Gli ex terroristi italiani sfilano in aula a Parigi: “Non ci pentiremo mai” – la Repubblica

Gli ex terroristi italiani sfilano in aula a Parigi: “Non ci pentiremo mai” – la Repubblica

6 Maggio 2021 0 Di Luna Rossa

Alla prima udienza sull’estradizione, i nove condannati a sorpresa parlano dopo anni di silenzio

Anais Ginori

 

(Fotografia: Giorgio Pietrostefani e la sua avvocatessa Irene Terrel a Parigi prima dell’udienza)

PARIGI – «Mi sono sempre dichiarato innocente e continuerò a farlo». Giorgio Pietrostefani cammina a fatica nella Chambre d’Instruction della Corte d’appello. Loden verde, capelli bianchi cortissimi, l’ex dirigente di Lotta Continua condannato per l’omicidio Calabresi, va a sedersi nel piccolo banco davanti ai tre magistrati. Sono le cinque del pomeriggio di una giornata piovosa e insolitamente fredda quando, dopo aver esaminato una dozzina di altre domande di estradizione, tra un pappone moldavo e un rapinatore rumeno, l’Avvocato dello Stato, Clarisse Taron, fa entrare gli italiani. «Ora passiamo al non ordinario» premette Taron davanti ai pochi giornalisti autorizzati ad assistere all’udienza.

Tutto è eccezionale nella procedura cominciata ieri sull’Ile de la Cité e che dovrebbe riportare in Italia nove ex terroristi degli anni di Piombo condannati con sentenze definitive e mai applicate. La prima chiamata è per l’ex brigatista Sergio Tornaghi che quando gli chiedono se accetta l’estradizione risponde un «assolutamente no». Uno dei magistrati gli propone di aggiungere una dichiarazione. A sorpresa Tornaghi, condannato all’ergastolo per omicidio, decide di parlare. «Le accuse che mi sono rivolte sono infondate e la mia condanna è eccessivamente punitiva» commenta Tornaghi, giacca scura e camicia beige, l’aria un po’ spaesata. Enzo Calvitti, magro e in cardigan azzurro, mette a verbale una laconica frase. «Sono sorpreso da quello che sta succedendo» dichiara l’ex brigatista con voce tremolante.

 

Dopo anni di silenzio, cercando di farsi dimenticare, ora tutti vogliono dire qualcosa, cominciare a difendersi anche se in teoria quella di ieri era una prima udienza solo tecnica per la notifica della procedura avviata con gli arresti del 28 aprile, seguiti al via libera politico dato da Emmanuel Macron. Uno dei più spavaldi è Luigi Bergamin che si dilunga per vari minuti. «Con tutto il rispetto per la Corte — esordisce l’ex militante dei Pac — non si capisce la legittimità della cosiddetta operazione Ombre Rosse che ha portato all’arresto di dieci italiani in Francia da decenni». Uno di loro, Maurizio Di Marzio, è ancora in fuga e conta i giorni in vista della prescrizione prevista lunedì prossimo.

Marina Petrella, che già nel 2008 stava per essere estradata, appare in cappotto blu, spilla e orecchini. L’ex brigatista si dice «sconvolta» dalla nuova procedura e ricorda di aver già passato otto anni in carcere in Italia per quella che definisce una «responsabilità collettiva». Prima dell’udienza aveva premesso su un eventuale pentimento: «Non ne voglio parlare e non parlerò mai». Come gli altri, a cui è stata concessa la libertà vigilata, parla di «esilio» e lo paragona a «una forma di espiazione permanente che non prevede né riduzione di pene né grazia». «E’ qualcosa che mi porterò dentro fino alla morte» aggiunge. Quando ha finito, aspetta di sentire l’altra ex brigatista, Roberta Cappelli. Un po’ più giovane, chioma rossa, anche lei condannata all’ergastolo, Cappelli sceglie di fare un riferimento alla Dottrina Mitterrand. «Vorrei esprimere la mia gratitudine per l’accoglienza che ho ricevuto in Francia e per chi ha capito la nostra storia, non in modo compiacente come dicono alcuni, ma immaginando una traiettoria diversa da quella unicamente penale».

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In fondo alla sala c’è un vecchio orologio. Il tempo qui non è uguale per tutti. Non è quello delle vittime per cui quei fatti «lontanissimi», come ripetono gli avvocati della difesa, alimentano un dolore che non conosce prescrizione. E non è quello di questi sette uomini e due donne, tutti sopra ai sessant’anni, che insistono sulla loro seconda vita in Francia da onesti lavoratori e bravi padri di famiglia. «Ho tre figli, una nipotina» racconta Narciso Manenti, condannato all’ergastolo. Raffaele Ventura legge un foglietto. Vuole precisare che non faceva parte delle brigate rosse ma di un gruppo extraparlamentare. E poi racconta con orgoglio di aver rinunciato alla nazionalità italiana quando gli è stata concessa nel 1986 quella francese. «Ho giurato di rispettare i principi della République quindi ho fiducia e mi rimetto a voi» è il messaggio ai magistrati.

Pietrostefani non nasconde l’emozione di trovarsi di nuovo in aula a settantotto anni. «Ci sono stati molti processi, sette gradi di giudizio. A volte abbiamo vinto, altre perso» spiega ricordando le varie tappe del percorso giudiziario in Italia. «Ero già in Francia quando ho deciso di tornare per affrontare il processo» dice sul suo rientro a Pisa nel 1997 in solidarietà con Adriano Sofri e Ovidio Bompressi. «Quando ho capito che la decisione sarebbe stata negativa — prosegue — ho pensato a mia figlia». La bambina aveva nove anni. «Ora è cresciuta, si è sposata, sta bene. Ma poi ho avuto una brutta malattia, mi hanno trapiantato il fegato, ogni tre mesi devo fare ricovero in ospedale». E’ curvo sul banco, s’interrompe. «Scusatemi ma sono molto stanco».

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