La guerra nel Nagorno-Karabakh. Cent’anni dopo la storia si ripete

La guerra nel Nagorno-Karabakh. Cent’anni dopo la storia si ripete

21 Ottobre 2020 0 Di luna_rossa

Una terra da sempre contesa, una tregua terminata ancora prima di iniziare, il ruolo determinante della Turchia di Erdogan. L’ex ministra Poghosyan racconta il conflitto visto con gli occhi degli armeni. Il popolo che dal genocidio del 1915 cerca di difendere il proprio diritto di esistere

HASMIK POGHOSYAN

  • Dal 27 settembre sono iniziati gli scontri su tutto il fronte del conflitto nel Nagorno-Karabakh. La parte azera e quella armena hanno riferito entrambe che il conflitto ha provocato la morte di migliaia di civili.
  • Per i bisogni dei soldati armeni, le persone raccolgono tutto ciò di cui hanno bisogno e fanno donazioni al Fondo del armeno “Hayastan”. In tutto il mondo gli armeni della diaspora hanno indetto migliaia di manifestazioni chiedendo di frenare i nazionalisti azeri e turchi.
  • Considerando l’annuncio di Erdogan che ha parlato di «una nazione, due paesi», i 3 milioni di armeni oggi sono in guerra non solo con i 10 milioni di azeri, ma anche con gli 80 milioni di turchi, e con il terrorismo mondiale, visto che un gran numero di miliziani islamisti, entrati nella zona di guerra attraverso la Turchia, combatte dalla parte degli azeri. Una situazione simile ai massacri del 1915 quando persone disarmate dovettero affrontare l’esercito dell’Impero Ottomano.

NAGORNO-KARABAKH O ARTSAKH?

Il Nagorno-Karabakh è una regione della Transcaucasia, nella parte orientale dell’altopiano armeno (con la sua popolazione armena indigena), che insieme con la regione della pianura di Karabakh costituisce la regione geografica del Karabakh. Il nome Karabakh deriva etimologicamente dal turco “kara”, nero, e dal persiano “bah”, giardino, che da una parte ha confermato la storia, dall’altra ha predeterminato profeticamente il destino di questo territorio. Nonostante secondo la Costituzione della repubblica di Nagorno-Karabakh i nomi Artsakh e Nagorno-Karabakh siano equivalenti, gli armeni preferiscono chiamare la regione con l’antico nome armeno.

Storicamente il Karabakh faceva parte di varie formazioni dello stato armeno a partire dalla fine del primo millennio a.C. Dopo la spartizione dell’antica Armenia tra Bisanzio e la Persia nel 387, il territorio della Transcaucasia orientale (compreso l’Artsakh) passò alla Persia. In seguito l’Artsakh fu conquistato dagli arabi, invaso dai turchi selgiudichi e successivamente dai mongoli. E così fino all’inizio del diciannovesimo secolo la maggior parte della Transcaucasia non fu inclusa nell’impero russo.

Come Karabakh si ritrovò nell’Azerbaijan sovietico

Dopo la rivoluzione del 1917, durante la formazione degli stati nazionali nella regione Transcaucasica, il Nagorno-Karabakh nel 1918-1920 è stato l’arena di una brutale guerra tra l’Armenia indipendente e l’Azerbaijan. La repubblica democratica dell’Azerbaijan (Adr), musavatista, proclamata dal Consiglio nazionale provvisorio dei musulmani del Transcaucaso all’interno dei territori a maggioranza musulmana, ha rivendicato i territori armeni del Nakhichevan e dell’Artsakh. Tuttavia, la popolazione armena di questa regione ha respinto categoricamente queste rivendicazioni.

Nel giugno del 1921, dopo l’instaurazione del dominio sovietico in tutta la Transcaucasia, l’Armenia ha dichiarato che il Nagorno-Karabakh era sua parte integrante. Il 4 luglio 1921, in una sessione della sezione caucasica del Comitato centrale del Rcp si è deciso di passare il territorio di Nagorno-Karabakh all’Armenia. Il giorno dopo però la Sezione caucasica ha rivisto la decisione in favore dell’Azerbaijan «sulla base della necessità di una pace nazionale tra musulmani e armeni». Gli scontri armati tra armeni e azeri nel Karabakh sono continuati fino al 1923, quando si è formata la regione autonoma del Nagorno-Karabakh (Nkao), dove gli armeni rappresentavano il 94,4 per cento della popolazione.

Durante il periodo sovietico, l’Armenia ripetutamente (nel 1930, 1945, 1965, 1967 e 1977) ha sollevato la questione del trasferimento del Nagorno-Karabakh sotto la sua giurisdizione, ma non ha ricevuto il sostegno della leadership alleata.

