Il Papa e il segreto della scatola sacra | Rep

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5 Ottobre 2020 0 Di Luna Rossa

Cosa nasconde il nuovo terremoto che ha investito le finanze del Vaticano e illuminato la corruzione della Curia

di EZIO MAURO. COORDINAMENTO EDITORIALE CARLO BONINI. COORDINAMENTO MULTIMEDIALE LAURA PERTICI E LUCIANO NIGRO. GRAFICHE E VIDEO A CURA DI GEDI VISUAL

Avvertirono il cardinale verso sera, con un messaggero che bussò alla sua porta. Il Papa lo voleva vedere: subito. Sua Eminenza non conosceva il motivo della convocazione improvvisa. Era un uomo molto influente, autorevole, potente. Proprio lui in San Pietro aveva appoggiato la tiara, corona dei pontefici simbolo della pienezza del potere temporale, sul capo del nuovo Papa, che già aveva accanto a sé la mitra, emblema della dignità vescovile. Quel mercoledì, mentre entrava nella stanza del Santo Padre, era un cardinale di 81 anni. Quando uscì, 20 minuti dopo, era un semplice prete. Il Papa lo aveva invitato a dimettersi, e lui aveva lasciato sul tavolo del pontefice l’anello, la croce pettorale e soprattutto lo zucchetto, colorato con il colore della passione di Cristo, nella porpora cardinalizia.

Sembra la storia di Giovanni Angelo Becciu, fino a due anni fa potentissimo Sostituto della Segreteria di Stato, detronizzato all’improvviso da Papa Francesco per un sospetto di peculato, licenziato dalla carica di Prefetto della Congregazione delle cause dei Santi, costretto a rinunciare alle prerogative e ai diritti di ogni cardinale, tra cui la partecipazione al conclave che dovrà un giorno scegliere il nuovo pontefice. In realtà è una vicenda del 1927, e riguarda il contrasto tra Pio XI e il cardinale Louis Billot, teologo gesuita, per l’appoggio esplicito di quest’ultimo al movimento reazionario dell'”Action Française”, contro le indicazioni del Papa. Becciu oggi ha perso il ruolo e il potere, conservando però il titolo cardinalizio, l’appartamento in Vaticano e il berretto vermiglio. Ma l’ordine papale di Francesco di andarsene, impartito ad uno dei principi della Chiesa, è risuonato identico a quello di Papa Ratti quel mercoledì sera, cent’anni dopo.

Uno strappo, dunque, o il richiamo di un antico costume ormai dimenticato nell’esercizio dell’autorità papale? È chiaro che a distanza di un secolo, e con il potere temporale svanito, l’autorità al vertice della Chiesa non è più quella del Papa Re, ma nasce da un potere spirituale conferito dalla scelta libera dei cardinali nel Conclave, su ispirazione dello Spirito Santo. Nello stesso tempo i diritti degli individui, indipendentemente dal loro rango, hanno via via acquistato uno spazio e un peso rilevante nella coscienza collettiva, a partire dal diritto alla difesa e al giusto processo.
Ma è anche vero che il Papa è prima di tutto un’autorità morale, e il criterio etico è per forza di cose uno dei suoi parametri nel giudizio sull’azione dei suoi collaboratori, insieme con l’onestà e la trasparenza davanti al popolo dei fedeli. In ogni caso, come dimostrano i fatti, non c’è dubbio che la detronizzazione di un cardinale molto potente in piena modernità ha riaperto il portone di bronzo alle domande ricorrenti ad ogni scandalo nel perimetro protetto del Vaticano: che succede dentro le mura pontificie? Che partita è in corso, qual è oggi, sette anni dopo l’inizio del pontificato di Francesco, l’equilibrio interno del potere? Un viaggio nelle sacre stanze forse può aiutare a capire.

