Afghanistan e Libia: armi in mano ai terroristi islamici, come possono usarle? 

Afghanistan e Libia: armi in mano ai terroristi islamici, come possono usarle? 

22 Settembre 2021 0 Di Luna Rossa

 

Afghanistan, Libia e Siria sono le tre crisi che oggi alimentano l’arcipelago dell’estremismo islamico. Tre Paesi fuori controllo dove l’intervento dell’Occidente ha acuito il rischio per la sicurezza globale. A Doha, nei mesi scorsi, gli americani hanno trattato il ritiro dall’Afghanistan con i talebani, la promessa era: noi ce ne andiamo, ma voi non consentirete ad al Qaida, o altri gruppi estremisti, di operare nel Paese. Sappiamo come è andata. E quando i Paesi si disfano, le armi restano. Quali e quante armi, e dove vanno a finire?
Le armi dell’esercito russo

In Afghanistan ci sono. Ci sono tutte quelle abbandonate dai sovietici dopo la ritirata del 1989: mitragliatrici pesanti NSV e KPV, e le più moderne Kord (russe). I loro colpi penetrano muri e mezzi blindati. Sono in grado di colpire fino a oltre 2000 metri e possono abbattere aerei in volo a bassa quota o in fase di decollo e atterraggio. Di solito sono impiegate in postazioni protette o montate su automezzi (le chiamano «tecniche»), come succede per i razzi multipli da artiglieria Grad. Numerosi i razzi a spalla, come l’RPG 7 ritratto nelle foto di molti mujāhidīn dell’epoca. Nascono come armi anticarro ma sono impiegati anche nelle aree urbane e come armi antiaeree. Diffusi in tutto il Paese i mortai (come l’82 BM 37), utilizzati continuativamente anche in questi 20 anni per attacchi e attentati anche a Kabul, da un quartiere all’altro, soprattutto per attaccare la zona dei palazzi del Governo. Ci sono poi gli SPG9 da 73 mm: armi anticarro leggere usate un po’ per tutte le tipologie di combattimento, sia su treppiede che automontati. Questo arsenale è finito quasi tutto nelle mani dei talebani, e nelle loro mani è rimasto dopo essere stati cacciati dalle forze alleate nel 2001, nascosto e sotterrato nelle cave.

Le armi americane

Oggi si aggiunge tutto l’equipaggiamento americano in dotazione al disciolto esercito afgano: 75.000 veicoli militari, 600.000 fra fucili d’assalto come l’M16 e l’M4, mitragliatrici pesanti, armi anticarro, artiglieria leggera con cannoni e mortai, 16.000 visori notturni, illuminatori laser. Questo vuol dire che sono in grado di combattere e colpire con precisione anche di notte. I talebani si sono impossessati dei rilevatori biometrici con le impronte digitali e le scansioni oculari degli afghani che hanno collaborato con le forze alleate negli ultimi 20 anni. Più di 200 fra aerei ed elicotteri. Se saranno in grado di pilotarli e manutenerli, dovranno fare i conti con il loro utilizzo perché il controllo dello spazio aereo e la supremazia aerea (vuol dire che gli americani possono ancora effettuare operazioni aeree quasi senza limitazioni) è ancora in mano americana: le basi Usa sono in tutti i Paesi confinanti, ad eccezione dell’Iran. Poi un centinaio di droni. Anche in questo caso occorre saperli pilotare, e poi serve il collegamento radio che gli americani possono bloccare con azioni di disturbo e accecamento elettronico. Il grande problema sono i sistemi di abbattimento aereo e i talebani hanno i missili Stinger forniti dagli Usa durante l’occupazione russa: sono sistemi d’arma composti da un lanciatore da spalla e un missile che impiega il puntamento a infrarosso passivo e che segue autonomamente la traccia di calore del velivolo. Fu questo tipo di arma a determinare la disfatta dell’esercito russo. Non è detto che oggi le batterie siano ancora utilizzabili, ma i talebani hanno anche i Misagh 1 e 2 di produzione iraniana e russa (ne sono spariti qualche migliaio durante la disfatta libica e nessuno sa che fine abbiano fatto). Queste armi hanno un raggio d’azione di 5 km e possono abbattere aerei civili o militari fino a 3500 metri di quota, compromettendo la sicurezza della supremazia aerea Usa in Afghanistan.

