L’acciaio pulito dell’Ilva con i fondi dell’Europa. “Si fa ora o mai più” | Rep

15 Luglio 2020 0 Di Luna Rossa

Il piano del ministro Patuanelli: chiusura dell’area a caldo e riconversione da carbone a idrogeno. L’incognita Mittal e i dubbi sulla statalizzazione

di ANNALISA CUZZOCREA

Chiudere l’area a caldo dell’ex Ilva. Arrivare, in 4-5 anni, a un’acciaieria completamente decarbonizzata. Tenendo solo i forni elettrici, magari riconvertendone l’alimentazione a idrogeno, per rendere il processo ancora più verde. È il progetto del ministro dello Sviluppo Stefano Patuanelli, che nei giorni scorsi ne ha parlato a tutti i livelli, sia nel governo che in Europa. Lo ha fatto – tra l’altro – in una telefonata con il vicepresidente della Commissione europea con la delega al Green deal Frans Timmermans, dopo che lo stesso politico olandese si era spinto a invitare il nostro Paese a usare i fondi Ue per creare a Taranto l’acciaio verde e tenere insieme lavoro e salute. “Dobbiamo spingere verso la decarbonizzazione – ha detto Patuanelli al suo interlocutore – la riduzione al 60 per cento non basta, bisogna superarne l’uso e riconvertire l’Ilva in un’acciaieria green”.

“Non avremo più un’occasione come questa per regalare a Taranto un futuro pulito – ha detto il ministro ai suoi collaboratori – i soldi del Recovery Fund devono servire proprio a disegnare il Paese che vogliamo, è il momento di essere ambiziosi”.

L’ambizione è però anche quella di placare i gruppi parlamentari M5S, che sulla questione Ilva si sono spaccati più di una volta e che sullo scudo penale per Arcelor Mittal hanno spesso fatto ballare il governo (sia il Conte 1 che il Conte 2). Patuanelli è sensibile alle richieste che arrivano dai cittadini e dai movimenti di Taranto, che si sono sentiti traditi dai 5 stelle in questi anni. Ma è anche il ministro dello Sviluppo economico: sa bene, quindi, che la questione non è affatto semplice. Perché scommettere su un’Italia che non produce più acciaio con un ciclo integrale, ma che arriva a importarlo tutto per poi lavorarlo o a produrre solo quello che si crea con la fusione dell’esistente, potrebbe non essere sostenibile. Soprattutto perché l’idea di fare di Taranto una sorta di hub dell’idrogeno, che arrivi poi a rifornire anche le altre acciaierie italiane, è un progetto a lunga scadenza che non riuscirebbe subito a coprire gli esuberi inevitabili se si chiude l’area a caldo. Per capire basta un dato: un forno elettrico impiega dalle 200 alle 300 persone ogni milione di tonnellate prodotte; nall’area calda, per un milione di tonnellate, ce ne sono 1000.

Allora perché? Tutto è cominciato con il Covid. Gli accordi cristalizzati al 4 marzo con Arcelor Mittal prevedevano la chiusura degli altiforni inquinanti, l’apertura dell’altoforno 5 di nuova generazione e tutta un’altra serie di impegni insieme all’ingresso di Invitalia nella società italiana che possiede l’ex Ilva. I tavoli per attuare quel piano sono stati sospesi durante l’emergenza. Alla fine della quale Mittal ha cambiato le carte in tavola presentando un report secondo cui il mercato dell’acciaio è talmente in crisi da far prevedere perdite per i prossimi 10 anni. Il nuovo piano offerto dalla società franco-indiana prevede 4mila esuberi e la richiesta di un prestito dello Stato attraverso Sace. Condizioni inaccettabili sia per Mise e Mef che per Chigi.

Così, Conte ha dato mandato a Francesco Caio, consulente del governo per l’Ilva, e all’ad di Invitalia Domenico Arcuri, di trattarre con Mittal fino a fine luglio per riportarla al piano di marzo, magari solo un po’ rivisto. Ma è difficile che questo possa accadere. Così, al ministero preparano piani B: come quello che vede un’uscita di Mittal, che può farlo se entro l’anno non si realizza l’ingresso di Invitalia nella sua società, pagando una penale di 500 milioni. E di fatto una nazionalizzazione dell’ex Ilva, con Invitalia, Banca Intesa, Banco Bmp, ma anche qualcuno che possa portare il know how come gli acciaiieri di Arvedi.

“La mia intenzione – ha spiegato Patuanelli ai ministri con cui ha parlato – è fare un piano nazionale dell’acciaio dove Ilva è un tassello, ma in cui rientrano anche Terni, Piombino, Genova e gli acciaieri del nord”. Quanto sia fattibile, è difficile da dire. Perché se l’Europa di Timmermans plaude alla decarbonizzazione, quella rappresentata dalla commissaria alla Concorrenza Margrethe Vestager non vedrebbe affatto di buon occhio una nazionalizzazione dell’Ilva e potrebbe metterdi di traverso.

Quanto all’Europa del Recovery Fund, non si sa ancora bene cosa sia. In più, c’è il conflitto interno al governo tra la visione dei 5 stelle, incline all’ingresso dello Stato nelle aziende e alla creazione di una nuova Iri, e quella del Pd (per non dire di Italia Viva), molto più attenta alle necessità del libero mercato. Per non dire degli esuberi: con la sola area a freddo, i dipendenti dell’ex Ilva potrebbero passare da 10.700 alla metà. Per gli altri ci sarebbero gli ammortizzatori sociali a breve termine e progetti di riconversione nel medio periodo, ma non è una questione da poco e potrebbe far rinascere il conflitto che Taranto ha vissuto per oltre 60 anni sulla sua pelle: quello tra lavoro e salute.

Quello tra sicurezza economica e paura di uscire di casa quando le polveri rosse del gigante si depositano sul quartiere Tamburi. Quello che ha fatto impazzire tutti i dati di mortalità legata ai tumori: + 21 per cento di mortalità infantile rispetto alla media regionale, +54% di tumori in bambini da 0 a 14 anni.

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