Il caso Becciu: cosa è successo in Vaticano

Il santo zoo

Becciu è dunque l’occasione clamorosa per un rendiconto generale sullo stato del governo della Chiesa nell’era Bergoglio, una sensibile cartina di tornasole, un termometro della febbre cronica vaticana. Il Prefetto dei Santi è probabilmente inciampato nella sua invulnerabilità. Sette anni alla Segreteria di Stato come Sostituto e la sua abilità manovriera, uniti all’esperienza accumulata nelle Nunziature, gli avevano consegnato un potere di direzione degli affari correnti vaticani senza confini, che riverberava ancora i suoi lampi dal ruolo defilato in Congregazione. Aveva dovuto accettare due anni fa di lasciare la Terza Loggia per il nuovo incarico: ma sembrava aver ritrovato la grazia quando il Papa lo aveva fatto cardinale, nonostante il consiglio di pensarci due volte da parte di un Nunzio e di qualche uomo di Curia. Poi Becciu non si era accorto che il cerchio si stringeva attorno a lui, saltavano i suoi collaboratori, mentre le voci ormai giravano nei Sacri Palazzi.

28 giugno 2018 – Giovanni Angelo Becciu, appena nominato cardinale da papa Bergoglio, riceve i complimenti dagli altri cardinali

Un amico del cardinale deposto allarga le braccia. “È scivolato, può darsi. Era il più intelligente di tutti, ma aveva una concezione della famiglia vecchio stampo, che i cardinali stranieri non riescono a capire. Lui è sinceramente convinto di non aver fatto nulla di male aiutando i suoi fratelli, e ancora oggi non si rende conto che ci sono operazioni finanziarie non illecite ma comunque sbagliate, e comunque per le organizzazioni della Santa Sede profondamente inopportune. Ma d’altra parte, chi c’è qui dentro che non approfittava? L’ambiente della finanza vaticana è una specie di santo zoo, con consulenti che non lavorerebbero da nessun’altra parte, e i preti in materia non capiscono nulla. Tutte le encicliche sociali che hanno parlato di economia, hanno sollevato polemiche senza fine, dalla Rerum Novarum alla Caritas in veritate, alla Populorum progressio. La verità è che la Chiesa deve occuparsi della manutenzione delle coscienze, non della manutenzione dei patrimoni”.

I protagonisti dell’ultimo scandalo in Vaticano


Poi nello zoo arriva Francesco. Qualcuno dice che ha l’ossessione di vigilare sul denaro da quando bambino ha sentito il racconto della nonna sul viaggio dal Piemonte all’Argentina con le poche banconote della famiglia cucite nella fodera del pastrano. Subito mette un uomo suo a gestire i fondi dell’8 per mille nella Cei. Poi annuncia una Chiesa “povera, per i poveri”. Quindi nomina il cardinale George Pell Prefetto della Segreteria per l’economia, e comincia la sua battaglia per la trasparenza e la pulizia, senza indulgenza.

Il cardinale George Pell

Bergoglio, che quando parla di sé per prima cosa dice “sono un peccatore, su cui si è posata la misericordia di Cristo”, distingue tra il peccato e la corruzione. Il primo si perdona, la seconda no, perché il corrotto non si riconosce peccatore e dunque non accoglie la misericordia. Ecco perché il Papa della misericordia non ne ha avuta davanti al sospetto che una forma di corruzione stia operando al vertice del Palazzo Apostolico. “Un vescovo avido di guadagni disonesti – aveva detto profeticamente qualche tempo fa – è una calamità per la Chiesa, perché il diavolo entra dalle tasche”.

Il nocciolo della corruzione è un’idolatria, è aver venduto l’anima al dio denaro”

Papa Francesco

Non solo un peccato di avidità, che procura un danno illegittimo, dunque: ma un’insidia satanica, una tentazione permanente del Maligno, un vitello d’oro insediato nella casa di Cristo.

Le carte del Vaticano inviate alla procura di Roma

Beati i poveri

Così si capisce perché Francesco può dire che il suo programma è quello che Gesù ha dettato nelle Beatitudini: beati i poveri di spirito, beati gli afflitti, i miti, i perseguitati, i misericordiosi, i puri di cuore, perché di essi è il regno dei cieli. Nella pratica quotidiana ha valorizzato la funzione dell’elemosiniere del Papa, che è ritornato concretamente a fare carità, si informa direttamente dei casi di disperazione umana di cui è venuto a conoscenza, la scorsa settimana ha telefonato di persona a un imprenditore che aveva donato un rene a una bambina. I quattro pilastri su cui appoggia il suo pontificato sono la sintesi di questa visione: la povertà, le disuguaglianze, le migrazioni e l’ambiente. Una visione che si trova di fronte, oggi, un’obiezione culturale esplicita, che può diventare un’opposizione. In Vaticano, specie dopo il caso Becciu, nessuno parla a voce alta contro Francesco. Ma a bassa voce qualcuno va all’attacco.

