Dal Family Day alla madre dei fratelli Bianchi: dovremmo odiare la famiglia • Kulturjam

Dal Family Day alla madre dei fratelli Bianchi: dovremmo odiare la famiglia • Kulturjam

21 Settembre 2021 0 Di Luna Rossa

By Alexandro Sabetti

Se qualcuno cercasse un esempio sull’orrore familista che devasta questo paese, lo troverebbe quotidianamente, dai Pillon, ai capi delle ‘ndrine, fino alla madre dei fratelli Bianchi.

Dal Family Day alla madre dei fratelli Bianchi: orrore familista

Che cos’hanno in comune personaggi come Pillon, Adinolfi, i coniugi Fontana, la Ceccardi, Meluzzi, i capi delle ‘ndrine, il generale Pappalardo, io sono Giorgia, la De Mari, la Santanchè, fino – e potrebbe sembrare un paradosso – alla signora Di Tullio, madre dei fratelli Bianchi? Il totem della famiglia.

Se qualcuno cercasse un esempio sull’orrore familista che devasta questo paese, lo troverebbe quotidianamente nelle cronache mondane, dove i soliti noti si scambiano poltrone e favori come alla corte di Luigi IV, pronti poi a farsi le scarpe alla prima occasione; oppure nella gara a chi la spara più assurda tra i nomi citati in precedenza. Ricordate gli interventi parlamentari di quest’estate durante la lettura del Ddl ZanProvate a rileggerli: non sono degni di un paese che si considera evoluto.

E scendendo ancora, fino agli inferi dell’altra società, potrebbe trovare la madre dei fratelli Bianchi, i massacratori di Willy Monteiro, che si stupisce della sorte dei figli: Non è mica morta la regina. Come se fossimo nell’Alabama dell’800, dove un bianco fermato per omicidio di un nero poteva ugualmente stupirsi: e perchè? Che ho fatto?

Ma è la frase finale della signora, estrapolata dalle intercettazioni, che si staglia imperitura, come fosse presa direttamente dalla scenggiatura del ‘Padrino’ di Francis Ford Coppola:

“Una volta dimostrato.. tutta quella fanga che ci hanno messo in cima e che hanno visto l’innocenza di te e di tuo fratello saremmo soltanto noi famiglia a casa mia”.

La madre dei fratelli Bianchi su Willy Monteiro: 'Non è mica morta la regina'

Bisognerebbe odiare la famiglia

La famiglia è il bastione inespugnabile del “pensiero piccolo” nazionale. Il paese si allontana a grandi passi dall’occidente umanista: il peggio di noi è diventata una bandiera che sventoliamo orgogliosi. Il punto è che nessuno domina le proprie pulsioni negative se non le riconosce per tali.

La “massa paese” dalla piccola borghesia ai capitani d’industria, esprime da sempre nelle sue pulsioni autoritarie, populiste, non paradossalmente, un metodico rifiuto della storia; non sono malattie temporanee dello spirito o invenzioni innocue: è il denominatore comune politico ed ideologico, per un paese che soffre di un feroce complesso d’inferiorità in ogni strato, e che trova nello scarto reazionario, familista, a destra, nel populismo, il trucco o il punto di fuga per non dire verità necessarie, ingrate, dolorose.

Il populismo rifugge la complessità, vive di certezze, controllo dell’informazione e teorie semplici. La famiglia è l’ambiente naturale. Si attribuisce ogni problema a una causa umana, ai nemici, ai traditori. Ciò porta ad uno stato di panico permanente che si manifesta con la chiusura verso qualsiasi novità del mondo moderno.

Dal Family Day alla madre dei fratelli Bianchi: dovremmo odiare la famiglia

Non esiste novità inevitabile da parte della storia moderna che non venga ignorata,negata, combattuta: l’immigrazione, il ruolo delle donne, le scoperte della medicina, internet, l’europa, ecologia, bipolarismo. Tutto ciò è fonte di paura da esorcizzare con i peggiori luoghi comuni reazionari.

La reazione più sguaiata è diventata il pensiero dominante da esibire, ma con l’astuzia di presentarsi come folgorante intuizione di modernità e addirittura coraggiosa avanguardia.

L’intero dibattito pubblico è centrato sulle tesi più regressive o, più semplicemente, su semplici idiozie. Per avere la certezza della ribalta mediatica basta sparare una fesseria qualsiasi, purchè molto reazionaria, trincerandosi in ultima battuta dietro la difesa della famiglia, per scatenare un infinita discussione sul nulla.

Dal Family Day alla madre dei fratelli Bianchi: dovremmo odiare la famiglia

Il familismo di Banfield

Ngli anni ’50 un antropologo americano, Banfìeid, scrisse un libro famoso dopo aver vissuto in una piccola comunità agricola nel notro paese, s’intitolava “Il familismo amorale”. L’autore fu colpito dal fatto che non esistesse una vita associativa, e si chiese perché di fronte agli evidenti problemi sociali, nessuno si desse da fare per cambiare le cose.

La risposta fu cercata nel familismo amorale, un tratto culturale secondo il quale gli abitanti tutti cercano soltanto di massimizzare i vantaggi materiali e immediati del nucleo familiare, supponendo che tutti gli altri si comportino allo stesso modo.

La prospettiva di investire risorse ed energie in beni collettivi e un’azione organizzata per realizzarla sono per questo fuori dall’orizzonte delle possibilità. La spaventosa miseria, il senso di umiliazione, la paura del futuro sono il terreno sul quale il familismo amorale è cresciuto, ma tutti sono ora prigionieri della loro morale centrata sulla famiglia.

La famiglia è il rifugio dei tanti playboy nazionali in coda ai caselli per rimorchiare viados o ragazzine nigeriane, degli atei devoti, strenui difensori della famiglia che in realtà odiano e ne stanno il più lontano possibile, oppure che moltiplicano all’infinito, separazione dopo separazione…

La famiglia dei tanti traditori impenitenti, che odiano le donne ma sono terrorizzati dalle mogli. Ma anche tana di tante brave donne che si trasformano subito dopo la gravidanza in arcigni matrigne, che anni fa Curzio Maltese descrisse come coloro che “contribuiscono a tramandare di generazione in generazione il germe di un fascismo eterno”.

E con i due veri comandamenti nazionali: primo. “Tengo famiglia”. Secondo: “i panni sporchi si lavano in famiglia”: ovvero comincia col non amare te stesso e vedrai com’è facile fare agli altri le cose peggiori. Appunto: fascismo autobiografia di una nazione. La famiglia invece è la psicopatologia della nostra nazione.

 

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