incrinati e pontieri al lavoro. Il leader del Pd, allarmato per «lo sfilacciamento in corso», ha fretta di ricucire con l’ex premier. Dal Nazareno arrivano parole di pacificazione: «Confidiamo che, dopo questa fase di oggettiva difficoltà, si ricomponga un equilibrio costruttivo». E Di Maio fa la sua parte per ricomporre con Conte: «Veline sul mio ruolo, mi attribuiscono un potere che non ho».

Sorgente: Quirinale, il segnale e le mine per la manovra: sale il livello di allarme sulla tenuta della maggioranza- Corriere.it

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