Esplosivo e bomb maker

Le quantità di munizioni d’artiglieria sono enormi: quelle russe perfettamente conservate in scatole sigillate e quelle americane, dalle quali viene recuperato esplosivo da innesco e relative spolette per realizzare attentati o per attentatori suicidi. In questo caso servono soggetti con capacità ingegneristiche, si chiamano «bomb maker» e sono figure molto quotate fra le varie formazioni terroristiche; le forze speciali occidentali avevano missioni di intervento cinetico su questi «elementi» (ovvero colpirli per farli fuori). Analisti e specialisti intelligence hanno dimostrato che l’eliminazione anche di un solo «bomb maker» provoca un rallentamento degli attentati anche in aree piuttosto estese. Purtroppo sono difficili da individuare, in più la presenza di vent’anni di truppe occidentali, con ottime capacità di scoperta e difesa da ordigni esplosivi, ha contribuito ad elevare le capacità tecniche e tecnologiche dei «bomb maker».

Afghanistan: mujāhid negli precedenti la guerra del 2001
In sostanza se 20 anni fa i talebani furono cacciati con lo sbarco di 40.000 militari, con lo scenario di oggi i numeri sarebbero ben altri. Tra armi sovietiche e americane stiamo parlando di arsenali sufficienti a sostenere guerriglie per decenni, e il rischio più immediato è che l’Afghanistan ritorni a essere una base di addestramento e rifugio di formazioni terroristiche islamiche. Nei 20 anni di presenza degli eserciti occidentali in Afghanistan, il governo di Kabul non ha mai controllato le periferie del Paese, lì dove si erano ritirati i talebani dopo il 2001 e dove sono cresciuti e hanno prosperato, soprattutto grazie al narcotraffico, i gruppi armati locali. Questa estate hanno riconquistato il Paese in due settimane, e nella capitale sono tornati anche gli altri protagonisti dell’estremismo islamico, anche loro armati fino ai denti: bin Laden era un grande esperto a sfruttare le caverne naturali dell’Afghanistan, dove è stata stipata parte dell’arsenale russo. Oggi i gruppi terroristici sono almeno sei, tutti in competizione fra loro, e la superiorità è valutata in base alle atrocità che commettono. E tutti vogliono entrare a far parte del nuovo governo talebano. Vediamo quali sono e chi li sostiene.
I gruppi del terrore