“Tutto giusto, tutto sacrosanto – obietta un cardinale straniero che non accetta di essere definito conservatore -, se non fosse che il Papa imputa questi problemi esclusivamente al capitalismo sfrenato degli ultimi decenni. Nella dottrina sociale della Chiesa, che si fonda sul binomio creatore-creatura, l’economia è uno strumento utile a realizzare il benessere delle creature, a vantaggio dell’uomo. Il Papa di fatto stravolge questo schema, identificando un nuovo binomio: creatore-creato, con la creatura che diventa semplice sfruttatrice della natura creata da Dio. Dunque l’economia che doveva servire alla crescita dell’uomo, perché beneficiasse della ricchezza e la redistribuisse, deve invece puntare sulla decrescita. Ma il cuore della dottrina sociale era il senso della vita come redenzione, la salvezza per la vita eterna. Oggi è sempre la salvezza, certo, ma del pianeta. Come se la Chiesa fosse diventata una specie di Wwf consacrato”.

Ottobre 1962, un momento del Concilio Vaticano II

È facile prevedere, a questo punto, che la partita per il potere in Vaticano sarà una sfida culturale. La Chiesa, secondo un sostenitore di Bergoglio, italiano, ci arriva impreparata. “Il momento più alto di riflessione intellettuale e pastorale resta il Concilio, a cui avevano partecipato i tre ultimi pontefici, Luciani, Wojtyla e Ratzinger, mentre Bergoglio non ne ha fatto parte ma lo ha come riferimento costante, forse più di tutti. Sa che in quell’occasione la Chiesa è riuscita a capire la modernità, a intercettarne le domande e a trovare le risposte. Oggi il Papa ha intuito che c’è bisogno di un nuovo sforzo di adeguamento culturale ma mancano i grandi teologi, i grandi intellettuali laici e cattolici, i grandi vescovi che hanno animato quel passaggio. Lui vuole “la Chiesa in uscita”, fuori dal recinto, ma non trova compagni di viaggio, paga la mediocrità delle classi dirigenti che coinvolge anche il nostro mondo, la bassa tensione culturale del momento. Gli uomini della Chiesa non riescono a fare una nuova sintesi culturale, mostrano un deficit di comprensione del mondo e di conseguenza rivelano un deficit di capacità argomentativa, non possono che ripetere valori non negoziabili senza creare nulla di nuovo: e questo proprio mentre il virus e la crisi fanno nascere nel nostro popolo nuove inquietudini e nuove domande. Ecco perché il periodo di Papa Francesco è un momento di rinascita annunciata, di rigenerazione: ma il parto non avviene, resta la grande convulsione”.

Il voto del Conclave

Ma la nuova classe dirigente in formazione dentro la Chiesa non è figlia di Francesco e frutto delle sue scelte? Qui veniamo non ai voti del conclave, che restano segreti, ma al voto dei padri della Chiesa, cioè all’investitura che hanno dato al nuovo pontefice insieme con la nomina: si potrebbe dire al mandato, se non fosse che il Papa è ovviamente libero da ogni ipoteca e da qualsiasi vincolo che non sia la suggestione del Paraclito ispiratore nella cappella Sistina, dopo che è stato pronunciato l'”extra omnes”. Ma se in conclave si vota e non si discute, accade l’opposto nelle Congregazioni che si riuniscono nel pre-conclave: qui è sicuramente presente il futuro Papa (anche se teoricamente potrebbe essere scelto un non cardinale, addirittura un non sacerdote) e dunque si parla apertamente perché il futuro eletto ancora sconosciuto conosca le preoccupazioni di ognuno e la consegna di tutti. E Bergoglio in quelle ore che precedevano la sua nomina, man mano che il momento si avvicinava, ha percepito il fastidio dei cardinali di diversi Paesi per gli intrighi italiani di Curia, l’insofferenza per i giochi di potere romani, l’avversione per il peso delle lobby addirittura regionali (“a un certo punto – fa i conti un vescovo – c’erano più cardinali della Liguria che della Germania”), per i legami impropri e i favoritismi, per il costume nazionale, per cui “dietro ogni italiano in Curia c’è sempre una famiglia”.

