L’inerzia dell’Italia nel salvare le persone a rischio in Afghanistan – Asgi

L’inerzia dell’Italia nel salvare le persone a rischio in Afghanistan – Asgi

11 Ottobre 2021 0 Di ken sharo

L’inerzia dell’Italia nel salvare le persone a rischio in Afghanistan

 

L’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (ASGI) denuncia l’inerzia delle Istituzioni italiane nell’affrontare e risolvere la grave situazione dei cittadini e delle cittadine afghane che, dopo il cambio di regime dell’agosto scorso, non possono più rimanere nel loro Paese a causa dell’elevato rischio per la loro incolumità. Ci sono donne e uomini, infatti, che hanno svolto nel passato attività oggi invise al nuovo governo, o che temono per la propria incolumità per il clima di violenza che si sta espandendo sempre di più; ragazze che non riescono più a frequentare la scuola, donne che non possono più lavorare, uomini che si nascondono temendo di essere uccisi perché ritenuti cooperanti con le forze di sicurezza occidentali che fino ad agosto presidiavano il territorio.

Persone per le quali è necessario un piano di evacuazione concreto ed efficace o il rilascio di visti umanitari che consentano loro di uscire dal Paese senza affrontare i rischi di rotte informali e pericolose.

Ma ci sono anche molte persone che hanno o avrebbero titolo per ottenere visti di ingresso in Italia perché qui vivono i familiari o che, qui residenti, si sono trovate in Afghanistan senza poter più rientrare in Italia.

ASGI ha chiesto in ben due occasioni (14 settembre e 28 settembre 2021) al Ministero per gli affari esteri e la cooperazione di dare indicazioni pubbliche per affrontare e risolvere le varie situazioni critiche sopra indicate, ma la risposta è stata sostanzialmente insufficiente e fumosa.

Nell’ultima lettera pervenuta ad ASGI, infatti, il Ministero nega la possibilità di rilascio di visti umanitari individuali, ai sensi dell’art. 25 del Codice visti europeo, ritenendo attivabili solo i cd. corridoi umanitari, il reinsediamento e le “evacuazioni umanitarie gestite dal Ministero dell’Interno”.

Trattasi, tuttavia, di percorsi di ingresso i cui criteri non sono né pubblici né previsti dalla legge (i corridoi umanitari) o ad oggi inapplicati o inesistenti (il programma di reinsediamento) o del tutto fumosi e indeterminati (il programma di evacuazione) e che comunque escludono un numero estremamente ampio di persone.

La mancanza di trasparenza dei canali riconoscibili dal MAECI è di per sé grave.

In ogni caso, va sottolineato che nessuna disposizione di legge impedisce allo Stato di rilasciare visti umanitari individuali, pur validi solo sul territorio nazionale, anche in ossequio all’art. 10, co. 3 della Costituzione, facoltà certamente non limitata alle forme organizzate come affermato dal Ministero.

Quanto alle persone che potrebbero avere visti previsti espressamente dalla legge, quali i  ricongiungimenti familiari, la risposta del Ministero è altrettanto insufficiente, giacché per coloro che già sono stati autorizzati con nulla osta della prefettura ma la cui validità sia scaduta (a causa dell’impossibilità, da molto tempo, già prima dell’agosto 2021 di rilascio da parte dell’Ambasciata a Kabul, oggi non più presente) il Ministero chiede conferma della validità alle prefetture, ingenerando una burocratizzazione e una dilazione dei tempi certamente incompatibili con l’esigenza degli interessati di lasciare presto il Paese pur avendone diritto, senza nemmeno chiarire quali sono i parametri che dovrebbero essere tenuti in considerazione dalle Prefetture.

Nella sua lettera il Ministero ipotizza anche che le Rappresentanze italiane in Paesi diversi dall’Afghanistan possano ricevere richieste di visto anche per “reingresso, studio e invito, ma non chiarisce se possano essere emessi anche in difetto dei requisiti formali, stringenti, previsti dal decreto ministeriale n. 850/2011, i quali sono del tutto inconferenti rispetto alla condizione delle persone afghane potenzialmente richiedenti. Si consideri, ad esempio, che il visto per invito può essere rilasciato solo su richiesta di enti pubblici o privati per “ospiti di particolari eventi e manifestazioni di carattere politico, scientifico o culturale”, escluse pertanto persone singoleche il visto per studio è soggetto a quote annuali e viene richiesta una specifica conoscenza della lingua italiana; che, infine, il visto di reingresso è consentito, decorsi 6 mesi dalla scadenza del permesso di soggiorno, previo nulla osta della questura.

Risultano, peraltro, poco chiare e risolutive anche le indicazioni relative all’accesso alle Ambasciate nei Paesi limitrofi. Quanto all’Ambasciata italiana in Iran sembra, infatti, doversi intendere che è comunque richiesta la presenza della persona in Iran, considerato il riferimento alla presenza nel territorio, e che sia pertanto impossibile prendere un appuntamento presso tale rappresentanza consolare quando la persona si trova ancora in Afghanistan. Allo stesso modo, con riguardo all’Ambasciata italiana in Pakistan, sebbene il ritorno ad una piena operatività della stessa sia da accogliere positivamente, non vengono date indicazioni sulle concrete possibilità non solo di accesso alla stessa ma di prenotazione di un appuntamento.

La possibilità di prendere un appuntamento è di importanza centrale anche al fine di offrire alle persone maggiori possibilità di attraversare i confini nazionali.

Sarebbe necessario poter disporre delle Linee guida che il Ministero afferma avere diramato alle Rappresentanze consolari, così da potere informare adeguatamente le persone interessate.

 

 

Nulla si dice, infine, sulle iniziative che l’Italia intende adottare o ha già adottato per agevolare l’uscita in piena sicurezza dei/delle cittadini/e afghani/e dal Paese per recarsi presso le Rappresentanze diplomatiche e consolari italiane in Paesi diversi dall’Afghanistan.

L’inadeguatezza della risposta del Ministero degli affari esteri e della cooperazione renderà inevitabile l’implementazione di canali irregolari di ingresso, che esporranno le persone afghane in fuga ad affrontare ulteriori rischi, incluso quello di essere respinte ai confini europei, con violazione del loro diritto ad essere protette secondo la normativa internazionale e italiana.

ASGI ritiene gravissimo il comportamento dello Stato italiano, che non affronta nemmeno le proprie responsabilità derivanti dall’avere partecipato alla coalizione occidentale che per 20 anni è stata presente in Afghanistan, negando qualunque possibilità di rilascio di visti umanitari e senza mettere in campo alcuna concreta alternativa.

Pur consapevole della complessità della situazione ASGI cercherà in tutte le opportune sedi di garantire il diritto delle persone afghane di lasciare il Paese in sicurezza e di avere protezione in Italia, nel rispetto della normativa internazionale e dell’art. 10, co. 3 della Costituzione.

Sorgente: L’inerzia dell’Italia nel salvare le persone a rischio in Afghanistan – Asgi