Con il sì a Bruxelles la prima fiducia di Salvini al governo | il manifesto

Con il sì a Bruxelles la prima fiducia di Salvini al governo | il manifesto

10 Febbraio 2021 0 Di Luna Rossa

Abbiamo svoltato. All’Europarlamento la Lega vota a favore del Recovery. Da Draghi l’ex ministro non ottiene niente, ma è raggiante. Come Berlusconi

Andrea Colombo

Le consultazioni si svolgono a Roma ma la vera firma della Lega viene apposta a Bruxelles. E il voto di fiducia, non solo al futuro governo ma all’ex presidente della Bce che lo guiderà e alla fino a ieri odiata Ue, c’è già stato ieri sera. Capovolgendo la scelta dell’astensione assunta meno di un mese fa in commissione, la Lega, nell’Europarlamento in plenaria, vota per il Recovery, come del resto anticipato da Salvini all’uscita dall’incontro con Draghi, subito prima di riunirsi in videoconferenza con suoi i 29 europarlamentari per comunicargli l’inversione di rotta.

«UN CONTO È VALUTARE il Piano precedente, non condiviso con nessuno, un altro essere protagonisti e garanti del buon utilizzo di questi fondi», spiega l’ex Ringhioso. Poi, ovvio c’è la fiducia nel futuro premier, anzi «nell’idea di squadra e di Italia che ha Draghi». Il capo leghista è ancora più raggiante, più convinto e deciso di quanto non fosse nella prima consultazione. Si gode il disordine nelle file avversarie e già quasi un po’ «alleate».

Esordisce con un beffardo: «Piattaforma Rousseau permettendo»; chiude rincarando: il governo partirà «se nessuno si mette in mezzo». E in mezzo trova modo di bollare come spazzatura qualsiasi cosa fatta dal M5S e dal precedente governo.

IN REALTÀ DA DRAGHI il leghista non ha ottenuto niente. Non la Flat Tax, che appena una settimana fa era la condizione principale. Non l’autonomia differenziata, che non figura nell’agenda.

Non un irrigidimento nelle politiche migratorie, che resteranno quelle dell’ultimo anno e mezzo, probabilmente con la stessa ministra Lamorgese a gestirle. È vero che, in compenso, nel programma del nuovo premier non c’è neppure niente di troppo indigesto e in particolare è esclusa la patrimoniale. Tanto basta: «Solo se ci fossero state nuove tasse avremmo detto di no». È anche vero che a Salvini piacciono davvero le politiche di sostegno alle aziende vitali (ma non a quelle «decotte») che promette Draghi, in particolare quello, che si annuncia ciclopico, al turismo e alla cultura. Ma nulla di tutto questo è elencato o cassato per far piacere al Carroccio, come del resto agli altri partiti. Il metodo Draghi è già chiaro, diplomazia sì però il programma è il suo e non è oggetto di trattativa.

MA NON È CERTO il programma a galvanizzare l’ex ministro. Chi pensa che i toni inediti che usa da qualche giorno siano solo una mano di belletto probabilmente sbaglia. Quella decisa da Salvini è una svolta paragonabile a quella che rese nazionale la Lega nord, nata contro il Mezzogiorno. Per Salvini il governo Draghi è il traghetto verso una sorta di «Lega europea», certo concentrata sugli interessi nazionali ma in una cornice europea, appunto. Anche se con i giornalisti il leghista nega, l’obiettivo evidente è l’ingresso nel Ppe, che coronerebbero l’avvenuto «sdoganamento». Non è una missione impossibile.

«Accoglierò sempre persone disposte ad avere un comportamento costruttivo e pro-europeo. Vale anche per la Lega», è secco il presidente dei Popolari europei Weber. Si capisce dunque il sorrisone di Salvini. «Sperano di costringerci a uscire con questa storia della Flat Tax. Non hanno capito che noi ci siamo», chiosa determinato il capogruppo Romeo.

PER UN SALVINI entusiasta, Forza Italia squaderna un Berlusconi quanto mai sobrio. È la star della giornata. Guida la delegazione e al termine legge con voce un po’ malferma un dichiarazione sintetica. Non sta nascendo nessuna nuova maggioranza politica «tra partiti alternativi», ovvio. È solo «la risposta a una grave emergenza e durerà per il tempo necessario per superare questa crisi drammatica».

Senza fretta. Il Cavaliere, a differenza del capo leghista, non bersaglia la ex maggioranza, sfugge alla tentazione di punzecchiare i 5S. Non ce n’è bisogno. La sua presenza in pompa magna è massimo onore, per la nascita di un governo che ha voluto e chiesto da prima di Renzi, basta e avanza.

RESTA FUORI SOLO Giorgia Meloni, ma senza alzare i toni. Ha presentato all’incaricato le sue proposte. Ha apprezzato «il confronto franco sui contenuti». Promette di essere «a disposizione della Nazione per ciò che è utile». Non è esclusa l’astensione. La sua sarà un’opposizione felpata, per essere certa di ricucire l’alleanza di destra subito dopo la fine di questo governo. Senza cicatrici.

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