I cardinali nella Cappella Sistina il 12 marzo 2013, primo giorno del Conclave

Come ha detto il cardinale Pell, che si è appena congratulato per la disavventura di Becciu, Bergoglio è stato scelto perché aveva tutte le qualità per “pulire” la Curia romana. E nella sua totale libertà sovrana il Papa sembra autonomamente convinto che la Curia vada controllata con le briglie corte, in attesa che parta finalmente la riforma, il cui testo è pronto. Un pregiudizio anti-italiano? Ma Francesco è italiano nella sua ascendenza. Piuttosto il Papa ricorda l’omelia del cardinale Ratzinger con Wojtyla morente, il Venerdì Santo, la necessità già dichiarata allora, e drammaticamente, di cambiare il governo della Chiesa. Non dimentica le umiliazioni della Segreteria di Stato quando il cardinale di Buenos Aires veniva a Roma e non vedeva né il Segretario né il Sostituto, che lo rinviavano al giovane vescovo Pietro Parolin prima che partisse per il Venezuela. Ha ancora nitida l’immagine degli italiani in conclave divisi sul nome italiano di Scola e prudenti sul suo, le voci su telefonate notturne di ragazze che si offrivano ai segretari dei cardinali arrivati a Roma per imbastire a buon mercato uno scandalo pre-confezionato da far scoppiare a porte chiuse, le fotocopie distribuite a tutti prima del corteo che stava dirigendosi verso la Sistina con l’attacco di un giornale inglese a un papabile italiano: ce n’è abbastanza per coltivare qualche diffidenza.

La Curia, dunque, come recinto delle lobby, palestra delle esercitazioni di potere italiche, luogo della resistenza. E la Chiesa italiana come calamita di fondi, fabbrica di cardinali, quindi privilegiata fucina curiale e del conclave. Francesco agisce su due fronti. Le nomine diventano a tempo, il mandato dura per tutti cinque anni, poi si cambia: una rivoluzione in un mondo che ha per misura del tempo l’eternità. E le cattedre vescovili più importanti d’Italia non generano più automaticamente la porpora cardinalizia, come avveniva in passato, rompendo il meccanicismo della carriera, sostituita da una scelta per meriti e caratteristiche, non per rendita di posizione. Così Torino, Milano, Venezia, Palermo oggi non hanno cardinali, quasi un’umiliazione. Il livello dell’episcopato italiano scende, il suo peso anche, la Conferenza Episcopale Italiana tace o quasi, tornando pienamente dentro la surroga papale: dopo la breve stagione del Dio italiano che Ruini tentò di far camminare autonomamente per le strade del Paese che non aveva mai avuto una via nazionale al cattolicesimo, nel presupposto (ruiniano) che fosse “naturalmente cristiano”.

La scatola dei due papi

Non ci sarà dunque un sovrappeso italiano nel prossimo conclave, quando il momento verrà. Ma cos’ha pesato intanto “sul corpo e sullo spirito” di Benedetto XVI per portarlo all’abdicazione? “Non si capisce l’avvento di Bergoglio finché non si è capita la rinuncia di Ratzinger – dice un cardinale facendo scattare l’Apple Watch al polso – ecco, proprio oggi sono 7 anni e 8 mesi da quel giorno, e non si è ancora sciolto il mistero”. Restano le supposizioni. Il peso insopportabile dello scandalo pedofilia? Il cardinale si stringe nelle spalle: “Non posso sapere, sto a quel che vedo. Ricorda quella scatola bianca che Benedetto consegnò a Francesco negli schermi del telegiornale, subito dopo il passaggio delle consegne? Bene, lì dentro ci sono i documenti raccolti dalla commissione che indagava sulla fuga di notizie riservate, guidata dal cardinale Julian Herranz, col mandato di agire a tutto campo su tutte le organizzazioni della Santa Sede. Tenga presente che i commissari hanno fatto 4 o 5 audizioni alla settimana. Sa cosa vuol dire? In quella scatola ci sono le testimonianze su tutti i passaggi oscuri, le malefatte, le malversazioni, l’abolizione della legge anti-riciclaggio voluta dal Papa, le colpe e le responsabilità. È probabile che Benedetto davanti alla portata di quei risultati e dell’intervento necessario abbia avuto un crollo di forza”.

