L’antifascismo e l’unità nazionale – Jacobin Italia

L’antifascismo e l’unità nazionale – Jacobin Italia

12 Ottobre 2021 0 Di Luna Rossa

Il pericolo neofascista esiste, proprio per questo va preso sul serio. Ma chi vi si oppone non ha alcuna possibilità di successo se non mette al centro la vita concreata delle persone in un paese impoverito dalla pandemia

Lorenzo Zamponi *

L’assalto guidato da un gruppo di neofascisti alla sede nazionale della Cgil a Roma, durante il corteo «No Green Pass» del 9 ottobre, ha generato una sana mobilitazione solidale contro l’estrema destra. Nel paese che ha appena rieletto in consiglio comunale a Roma Rachele Mussolini e che vede Fratelli d’Italia in testa ai sondaggi, non è mai troppo tardi per riscoprire l’antifascismo, tanto più di fronte a un atto gravissimo come l’attacco a una sede sindacale

La battaglia antifascista però, proprio per la sua importanza, va presa sul serio: non può limitarsi a qualche passerella elettorale, non può ignorare le enormi questioni sociali aperte e non può schiacciarsi sul governo Draghi, che nel frattempo propone «strette sui cortei».

Domenica 10 ottobre le camere del lavoro di tutta Italia sono state aperte, presidiate, e popolate da attestazioni di solidarietà, e sabato 16 ci sarà una manifestazione nazionale a Roma convocata da Cgil, Cisl e Uil. Una risposta fisiologica, dovuta, necessaria all’attacco subito. Un attacco le cui responsabilità penali, dopo l’arresto di 12 persone tra cui il leader nazionale di Forza Nuova Roberto Fiore, saranno valutate in sede giudiziaria, ma che politicamente è un atto fascista e come tale è stato rivendicato.

La risposta, però, non può limitarsi alla solita serie di dichiarazioni performative contro il vile attacco alla democrazia e alla Costituzione, un genere letterario in cui a sinistra siamo tutti bravissimi ma che rischia di annoiare qualsiasi pubblico se non lo riempie di significato. Qualche giorno fa, parlando di Rachele Mussolini, ricordavamo quanto pigro e logoro fosse il topos dell’appello al voto antifascista tra il primo e il secondo turno delle elezioni amministrative da parte di politici di centrosinistra che nel frattempo sono al governo con Matteo Salvini e una Lega tutt’altro che antifascista. Il punto di vista antifascista è utile anche per leggere la questione della messa al bando delle organizzazioni neofasciste: il problema è togliere strumenti di diffusione al fascismo, al razzismo, all’omofobia, non certo mercanteggiare su repressioni e sgomberi in nome della legalità. Non ci possiamo permettere un antifascismo che non vada oltre la domenica del ballottaggio.

E non ci possiamo permettere neanche un antifascismo che si rifletta in un’unità trasversale posticcia sotto l’egida del governo Draghi e del suo green pass. Non solo e non tanto per i caratteri problematici del green pass stesso, e in particolare dell’obbligo di esibirlo nei luoghi di lavoro, invenzione confindustriale per scongiurare nuovi blocchi della produzione, a cui non a caso Cgil e sindacati di base si sono opposti. Ma soprattutto perché il primo soggetto a tradire l’idea di una battaglia comune per la salute collettiva, di cui i vaccini sono una parte ovviamente fondamentale, è stato proprio il governo, impegnato da mesi a scaricare sulla responsabilità individuale delle persone l’intero peso della lotta alla pandemia, mentre poco o nulla si è visto sul piano del potenziamento della sanità territoriale, dell’investimento su scuole e trasporti pubblici per renderli più sicuri dal contagio, di tutto ciò che implichi una messa in discussione anche minima della «normalità» a cui si vuole tornare il prima possibile.

Se una manciata di neofascisti, che normalmente fatica a portare in piazza più di qualche decina di persone, sabato ne aveva alle spalle migliaia, è perché la gestione neoliberista della pandemia e delle sue conseguenze economiche ha prodotto uno scontento diffuso, su cui è piuttosto prevedibile che l’estrema destra speculi. Una strumentalizzazione che trova terreno fertile in un senso comune che in quel movimento sta crescendo, come già avevamo notato mesi fa parlando delle proteste per le riaperture, e non è un caso che a rivendicare i fatti di sabato, compreso l’attacco al sindacato, siano stati proprio i ristoratori di «Io apro».

La contesa è sull’idea di «libertà»: per Draghi e Confindustria è ritornare il prima possibile alla «normalità» di lavoro e consumi, per le persone è «poter dire di no», e in un contesto in cui la politica è una, compatta e monolitica, si finisce per dire di no in blocco a tutto ciò che è imposto da una politica in cui non ci si riconosce: dallo sblocco dei licenziamenti ai vaccini. La mancanza di una narrazione alternativa che non sia quella governativa basata sul «ritorno alla normalità» ha fatto il resto.

