In Italia c’è troppa democrazia – infosannio – notizie online

In Italia c’è troppa democrazia – infosannio – notizie online

30 Novembre 2021 0 Di ken sharo

(di Tommaso Rodano – Il Fatto Quotidiano) – Sì, carina la democrazia, va bene la libertà d’espressione, ma non è il caso di sopravvalutarle tanto. Da quando si è manifestato il Governo dei Migliori si respira questo sentimento (neanche tanto) strisciante in certi araldi dell’opinione pubblica – professori emeriti, firme dei grandi giornali, dirigenti d’azienda – secondo cui la libertà è un lusso che non ci possiamo più permettere.

Sabato sera qualche ingenuo idealista è sobbalzato per le parole di Mario Monti, ospite di In Onda su La7. L’ex premier e senatore a vita, serissimo, ha spiegato che “bisogna trovare delle modalità meno democratiche nella somministrazione dell’informazione”. Nessuno in studio ha pensato di chiamare un’ambulanza, anzi i conduttori l’hanno invitato a sviluppare il ragionamento: “È molto interessante, senatore. Si spieghi meglio”. Chi dovrebbe “dosare” l’informazione? “Il governo, ispirato, nutrito, istruito dalle autorità sanitarie”. Con i postumi del giorno dopo, è arrivata anche una blanda rettifica, Monti ha riconosciuto di aver usato “un’espressione infelice e impropria”, ma ne ha confermato il merito: “Il tema esiste”.

Insomma, questa democrazia ha stancato un po’. Così è diventato normale che si neghi il diritto a manifestare “nelle aree sensibili” delle città, oppure si sventoli il Daspo di un anno da Roma in faccia a Stefano Puzzer, il portuale triestino leader delle proteste contro il Green pass (trasformando un tipo così in un martire della libertà di pensiero), mentre si moltiplicano i titoli di giornale sul caro premier “stufo dei partiti”.

D’altra parte avete visto a cosa serve il Parlamento in tempi di Covid, e ancora più in tempi di Draghi? Praticamente a nulla. Tanto varrebbe affidarsi alle divise. Quest’estate Marcello Sorgi ha deliziato i lettori della Stampa con una suggestione marziale: “Metti anche che, in un intento suicida” i partiti “insistessero per mandare a casa il banchiere, giocandosi la fiducia dell’Europa e i miliardi di aiuti di cui sopra, al presidente della Repubblica non resterebbe che mettere su un governo elettorale, forse perfino militare, come accaduto con il generale Figliuolo per le vaccinazioni”. Anche Sorgi si è poi sentito in dovere di specificare che era solo “una provocazione”.

Ma perché imbarazzarsi? È un sentimento condiviso. Il giurista Sabino Cassese, per esempio, non si è per nulla pentito dei dotti ragionamenti consegnati in un’intervista a Repubblica il 17 settembre, in vista delle elezioni di Roma: “Nello stato in cui versa la città servirebbero tre generali di corpo d’armata, delle tre forze, a cui affidare la città per i prossimi dieci anni”. Domanda del cronista: tipo Figliuolo? “Tre Figliuolo”. Vuole una giunta militare? “È il minimo. Serve una cura radicale. Siamo circondati da cacciatori di farfalle”.

Evviva Figliuolo, evviva i migliori. In Draghi premier si compie un destino. Un destino che piega gli assetti istituzionali, come sostiene Giancarlo Giorgetti. Per il leghista, Super Mario andrebbe bene anche al Quirinale, tanto “sarebbe un semipresidenzialismo de facto, in cui il presidente della Repubblica allarga le sue funzioni approfittando di una politica debole”. Chissenefrega della Costituzione: viva la politica debole e l’uomo forte. Un destino anche celeste: la provvidenza. Lo dice la Chiesa. Con queste parole il presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti, ha accolto il dono del “grande statista”: “Sappiamo quanto il premier sia stimato in Europa. Certamente, se la Provvidenza lo ha collocato nel posto in cui si trova, la sua esperienza, umanità e intelligenza, potranno essere veramente utili”. L’ultimo vescovo ad associare la provvidenza divina a un capo di governo era stato Pio XI con Benito Mussolini dopo la firma dei Patti Lateranensi, anno del Signore 1929.Prosaicamente, Draghi è definito provvidenziale anche dagli industriali e dal loro leader Carlo Bonomi, che ha conferito allo stesso principio una sfumatura appena più laica: il premier “è l’uomo della necessità”. E allora, detto tutto ciò, cosa ce ne dovremmo fare dei vecchi, insulsi orpelli democratici?

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