ISIS-Khorasan
Il più estremo e violento di tutti i gruppi militanti jihadisti in Afghanistan, colpevole dell’attentato all’aeroporto di Kabul del 26 agosto che ha ucciso 170 persone. È antagonista dei talebani, che considera apostati. Ha sede nella provincia orientale di Nangarhar. Nasce nel gennaio 2015 al culmine del potere dell’Isis in Iraq e Siria, della cui galassia fa parte. Recluta jihadisti pakistani e afghani, in particolare ex talebani che non considerano la propria organizzazione abbastanza estrema. In questi anni ha preso di mira le forze di sicurezza e i politici afgani, i talebani, le minoranze religiose, le forze statunitensi e Nato e le agenzie internazionali, comprese le organizzazioni umanitarie. Riceve finanziamenti da simpatizzanti stranieri tramite le reti islamiche hawala, attraverso le proprie imprese criminali e tramite sussidi diretti dall’ISIS.
Lashkar-e-Taiba
Nasce in Afghanistan nel 1987 in chiave antisovietica, e negli anni ha goduto del sostegno finanziario di al Qaida. Il suo quartier generale sarebbe a Muridke, vicino Lahore, ma gestisce 16 campi di addestramento nella parte pakistana del Kashmir. Il suo obiettivo è quello di liberare il Kashmir indiano, dove vorrebbe instaurare uno stato islamico, ma è tornato a operare in Afghanistan nel 2020. Riceve finanziamenti da donatori in Medio Oriente, principalmente dall’Arabia Saudita, e attraverso simpatizzanti in Pakistan.
Jaish-e-Mohammed
Gruppo estremista islamico sunnita con sede in Pakistan. Conduce principalmente attacchi terroristici nella regione amministrata dall’India del Jammu e Kashmir con l’obiettivo di porre la regione sotto il controllo del Pakistan. Fondato nel 2000 con il sostegno dei talebani afghani, di Osama bin Laden e di diverse organizzazioni estremiste sunnite in Pakistan. Secondo l’Onu nel maggio 2020 In Afghanistan aveva circa 230 combattenti armati dislocati con le forze talebane. È finanziato da fondazioni di beneficenza islamiche e da legittimi interessi commerciali gestiti dall’Al-Rehmat Trust e dall’Al-Furqan Trust.
Lashkar-e Jhangvi
Gruppo militante sunnita wahhabbita pakistano nato nel 1996. Ha condotto negli anni diversi attacchi anti-sciiti in Pakistan e in alcune aree dell’Afghanistan, dove diversi suoi membri sono fuggiti sotto la protezione dei talebani nel 2001. Ha stretti legami con al Qaida, tanto che alcuni membri sono affiliati a entrambi. Riceve fondi da attività criminali come l’estorsione, da aziende private dell’Arabia Saudita e da ricchi donatori in Pakistan, in particolare da Karachi.
Al Qaida
Da sempre presente in Afghanistan, dove nasce negli anni ‘80 da una rete di reclutamento per la resistenza all’occupazione sovietica e, per questo, ha goduto anche di finanziamenti occidentali. Negli anni ‘90 si trasforma in una rete globale di cellule e gruppi affiliati contro i presunti nemici dell’Islam. Dopo l’uccisione di Osama bin Laden nel 2011, il gruppo è guidato dal medico egiziano Ayman al-Zawahiri, e si ritiene viva nascosto nella regione di confine tra Afghanistan e Pakistan. Riceve fondi da enti di beneficenza e donatori nel Golfo Persico, ma anche dai suoi affiliati, attraverso il rapimento a scopo di riscatto e l’estorsione.
Haqqani Network (talebani)
Fa parte della galassia talebana. La sua base è nelle regioni a sud est di Kabul, lungo i 550 km di confine con il Pakistan: una terra di nessuno dove transitano droga, armi e mujāhidīn. È un hub strategico per i jihadisti dell’Asia centrale e del sud-est asiatico. Gode dell’appoggio dei servizi segreti pakistani e riceve fondi dall’import-export legale e illegale dai Paesi del Golfo Persico. È responsabile di alcuni degli attacchi più sanguinosi degli ultimi 20 anni: nel settembre 2009 uccide sette paracadutisti italiani a Kabul e tre mesi dopo sette agenti Cia all’interno della base americana Chapman di Khost. È guidato da Khalil Haqqani, oggi capo della sicurezza a Kabul, e dal nipote Sirajuddin Haqqani, appena nominato ministro dell’interno del nuovo governo. Ricercato dall’FBI con obiettivo KK (vivo o morto). Ed è con lui che dovremmo dialogare.

Libia, le santebarbare depredate

La Libia già ben prima che Gheddafi fosse destituito e ucciso e iniziasse la guerra civile, aveva già dieci volte le armi necessarie al suo esercito. Proprio l’ex dittatore, durante gli anni di tensione politico militare con gli Stati Uniti, aveva predisposto centinaia di scorte di armi e munizioni in tutto il Paese per fronteggiare un’eventuale invasione via terra con la guerriglia della «Milizia popolare». La stessa milizia che dopo il 2011 ha saccheggiato e messo in vendita quelle armi a «chi ne aveva bisogno». Tutte armi di produzione sovietica. Secondo l’analista indipendente dell’Aies, Wolfganf Pusztai, dagli arsenali sono scomparsi tra 600 mila e un milione di pistole, fucili d’assalto Kalashnikov. I depositi, oggi vuoti, contenevano anche mitragliatrici, lanciarazzi anticarro RPG, mortai, proiettili, munizioni, esplosivi (comprese le mine), apparecchiature di segnalazione, artiglieria antiaerea, missili anticarro e sistemi missilistici antiaereo SAM a corto raggio trasportabile a spalla con guida a infrarosso. Scomparsi i missili SA24 assistiti da radar di scoperta, quello in grado di cercare da solo il bersaglio, e un numero imprecisato di missili antiaereo a spalla SA7 Grail e che sono in grado di colpire un aereo a 4 km di distanza. C’erano anche armi occidentali, come il cannone anticarro senza rinculo americano M40, ideale per essere montato su pick-up. Molte delle armi erano ancora nella loro confezione originale e, nel corso della guerra civile, hanno preso la via della Siria attraverso Turchia e Libano, finendo sul mercato nero a prezzi che vanno da 2000 a 150 mila dollari (qui le ultime «quotazioni» di mercato conosciute). Le forze speciali statunitensi ne hanno trovati in Afghanistan.