IL COLLASSO DELL’UNIONE SOVIETICA E LA FORMAZIONE DEGLI STATI INDIPENDENTI

Nel febbraio del 1988, durante una sessione straordinaria, il Congresso dei deputati del popolo del Nkao, basandosi sul diritto dei popoli all’autodeterminazione, ha fatto un appello per il ritiro dall’Azerbaigian e l’adesione all’Armenia. Questa mossa ha portato a scontri di massa interetnici, che si sono conclusi con l’espulsione degli armeni da alcune città e distretti dell’Azerbaijan.

Nel settembre e ottobre del 1991, mentre l’Urss crollava, la Repubblica azera di nuova formazione si è rifiutata di essere il successore del Soviet dell’Azerbaijan e si è proclamata successore della Repubblica democratica musavatista degli anni 1918-1920, che come abbiamo visto, non comprendeva né la regione del Nakhichevan, né quella del Nagorno-Karabakh. Di conseguenza quelle regioni non potevano essere nemmeno nell’Azerbaijan indipendente.

Il 10 dicembre del 1991 si è tenuto un referendum sull’indipendenza nella regione autonoma del Nagorno-Karabakh (Nkao), popolata in maniera predominante da armeni. Il 6 gennaio 1992 il Consiglio supremo di Nagorno-Karabakh ha proclamato la Dichiarazione di indipendenza dello stato di Nkao.

Dopo il crollo dell’Urss, i consueti scontri tra Karabakh e l’Azerbaijan si sono trasformati in una guerra su vasta scala. Tra il 1991 e il 1994 è scoppiata una guerra su larga scala in cui le forze di autodifesa del Nagorno-Karabakh sono riuscite non solo a tenere sotto controllo il territorio dell’ex regione autonoma, ma anche a sfondare il confine con l’Armenia, e la regione ha cessato di essere un’enclave. Quando è stato concordato il cessate il fuoco, erano già morte più di 15.000 persone tra cui migliaia di civili, ma la fine delle ostilità non ha portato a una vera pace: in media, ogni anno, circa trenta persone muoiono sulla linea di contatto e nel 2016 si è ricorso all’artiglieria pesante per la prima volta.

LE FACCE DELLA GUERRA

Dal 27 settembre sono iniziati gli scontri su tutto il fronte del conflitto del Karabakh. Sono entrati in azione la milizia di terra e l’aviazione, compresi i veicoli aerei senza pilota (Uav). La legge marziale è stata introdotta in Armenia, Nagorno-Karabakh e Azerbaijan. La parte azera e quella armena hanno riferito entrambe che gli scontri hanno provocato la morte di civili. Attualmente i bombardamenti continuano nelle città e nelle regioni del Nkao, compresa la città di Stepanakert, capitale del Nagorno-Karabakh, i cui residenti vivono in rifugi antiaerei.

I monumenti culturali, comprese le moschee restaurate dalle autorità dell’Artsakh, sono sotto i bombardamenti azeri. Per i bisogni dei soldati armeni, le persone raccolgono tutto ciò di cui hanno bisogno e fanno donazioni al Fondo armeno “Hayastan”. In tutto il mondo gli armeni della diaspora hanno organizzato migliaia di manifestazioni chiedendo di frenare i nazionalisti azeri e turchi. Anche la tregua che doveva iniziare alcuni giorni fa è terminata senza iniziare.

UNA GUERRA CHE RIPETE LA STORIA

Anche se il tradizionale aggravamento della guerra del Karabakh è associato alla situazione politica interna in Armenia e Azerbaijan, ci sono questioni che vanno oltre gli interessi locali dei due paesi.

Per la prima volta la Turchia ha ufficialmente dichiarato le sue ambizioni imperiali di guidare non solo la regione, ma anche il Caucaso meridionale. Poco prima del conflitto il presidente della Turchia Erdogan ha incontrato il presidente dell’Azerbaijan Aliyev rassicurandolo che in caso di avvio delle operazioni militari la Turchia avrebbe sostenuto l’Azerbaijan sia finanziariamente sia militarmente. La situazione somiglia a quella del 1918, quando secondo un accordo di amicizia tra l’Adr e l’Impero ottomano, in Azerbaijan si formò l’esercito islamico del Caucaso, o “esercito dell’islam”, “per garantire l’ordine e la sicurezza nel paese”.

Intervenendo direttamente la Turchia finge di partecipare ai negoziati per la risoluzione del conflitto che fino a oggi non ci sono stati. Questa è una questione di principio per la Turchia. La grande assemblea nazionale della Turchia si è rifiutata di ratificare il trattato di Sèvres del 10 agosto 1920 che, al termine della Prima guerra mondiale, formalizzava la divisione dei possedimenti arabi ed europei dell’Impero Ottomano. In base a questo trattato la Turchia riconosceva l’Armenia come uno «stato libero e indipendente». Eppure quella decisione già nel settembre 1920 non era più rilevante. La Turchia aveva iniziato un’invasione su larga scale dell’Armenia orientale e le truppe di Mustafa Kemal Atatürk, alla fine di novembre, minacciavano l’esistenza stessa dell’Armenia. Nel 1923 il trattato di Losanna cancellava tutte le decisioni di Sèvres e stabiliva i nuovi confini della moderna repubblica di Turchia. Così, ignorando il diritto internazionale e scatenando un’altra guerra, la Turchia ha conquistato la leadership della situazione. Nel 96esimo anniversario della firma del trattato di pace di Losanna, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha affermato con orgoglio: «La lotta nazionale contro gli eserciti più forti del mondo è stata coronata con il trattato di Losanna, prova dell’indipendenza del nostro paese».