Il papa emerito Benedetto XVI con papa Francesco a Castel Gandolfo il 23 marzo 2013

Ed è possibile che quella scatola sia il pegno del passaggio tra i due Papi, e che Francesco l’abbia presa in consegna con la promessa a se stesso di combattere quei metodi e quel costume. Ecco perché, dicono i suoi uomini, ha reagito così duramente nei confronti di Becciu: proprio perché gli aveva concesso ampia fiducia, si è sentito tradito. E qualcuno, fingendo di immaginarsela sul momento, avanza anche l’ipotesi che il Papa abbia intravisto l’ombra di una “confraternita di potere” per stringere patti e alleanze del fronte di resistenza, in vista di un futuro conclave, l’appuntamento in cui finiscono tutti gli intrighi vaticani, come in un imbuto benedetto. Ma chi sono oggi gli oppositori? “Partiamo dagli amici – dice un vecchio abitante dei Palazzi Apostolici -, sono quasi tutti esterni alla Curia, spesso esterni anche alla Santa Sede, persone a cui il Papa telefona personalmente, e che incontra a Santa Marta: Antonio Spadaro, il direttore di “Civiltà Cattolica”, la rivista dei gesuiti, Guzman Carriquiry, diplomatico dell’Uruguay, Eugenio Scalfari, il fondatore di “Repubblica” a cui il Papa ha rivelato la formula del Dio unico”. Poi naturalmente l’amicizia di lavoro col cardinale canadese Michael Czerny, gesuita sottosegretario della sezione migranti, il porporato honduregno Oscar Maradiaga, coordinatore del Consiglio dei 9 cardinali (attualmente sono sette), il filippino Luis Tagle, Prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, padre Guerrero Alves, anche lui gesuita, capo della Segreteria per l’Economia, che ha accettato la carica chiedendo a Francesco il favore di non essere nominato vescovo, il cardinale brasiliano Claudio Hummes che era seduto di fianco a Bergoglio in conclave e subito dopo l’elezione gli disse di ricordarsi dei poveri. “Per i nemici è presto fatto. Ci sono gli avversari ideologici, naturalmente, che vogliono conservare tutto così com’è, anche ciò che funziona malissimo. Ma poi ci sono tutti quelli in cui il Papa ha creduto all’inizio, che ha promosso, che lo hanno deluso e sono stati silurati. Sono gli scontenti: dietro ognuno di loro c’è una cerchia di amici, aiutanti, tifosi. Moltiplichi il numero degli scontenti per 30 o per 40, in qualche caso anche 50, e avrà il fronte di resistenza a Bergoglio qui dentro”.

Il seme e i frutti

Dentro, perché fuori, nel secolo, la popolarità di Francesco continua ad essere molto alta, nonostante il Covid impedisca i viaggi e i contatti con la folla. Dal 9 marzo al 18 maggio, in pieno blocco delle messe aperte ai fedeli il Papa ha deciso di far trasmettere dalla televisione vaticana (poi seguita dalla Rai, quindi rilanciata in streaming) la messa di mezz’ora che celebra ogni mattina alle 7 nella piccola cappella di Santa Marta, con un’omelia che normalmente non supera i 6 minuti: boom di ascolti. È come se il popolo cattolico avesse fatto la sua classificazione tripartita: Wojtyla l’anima, Ratzinger la mente, Bergoglio il cuore. “Vero, ma attenzione – dice un assiduo frequentatore di Santa Marta, citando Spinoza – omnis determinatio est negatio, dunque non limitiamo il Papa all’empatia, all’umanità. Quando mette in campo questioni come il clima, le migrazioni, la povertà, le nuove forme di schiavitù, alza l’asticella del suo pontificato, sa che i risultati saranno molto difficili da ottenere nel breve termine. Ma poiché sente l’imperativo morale di farlo, lo fa, ostinatamente, anche testardamente, senza calcoli di opportunità. Chiede di essere giudicato dai semi, non soltanto dai frutti, che raccoglierà probabilmente qualche suo successore. E questa è davvero una stagione di grande semina”.