I signori del contrabbando libico

Uno dei protagonisti del contrabbando è Mahdi al-Harati, comandante di spicco della Brigata rivoluzionaria di Tripoli, che ha fondato in Siria la brigata salafita Liwāʼ al-Umma. Il traffico di armi è diventato una delle principali attività anche nel sud della Libia dove, in pieno deserto del Sahara, vivono le tribu nomadi Tuareg e Tebu e dove, da sempre, i confini sono estremamente porosi. Le armi prendono la via del Mali, dove i Tuareg hanno stretti rapporti con il gruppo di al Qaida nel Maghreb islamico e altre organizzazioni terroristiche: Mouvement national de libération de l’Azawad (MNLA), Ansar Dine e Mouvement pour l’unicité et le jihad en Afrique de l’Ouest (MUJAO). I Tebu, invece, controllano il contrabbando verso Ciad e Sudan, dove cooperano con bande locali e delegati di organizzazioni terroristiche come ISIS e Boko Haram. Grandi quantità di armi dalla Libia sono state trafficate illegalmente a Gaza, Sinai e Siria, aumentando la capacità militare dei gruppi armati estremisti. Questo succede quando i paesi si disfano.

Libia: Mahdi al-Harati, uno dei protagonisti del contrabbando, comandante della Brigata rivoluzionaria di Tripoli
Altre vie minori di commercio sono state l’Algeria, l’Egitto (per giungere a Gaza) e la Tunisia, dove i rifugiati libici, dopo la fuga, hanno venduto le armi che avevano portato con loro. In seguito i jihadisti tunisini si sono trasferiti in Libia per l’addestramento prima di unirsi alla guerra in Siria. Sono stati costruiti nel sud e nell’ovest della Tunisia diversi nascondigli di armi, preparandosi per un’eventuale rivolta più ampia. Dopo il cessate il fuoco del 2020, il flusso di armi è diminuito. Continuano invece ad arrivare dalla Turchia forniture di ogni tipo, inclusi i mini-droni, impedendo all’operazione UE IRINI di controllare le sue navi. La Russia sta fornendo i sistemi di difesa aerea, ricambi, e armi per l’aeronautica militare dell’Esercito Nazionale Libico del generale Khalifa Haftar che, attraverso società private, riceve anche mine, sempre dalla Russia, e lanciarazzi dalla Serbia.
La mappa del terrore mondiale

Secondo il Global Terrorism Index 2020, redatto dall’Institute for Economics & Peace (IEP), il principale attore mondiale del terrorismo rimane l’Isis. Sono 20 i Paesi al mondo nei quali l’impatto dei gruppi terroristici è massimo. Il primo è l’Afghanistan: pesa per il 16,7% del suo Pil. Seguono Iraq, Nigeria, Siria, Somalia e Yemen. La Libia è al sedicesimo posto, ma dopo la sconfitta del Califfato dell’Isis di Sirte nel 2106 i suoi miliziani sono fuggiti verso il sud, nel Fezzan, luogo di traffici e rifugio di diverse di organizzazioni estremiste. In quest’area senza controllo i terroristi dell’Isis, 3-4.000 secondo un Rapporto delle Nazioni Unite del 2018, si preparano nei campi di addestramento, hanno depositi di armi, gestiscono le rotte per il contrabbando e tessono rapporti con altri gruppi armati del Sudan, del Ciad e del Mali e, soprattutto, con al Qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi), che rimane ben rappresentata anche in Siria, Yemen, Somalia e Afghanistan, dove la sua alleanza con i talebani e altri gruppi terroristici rimane un punto fermo. Come l’Afghanistan, quindi, la Libia sta diventando sempre di più un hub per i miliziani dei Paesi dell’area e un connettore di gruppi terroristici. Con la differenza che la Libia è più vicina all’Italia.

guarda il video cliccando il link sotto riportato

 

Sorgente: Afghanistan e Libia: armi in mano ai terroristi islamici, come possono usarle? | Milena Gabanelli- Corriere.it

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