La Turchia inoltre è responsabile delle operazioni militari russe in Siria quando, alla fine del 2017, lo stato islamico è stato sconfitto e la maggior parte del territorio è stata presa dal governo siriano. Vale la pena ricordare che dopo il deterioramento delle relazioni tra Mosca e Ankara, connesso all’abbattimento di un aereo russo, il ministro degli Esteri turco ha visitato Baku due volte e ha parlato della necessità di restituire il Nagorno-Karabakh all’Azerbaijan. La storia si ripete!

 

SALVARE LA PROPRIA CULTURA

Nel frattempo l’Azerbaijan fa un nuovo tentativo di riscrivere la storia. Nessun altro, tranne il presidente di quel paese, afferma ad esempio, che «Shusha è un’antica città azera», dimenticando a quanto pare che fino a poco tempo prima non c’era affatto l’Azerbaijan nel Caucaso. Traccia di questo si trova nell’enciclopedia dell’islam, la cui prima edizione è comparsa nella città olandese di Leiden nel 1913. Il nome Azerbaijan, nello specifico, si riferiva esclusivamente all’Atropatene iraniano. Non si parla di alcun Azerbaijan caucasico anzi, secondo l’enciclopedia, «l’Azerbaijan moderno confina a nord con il Caucaso». Questo significa che il paese era solo a sud del Caucaso. L’enciclopedia presenta poi l’Armenia nel dettaglio come in rapporto con il mondo musulmano e come paese geograficamente vicino. In questo contesto diventa evidente la distruzione di tutti i segni dell’identità nazionale degli armeni non solo durante il genocidio del 1915, ma anche dopo la ridenominazione di più del 90 per cento dei nomi geografici dell’Armenia occidentale nella Turchia moderna.

 

C’è poi chi si domanda: «Come può una popolazione di 150mila chiedere l’indipendenza?» La risposta è inequivocabile: per salvarsi e per salvare la propria cultura. Le statistiche mostrano che, secondo il censimento del 1926, il 94 per cento della popolazione del Nagorno-Karabakh era armeno (su 125mila persone). Secondo l’ultimo censimento sovietico del 1989 era il 77 per cento (su 189 mila). Queste cifre sono in linea con altri dati. A metà del diciannovesimo secolo il 40 per cento della popolazione della Turchia era cristiana mentre ora i cristiani sono meno dell’1 per cento. Nel 1914 il numero degli armeni in Turchia arrivava a 1.230.007 persone. Secondo il rapporto dell’ambasciata inglese erano solo 281.000 gli armeni che vivevano nel paese nel 1921. E un simile cambiamento demografico è avvenuto a seguito di azioni molto concrete: l’omicidio di massa degli armeni.

Nel 1914 il numero totale dei complessi ecclesiastici nell’Impero Ottomano e nell’Armenia occidentale era di 2.549. Secondo i dati dell’Unesco del 1974, delle 913 strutture rimaste dopo il genocidio, 464 erano completamente scomparse, 252 erano rovine, 197 avevano bisogno di importanti ristrutturazioni. Le costruzioni architettoniche armene sono state fatte saltare in aria, sono servite come bersagli nelle esercitazioni militari dell’esercito turco e le pietre sono state usate come materiali di costruzione. Oggi le costruzioni architettoniche armene sono impiegate come stalle e magazzini in alcune zone rurali. Negli anni 1894-96 e 1915-23, sono stati distrutti migliaia di manoscritti e vecchi libri stampati conservati nei monasteri e nelle chiese armene dell’Armenia occidentale e della Turchia.

 

Considerando l’annuncio di Erdogan che ha parlato di «una nazione, due paesi», i 3 milioni di armeni oggi sono in guerra non solo con i 10 milioni di azeri, ma anche con gli 80 milioni di turchi, e con il terrorismo mondiale, visto che un gran numero di miliziani islamisti, entrati nella zona di guerra attraverso la Turchia, combatte dalla parte degli azeri. La nostra nazione è sotto attacco da est e da ovest. Combattenti appositamente addestrati sono in guerra contro i giovani armeni. Una situazione simile ai massacri del 1915 quando persone disarmate dovettero affrontare l’esercito dell’Impero Ottomano. La storia si ripete!

 


Hasmik Poghosyan è stata ministra della Cultura e della Gioventù dell’Armenia. Figlia di Stepan Pogosyan, storico e primo segretario del Partito comunista armeno, è presidente del comitato di Yerevan della Società Dante Alighieri. 

Sorgente: La guerra nel Nagorno-Karabakh. Cent’anni dopo la storia si ripete

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