Papa Francesco in una deserta piazza San Pietro durante la benedizione Urbi et Orbi il 27 marzo 2020

Per gli oppositori, in realtà, grandina. Dicono che non s’intravvede un programma concreto, che le riforme sono sconnesse, incomplete, il sistema viaggia a diverse velocità, il risultato è la confusione, l’incertezza, il terremoto permanente, provocato anche dalle scelte d’impulso del Papa, “troppo sudamericano”. Aggiungono che è diffidente, come se a Roma si muovesse “in partibus infidelium”, non vuole appoggiarsi ad un solo segretario (in Argentina addirittura non aveva segreteria) perché inevitabilmente diventerebbe un centro di potere: così ne ha due in alternanza, in modo che nessuno abbia la chiave che spalanca la totalità dell’impegno papale e quindi del suo pensiero, e in ogni caso ogni cinque anni li cambia, al contrario dei pontefici precedenti che hanno tenuto lo stesso collaboratore per tutta la durata del loro regno. Il risultato oltre le mura, fanno notare gli avversari del Papa, è una diffidenza generale riflessa, con il dominio internet del Vaticano che da molti viene usato ormai solo per le comunicazioni ufficiali, i gendarmi guardati con sospetto, i telefoni fissi collegati al centralino bypassati dai cellulari.

Quando padre Spadaro anni fa aveva chiesto a Francesco se voleva riformare la Chiesa, si era sentito rispondere un’altra cosa: “Io in realtà voglio molto di più, voglio mettere Cristo al centro della Chiesa. Poi sarà lui a operare per cambiarla”. Oggi Spadaro su “Civiltà Cattolica” risponde alle critiche sull’impulsività latino-americana del Papa spiegando il suo metodo di governo. Il modello è sant’Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, per il quale è inutile cercare di cambiare le strutture se non si cambiano le persone dal di dentro, perché la riforma se non s’incarna nella vita della gente diventa un’ideologia. Non bisogna dunque credere in un modello astratto ma nell’urto della realtà, avendo pazienza perché riformare significa avviare processi di cambiamento, e il cammino si sceglie camminando, lasciando che “lo scalpello di Dio” proceda, usando cioè il “discernimento” raccomandato da Ignazio per riconoscere la volontà di Dio nella vita e nella storia.

Il santo metodo

C’è dunque un metodo, nell’età di Francesco. Ma c’è anche, rivela il frequentatore di Santa Marta, il segreto della mistica del Papa. Al mattino subito dopo la sveglia alle 4 e mezza, durante la messa delle 7, la sera prima di cena e poi all’ora di dormire, il Papa prega, anche per decidere. Nel senso che usa la preghiera come criterio del “discernimento”, cercando e trovando quella che lui avverte come la strada indicata dal Signore nella lettura dei fatti e degli avvenimenti, in una sintonia tra ciò che vuole e deve fare e ciò che sente nella preghiera. Ai suoi collaboratori ha spiegato che usa tre criteri per decidere: o la chiarezza immediata, che non ha bisogno di ulteriori riflessioni, quando sente di doversi chinare a baciare i piedi alla delegazione sudanese in visita, dopo che fino a sessant’anni fa si baciava invece la sacra pantofola del pontefice; o la pura razionalità, con un calcolo dei pro e dei contro di ogni scelta, e una valutazione dei benefici; o appunto la riflessione affidata alla preghiera, nel dialogo con il divino.

Papa Francesco durante la celebrazione della Passione di Cristo in una immagine del 2013, la sua prima Pasqua da Pontefice

Non è dunque l’istinto a decidere, ma un criterio, che comunque non mette al riparo dagli sbagli, come ha ammesso Francesco due anni fa nella lettera ai vescovi del Cile sugli abusi da parte del clero: “Riconosco che sono incorso in gravi errori di valutazione e di percezione della situazione, per mancanza di informazioni veritiere ed equilibrate, chiedo scusa a tutti quelli che ho offeso, e spero di poterlo fare personalmente”.

