Ambiente e pena capitale, l’ultimo Trump è una furia | il manifesto

Ambiente e pena capitale, l’ultimo Trump è una furia | il manifesto

2 Dicembre 2020 0 Di Luna Rossa

Giorni contati. Raffica di decreti nell’interregno della Casa bianca. Anche migranti e poveri nel mirino. Dopo la sconfitta elettorale, la misura più immorale – quindi tipicamente trumpiana – è la corsa per uccidere il maggior numero di persone detenute nel braccio della morte

Luca Celada

Oltre a proseguire nella vana contestazione dei risultati elettorali (ma lo scopo a questo punto non è tanto rovesciare l’elezione quanto delegittimare l’amministrazione entrante e gettare le basi per un ostruzionismo ad oltranza), in questo concitato interregno Trump sta perseguendo una strategia di terra bruciata, una corsa ad attuare il massimo di provvedimenti nei suoi ultimi giorni al potere e renderli il più possibile di intralcio a Joe Biden.

LA RAFFICA DI DECRETI e provvedimenti comprendono l’abrogazione di norme sulla qualità di aria e acque e di limiti all’inquinamento atmosferico e sicurezza alimentare. Altri regali alle lobby industriali che hanno sponsorizzato il suo regime sono le aperture di aree protette (comprese terre indiane, santuari marittimi e parchi nazionali, come l’intonsa riserva artica in Alaska) per lo sfruttamento degli idrocarburi. La scorsa settimana il presidentissimo se l’è presa con gli uccelli, abrogando le norme che proteggono le rotte migratorie dalle intrusioni industriali e dell’edilizia.

 

Donald Trump gioca a golf (Ap)

 

In questa forsennata corsa al fait accompli c’è la furia di chi sa di avere i giorni contati per lasciare un segno più possibile indelebile sul futuro del paese che lo ha congedato – la stessa foga con cui è stata nominata alla Corte suprema nelle ore prima dell’elezione, la giudice reazionaria Amy Coney Barrett.

Sul confine meridionale sono state potenziate le maestranze che fanno i doppi turni per completare le 450 miglia di muraglia promessa, dinamitando deserto vergine prevalentemente in Arizona. La guerra agli immigrati e ai poveri prosegue peraltro su molteplici fronti.

IL MINISTERO DELL’AGRICOLTURA si è premurato di in questi giorni di congelare per due anni il salario minimo dei frontalieri messicani contrattati per fare i raccolti sui campi Californiani – la manovalanza «essenziale» che sostiene il florido settore dell’agribusiness americano, ritenuta evidentemente eccessivamente avida nel rivendicare più dei $13 l’ora sindacali. Prosegue intanto anche la corsa alla deportazione di un numero massimo di detenuti dalle dozzine di centri di reclusione gestiti su appalto da corporation private – il gulag for profit potenziato e militarizzato da Trump

OGNUNA DI QUESTE MALEFATTE è resa più meschina dalla scadenza del tempo massimo che incombe su un regime che ha mescolato malevolenza e insindacabilità con rara cattiveria. Nessuna forse però come la corsa in extremis per ammazzare il maggior numero possibile di condannati nel braccio della morte.

Negli Stati uniti l’amministrazione degli omicidi di stato è ripartita in giurisdizioni statali e federale. La pena capitale è legale in 32 stati oltre che nell’ordinamento federale e militare. La pena di morte è stata sospesa dalla Corte suprema nel 1972 ma ripristinata nel 1977. Da allora sono state messe a morte oltre 2000 persone. Di queste solo tre sono state giustiziate in giurisdizione federale – fino a quest’anno, in cui per direttiva diramata da Trump a luglio sono morti già otto condannati – l’ultimo, Orlando Cordia Hall di 49 anni è stato giustiziato il 19 novembre.

CINQUE ALTRE UCCISIONI sono state messe in calendario di qui a gennaio, compresa l’unica detenuta donna sul braccio delle morte, Lisa Montgomery di 52 anni, vittima di abusi con turbe psichiche: la sua esecuzione è prevista appena una settimana prima dell’insediamento di Biden, che da parte sua ha ribadito la propria opposizione alla pena capitale e l’intenzione di fermare le uccisioni. Solo quando per Montgomery e gli altri sarà troppo tardi.

La furia assassina del presidente-reality segna la prima volta in oltre cento anni che le esecuzioni hanno luogo nel periodo di transizione fra amministrazioni e se inizialmente potevano aver una bieca logica elettorale da parte del presidente che si presentava come candidato del pugno di ferro, alla luce della sconfitta sono gratuite oltre che immorali. Ovvero squisitamente trumpiane. Incarnano cioè tutta la leggerezza e la crudeltà con cui Trump ha strumentalizzato i peggiori e più violenti istinti della nazione.

NEGLI STATI UNITI I SONDAGGI registrano ancora un sostegno giustizialista per la pena capitale anche se all’atto pratico al tendenza è stata verso una riduzione delle esecuzioni in seguito ad una serie di sentenze che hanno ritenuto «non-umanitario» l’impiego dei veleni iniettati nei condannati. I farmaci che compongono il cocktail letale somministrato (anestetico, paralizzante e soffocante) hanno dato luogo a morti con evidenti atroci sofferenze e un numero crescente di stati hanno applicato moratorie indefinite alle esecuzioni. Nei rimanenti la penuria dei farmaci stessi ha fatto sì che le autorità abbiano sperimentato con alternative improvvisate quali i barbiturici o tranquillanti veterinari.

Per ovviare, il justice department di Trump sta valutando, sempre con procedura accelerata, la reintroduzione di tecniche collaudate come la sedia elettrica, la camera a gas e i plotoni di esecuzione.

Il tempo vola. L’importante è ammazzare.

 

fotografia: La pena di morte non è la soluzione. Nel cartello si ricorda la posizione abolizionista della giudice della Corte suprema Ruth Bader Ginsburg, che Trump ha sostituito con la reazionaria Amy Coney Barrett

Sorgente: Ambiente e pena capitale, l’ultimo Trump è una furia | il manifesto

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