Tra radicalizzazione del ceto medio, sfiducia diffusa nella scienza, cospirazionismi di varia natura, delusione assoluta per tutto ciò che sa anche vagamente di stato, all’incrocio tra varie subculture, prime fra tutti quella cattolica e quella della sinistra libertaria, sta emergendo qualcosa che ricorda in alcuni tratti il libertarismo americano, e che potrebbe facilmente aprire la strada ai suoi lati oscuri, quelli che sanno di alt-right. Non stupisce che venga più facile cavalcare queste piazze da destra che da sinistra, com’è appunto avvenuto sabato a Roma. Ma sappiamo, perché quella romana non è stata l’unica, che una lettura univoca di queste piazze sotto l’etichetta dell’estrema destra sarebbe una forzatura non da poco della realtà concreta. E una reazione di ulteriore polarizzazione sul tema green pass, se non addirittura di allineamento tra la battaglia antifascista e la campagna del governo Draghi, sarebbe a dir poco autolesionista. Sdoganare a sinistra il burionismo, l’idea che si possa fare politica facendo prediche alle persone e le retoriche colpevolizzanti nei confronti delle scelte individuali, per quanto non condivisibili, non fa che scavare un solco che, come linea di conflitto politico, è utile solo al governo, in cerca di nemici facili su cui scaricare la responsabilità di tutto ciò che non va. Sarebbe autolesionista, in particolare, perché fuori da quelle piazze c’è un mondo: c’è l’Italia di oggi, impoverita da un anno e mezzo di pandemia.

In questo contesto, fare della giusta e sana battaglia antifascista una crociata contro i cattivoni che si oppongo al green pass, e magari anche ai vaccini, mettendo in campo un’unione sacra, dalla Cgil a Matteo Salvini, sotto l’egida del governo Draghi, sarebbe un errore che non possiamo permetterci. Magari nel breve periodo potrebbe far vincere al centrosinistra i ballottaggi, nel medio mettere un po’ in difficoltà Giorgia Meloni stretta tra due fuochi, ma nel lungo rischierebbe di dare l’opportunità all’estrema destra di rappresentare quella parte di paese che non se la passa per niente bene, che non si riconosce in Mario Draghi e nelle sue politiche, e che magari non è contentissima dell’aumento delle bollette.

Proprio perché il pericolo neofascista esiste va preso sul serio. Qualsiasi battaglia democratica, oggi come tante altre volte, non ha alcuna possibilità di successo se non mette al centro la questione sociale. Il segretario generale della Cgil Maurizio Landini l’ha detto molto chiaramente al presidio di domenica scorsa, annunciando una mobilitazione sociale prolungata e ponendo nodi molto netti al governo. Non devono restare solo parole. L’immagine del sindacato che, in una situazione come quella in cui siamo, mette in campo come unica mobilitazione dell’autunno il corteo antifascista con Cisl e Uil, magari con la presenza di qualche ministro del governo Draghi, alla vigilia dei ballottaggi, per poi inabissarsi tra discussioni interne e tavoli governativi, sarebbe letale. Lo stesso Draghi l’ha capito perfettamente e ne ha approfittato con la visita a Corso Italia e l’abbraccio a Landini.

Siamo in una situazione economica e sociale delicatissima, con gli effetti di un anno e mezzo di gestione della pandemia, con lo sblocco dei licenziamenti, l’aumento delle bollette, a cui si stanno aggiungendo inevitabilmente i problemi generati dall’obbligo di green pass sui posti di lavoro. Tutto questo in un’Italia che ha appena vissuto il record storico di astensione alle elezioni amministrative. Non si può pensare che questi temi valgano la piazza meno dell’attacco fascista a Corso Italia. Il rischio è regalare all’estrema destra un’occasione storica. Davvero si gioca col fuoco.

La battaglia democratica contro i fascisti ha bisogno di gambe e piedi nelle condizioni materiali delle persone. E ha probabilità di successo direttamente proporzionali alla capacità di mettere in campo mobilitazioni sui temi sociali che la gestione neoliberista della pandemia da parte del governo Draghi ha creato. Il bipolarismo tra reazione conservatrice e tecnocrazia liberista è quello che ha dominato l’Occidente negli ultimi anni, e sappiamo già dove ci porta. L’unica alternativa è rimettere in campo, al centro del dibattito e in piazza, la vita concreta delle persone, i loro bisogni materiali e non solo, la loro necessità di giustizia e speranza.

*Lorenzo Zamponi, ricercatore in sociologia, si occupa di movimenti sociali e partecipazione politica. È coautore di Resistere alla crisi (Il Mulino).

 

Sorgente: L’antifascismo e l’unità nazionale – Jacobin Italia

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