Agli avversari non basta. Ricordano che il Segretario di Stato ha saputo del licenziamento di Becciu dal telegiornale della sera, non è stato informato né prima né dopo l’incontro del Papa con il cardinale. Sostengono che il Papa decide troppo spesso da solo perché è davvero solo, manca di una struttura di sostegno, di dialogo e di confronto, passa molto in fretta dalla fiducia al disprezzo, e sovente alza la voce liquidando i suoi interlocutori. Chi va a Santa Marta ammette che Francesco talvolta perde la pazienza. D’altra parte è stato proprio lui a teorizzare che bisogna “accarezzare i conflitti”, non temerli e non aver paura delle contraddizioni. Anzi, la conflittualità va gestita e non aggirata o nascosta, perché bisogna essere inquieti proprio quando tutto sembra tranquillo. Ai suoi critici il Papa risponde in modo indiretto ma durissimo, chiamando in causa il demonio e le sue tentazioni. Il Maligno, spiega Francesco, per non scontrarsi con la sapienza dello Spirito talvolta cerca di tentare sotto apparenza di bene. In questo caso “la finezza del Nemico si fa estrema, perché chi è tentato crede di dover agire per il bene della Chiesa. La sottigliezza consiste nel farci credere che la Chiesa si stia snaturando e di provare a convincerci che quindi noi dobbiamo salvarla, forse anche malgrado se stessa. Si tratta di una tentazione presente sotto un’infinità di maschere diverse ma che in definitiva hanno tutte qualcosa in comune: la mancanza di fede nel potere di Dio che abita sempre nella sua Chiesa”.

Il rito della stoppa

Ancora una volta, dunque, “Salus extra Ecclesiam non est”, e naturalmente “Ubi Petrus, ibi Ecclesia”. Ma perché c’è bisogno di ribadire questi precetti, nel momento in cui Francesco conquista il cuore del popolo cristiano? Da dove nasce la resistenza al Papa e alla sua azione? E questa resistenza fin dove può arrivare? Dovrebbe far riflettere la reazione di Becciu davanti alla condanna papale: appena poche ore dopo la defenestrazione un cardinale di Santa Madre Chiesa, che è stato uno dei primissimi collaboratori del Papa, lo sconfessa in forma pubblica, convocando una conferenza stampa, forte dell’influenza mediatica accumulata negli anni trascorsi alla Segreteria di Stato. Becciu contesta le motivazioni che hanno consigliato al Papa di rimuoverlo, si difende dalle accuse com’è naturalmente suo diritto, ribadisce che “darebbe la vita” per il Papa ma subito dopo lo accusa di aver sbagliato, ripetendo che ha commesso “un errore”, e si spinge addirittura a sostenere che nonostante tutto “conferma la fiducia” a Francesco, ribaltando clamorosamente le formule, i ruoli e le consuetudini, perché Francesco gli aveva appena ritirato la fiducia e l’incarico. La difesa legittima dell’ex Prefetto diventa dunque un attacco politico al Papa e una sfida aperta, come se sapesse di poter contare su un consenso sommerso, guardando a quell’Appartamento papale vuoto come ad una vacanza di potestà, o almeno di autorità, logorata e smarrita nella vita senza filtro e senza distanza regale a Santa Marta.
Gli amici di Francesco dicono che la verità è un’altra, molto più semplice: “Il prefetto delle cause di canonizzazione ha perso i suoi Santi, e ha finito per perdere anche la testa”. Certo, spiegano, il Papa sente la solitudine della responsabilità, tipica del vertice della Chiesa, che Paolo VI disegnava come la cuspide di una cattedrale gotica. Solo davanti al dovere di decidere, un peso che era infine diventato insopportabile per le spalle indebolite di Benedetto XVI. Ma Bergoglio, aggiungono le persone a lui vicine, ha messo in campo dei reagenti chimici a quello che considera il vero pericolo, il momento in cui la solitudine si trasforma, diventando isolamento. E il primo antidoto è proprio Santa Marta, una porta aperta sul mondo che gli consente di contaminarsi con la vita degli altri, di incontrare, ascoltare, vagliare e capire, anche con la sorpresa della relativa casualità: rompendo il potere d’interdizione dell’agenda, del rituale, dell’ufficialità, della separatezza che rischia di trasformare il Papa in un simbolo sacro più che in una presenza, irraggiungibile nell’Appartamento perché lontano e quasi incorporeo nelle sue apparizioni alla finestra. D’altronde qualcuno ricorda che quando Bergoglio guidava l’università dei gesuiti in Argentina, un giorno si fece trovare seduto allo sportello della portineria, spiegando semplicemente che “bisogna venire qui, se si vuole veramente capire tutto”.

27 marzo 2020 – Papa Francesco sul sagrato di San Pietro durante il lockdown

In fondo la solitudine è pedagogia del potere e dell’umiltà, spiega chi conosce il Papa da molto tempo, sostituisce quotidianamente l’antico rito della stoppa che proprio nel giorno della sua consacrazione ricordava al nuovo pontefice la caducità del potere universale ma transeunte che aveva appena assunto su di se’: “Quando il Papa viene elevato al sommo onore – recita un exemplum del 1200 – si accende davanti ai suoi occhi una stoppa di lino che il fuoco brucia e consuma in un momento, e gli si dice “sic transit gloria mundi”, quindi tu devi pensarti cenere e mortale”. Un monsignore che opera in Vaticano ma non si iscrive alle fazioni e si considera “un semplice osservatore dall’interno”, dice che c’è nella Chiesa un unico criterio oggettivo per valutare lo stato del pontificato, ed è quello degli “uffici di Cristo”, cioè i compiti e le funzioni che secondo la Bibbia Gesù si è assegnato nel mondo degli uomini, e che poi ha affidato agli Apostoli, trasmettendoli alla Chiesa fondata su Pietro. Sono i “Tria Munera” che valgono per ogni parroco, vescovo, cardinale e naturalmente anche per il Papa: i doveri del sacerdote, del Re e del profeta. “Ora non c’è dubbio che Francesco è naturalmente sacerdote, cioè svolge pienamente il suo ufficio spirituale, così come è evidente che sa leggere il segno dei tempi, quindi adempie alla funzione profetica, la più difficile e significativa. Resta il compito del Re, l’arte del governo, in cui fa più fatica, come il suo predecessore e come l’ultimo Wojtyla. Tre Papi diversi, un’unica resistenza, quasi il Vaticano fosse ingovernabile”.

L’asino sacro

Ai suoi collaboratori più impazienti, che vorrebbero forzare i modi e i tempi, il Papa risponde, sabato scorso, celebrando nella basilica superiore di Assisi la messa di benedizione della nuova enciclica davanti al Sogno di Innocenzo III di Giotto, che vede proprio San Francesco proteso nel pericolo a sorreggere il Laterano cadente, salvandolo. L’iconografia contiene la profezia. E allora qualcuno, nella “famiglia” allargata del Papa, ricorda l’antico mosaico dell’abside di San Pietro con una fenice trionfante su sfondo verde, simbolo della resurrezione ma anche della capacità di autogenerarsi eternamente dopo che il fuoco ha attaccato il nido. Ma il saggio cardinale avverte che bisogna temere piuttosto il volo di ritorno del corvo che penetrò nelle stanze di Benedetto facendo commercio delle sue carte riservate, “e speriamo che questa volta non sia un avvoltoio”. Anche se nel divino bestiario i tempi dicono che sarebbe piuttosto il momento dell’asino, su cui nei rituali pontifici dell’alto medioevo sedeva cavalcando al contrario un arciprete (i cardinali non esistevano ancora), che da quella posizione a rovescio doveva tentare per tre volte di afferrare i denari nella bacinella davanti alla testa dell’animale: impossibile. Il prelato si contorceva fino a cadere, l’asino sacro vinceva e il popolo applaudiva lo spettacolo eterno dell’esorcismo infinito contro l’avidità del clero.

Papa Innocenzo III e San Francesco nell’affresco di Giotto ad Assisi

Sorgente: Il Papa e il segreto della scatola sacra | Rep

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